La crisi del settimo anno esiste eccome. Io l’ho sperimentata già al secondo, quando, dopo 24 mesi nella Capitale spagnola, mi sembrava di aver preso e dato tutto, e che fosse l’ora di far fagotti.
Ma poi che vuoi, siamo così, è difficile spiegare, vuoi il lavoro, vuoi il cielo azzurro pure a febbraio, vuoi anche la birra piccola a 1,20 euro, eccoci giunti all’ottavo anno, con il famoso ovo sodo che non va né su né giù da tempo ormai. Sentivo chiaro e tondo il bisogno di dare di più, e non solo perché dentro di noi si può dare di più: alché mi sono guardata intorno, nel tentativo di placare quella sensazione di ‘ma qui che ci sto a fare?’ che accompagna noi expat, soprattutto quando ci rendiamo conto di non essere più così freschi e giovani, nonostante si continui ad arrotondare per difetto sull’età verso il basso.
E finalmente, dopo qualche tentativo di impegno solidale frantumatosi contro pseudo-ciellini locali ed associazioni lesbo-cattoliche, mi sono imbattuta in una ONG attiva dal ’95, che opera nella Capital ed in altre città spagnole su più fronti, senza alcun vincolo di natura religiosa o politica. Solidarios para el Desarrollo è un’associazione vincolata all’università, che propone un modello di volontariato partecipativo, ‘critico, altruista y libre’ come dichiara nel sito, dirigendosi a situazioni di esclusione sociale, dagli anziani ai pazienti terminali negli ospedali, passando per carcerati e persone con handicap fisici o mentali.
Tra i vari progetti all’attivo, ho deciso di collaborare con il programma destinato agli homeless. Scelta forse non casuale, se associata a sensazioni di sdradicamento e confusione del qui / lì / fuori / dentro a me tanto note.
Ecco come è andata la prima nottata.
Il ritrovo è alle 20.30, presso la sede dell’associazione dove si preparano termos con brodo caldo e caffèlatte, qualche pacchetto di biscotto e caramella e via verso Sol, il cuore pulsante di Madrid. Ad ogni gruppo di volontari, composto da un massimo di 5 persone, è assegnato un itinerario, e – ironia della sorte – il mio è esattamente la zona in cui vivo, giro e mi muovo dal primo anno qui. Con la differenza che a questo giro non percorrerò la strada verso casa in tutta fretta, cercando la scorciatoia pià breve, ma indugeremo su ogni portone, tetto o gradino che possa offrire riparo a chi un tetto non ce l’ha.
Parto sciolta, poi mi intimidisco dicendomi ‘ecco, stasera guardo com’è, tanto ci cacceranno tutti’. Perché il caffé caldo è solo un pretesto per offrire una conversazione horizontal, come si chiama in gergo, ovvero non uno scambio di battute basate sul bisogno, ma una chiacchierata tra pari. A Madrid non mancano strutture, mense ed aiuti per chi è per strada: ma continuano a mancare sprazzi di normalità per chi homeless ci è finito, per scelta o dramma personale.
Invece mi ricredo dopo il primo minuto: all’entrata del Bingo c’è una signora della Romania che ci bacia ed abbraccia. Conosce i miei compagni di ruta da tempo, e li accoglie con gioia, spiegando nel suo sgangherato meltin-pot di aver prenotato un autobus per 5 valigie dirette alla famiglia che ha lasciato in patria. ‘Io non parto, troppo caro, vanno solo i bagagli, l’autista è mio zio’. E sorride pensando a quando ha visto per la prima volta la Tour Eiffel durante il tragitto Madrid-Bucarest, che in bus impiega quasi 5 giorni. Si lamenta per la parete fredda, ma quando può si concede una doccia nella struttura pubblica della città e per 10 euro a settimana dorme in un centro di accoglienza, gratuito invece per chi ha problemi di tossicodipendenza. Non ci molla un attimo, ma il tour ha delle tappe predefinite da rispettare, per assistere chi sappiamo incontreremo – perché da tempo dorme negli stessi posti – o chi scopriremo man mano.
Proseguiamo per Huertas, nucleo della movida madrileña, nonché termine associato al divertimento folle degli anni 80, con tutto quello che ha implicato tra eroina e fughe. Tra i ragazzetti Erasmus imbottiti di chupitos multicolor, ci sono ancora alcuni baluardi di quei mitici Ochentas, i vecchi e cari ‘rimastoni’ che strascicano sugli stessi stivaletti a punta in pelle e giubbotti sgonfi. Tra loro Rafael o ‘Cameròn’ come tutti lo chiamano per la somiglianza con il mitico cantante di flamenco Cameron de la Isla. Ci racconta che quando era giovane per amore percorreva ogni settimana 240 km a piedi in soli 3 giorni; accanto a lui, una coppia di età indefinibile e senza denti, che ci ringrazia per il brodo ‘ché i pasti in comunità fanno sempre più schifo, con la crisi risparmiano, sai’, due giovani (forse) che ci salutano con un sorriso ma non sono in vena di chiacchiere, ed il tam tam di gente che va e viene per la cena calda del giorno.
Lasciamo la zona più chiassosa di Madrid per scendere verso Embajadores, quartiere noto per le ronde tossiche che un ventennio fa collegavano Madrid a Valencia per after e nottate brave a base di chilometri macinati in una notte e droghe pesanti. Ci imbattiamo in una decina di quarantenni che dalla Movida ancora non sono usciti, anzi ne portano le tracce sul volto, sulle mani e su tutto ciò che il freddo di novembre lascia intravedere sotto le giacche a vento sgualcite. Tra loro Carlos, altro spagnolo di età indefinibile, da anni vive appostato all’entrata di un negozio ormai chiuso, che ha decorato con poesie e dipinti raccolti qua e lá. Stasera è in compagnia di altri due tossicodipendenti marocchini, che cerca di mettere a tacere mentre discutono. ‘Una donna non si tocca nemmeno con un fiore’ ‘Ma è una puttana, mi ha dato un pugno’ ‘Ti ha dato un pugno perché le hai toccato il culo’: il battibecco sbiascicato prosegue in modo surreale, tra Abdul che si accascia e Mohammed che non si regge in piedi, evidentemente sbronzo, mentre Carlos alza il volume della sua radiolina ed inizia a cantare flamenco dicendo ‘e lui cosa deve dire?’. Addita un giovane spagnolo in strada da due settimane a causa di uno sfratto. “Domani ho un colloquio, se mi prendono la cosa non finisce così con i mei amici: io qui ci torno perché Carlos mi è stato molto di aiuto”. E subito aggiunge “Lo conosco da due ore” e penso a quando io conosco qualcuno in un bar o in treno, c’è un feeling gigante e ci si racconta tutto, lasciandosi poi con la promessa di risentirsi presto, ma poi ognuno torna alle proprie vite. La vita di Manuel invece è davvero tutta lì, in quella coperta, in quei sacchi, in quelle sigarette che offre in continuazione, in quell’accettare con imbarazzo un bicchiere di brodo caldo. Mi ero avvicinata al volontariato con l’intenzione di sentirmi utile, di aiutare il prossimo e tanti altri blabla buonisti, ma in realtà io – così come tutti gli altri volontari – passiamo in secondo piano. Quello che contano sono le persone che abbiamo di fronte e punto y pelota, come si dice da queste parti. Persone strambe eppure normalissime con un unico grande raccordo tra loro: quello di vivere sempre con il passato a far da presente, per quanto questo resoconto sprizzi 8×1000 da tutti i pori. Eppure, alla domanda perché fai volontariato? ora ho le idee più chiare: perché mi interessano le storie, più che la storia.