Architecture from nowhere
3 Giugno Giu 2012 1749 03 giugno 2012

La pelle che abito.

Come un elemento esterno, alterabile a piacimento, la pelle che Pedro Almodóvar ci presenta nel filmLa piel que habito, del 2011, è un oggetto estraneo che ricopre l'essenza di una persona, forse la sua anima, il suo carattere. La pelle non viene posseduta, non viene indossata: viene abitata dall'essere umano, come una architettura essenziale, intima.
Il regista spagnolo indaga quello che per molti studiosi è una pura speculazione intellettuale: qual è l'elemento minimo che possa dare connotazione ad uno spazio? La risposta di Almodóvar è quasi paradossale, arrivando ad una essenzialità che esclude la presenza dell'architettura stessa. In questa risposta non esiste spazio, non esiste involucro, ma la sola, netta, percezione sensoriale della persona, attraverso il suo organo più esteso, la pelle.

Eppure la pelle può diventare realmente luogo primordiale nella definizione di una architettura.
Viaggiando per Milano ci si può imbattere in strane nudità, nelle quali spazi intimi vengono esposti alla pubblica visione. In viale Tunisia, da qualche settimana, è stato demolito un edificio, lasciando palesemente esposti quelli che erano spazi privati di molte famiglie, che ora rimangono nei ricordi dei colori e delle tappezzerie che, ancora per poco, sopravvivono ad una nuova edificazione.

Come un museo improvvisato, la raccolta di questi grandi quadri narra le vicende delle persone che nelle unità minime del palazzo conducevano sconosciute esistenze; vicende che si sono sovrapposte negli anni e ora rivelate dagli strappi nelle tappezzerie: come nei manifesti lacerati da Mimmo Rotella, in queste sovrapposizioni leggiamo la complessità racchiusa entro i condomini della città e possiamo riconoscere una sorta di genesi primitiva dell'architettura.

Qui, a Milano, la pelle abitata dai cittadini si è staccata dal corpo, si è estesa, ed ha dato vita ad unità spaziali minime, le stanze, definite da strati sovrapposti di rivestimenti: la pelle che abitavano è la tappezzeria lacerata dalla demolizione, è la vernice data a più e più mani e poi graffiata, a svelare l'ultimo racconto di passate vicende umane.

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