Luciano Trincia
Il tornio
2 Dicembre Dic 2018 0903 02 dicembre 2018

Il nuovo disordine mondiale

Kleine Welten V
Vassily Kandinsky, Piccoli mondi V (Kleine Welten V), 1922

Welcome to Planet Trump. Un mondo senza paracadute, caotico e insicuro. Anzi tanti piccoli mondi in rotta di collisione fra loro. Insieme quando si deve, da soli quando si può. Cina, Russia e India l’hanno capito e ne approfittano per guadagnare posizioni nella gerarchia globale. Mentre paesi tradizionalmente considerati nemici dell’Occidente, come Iran o Corea del Nord, assistono gongolanti al progressivo tramonto di quelle istituzioni internazionali in grado di negoziare accordi e gestire i rapporti fra gli Stati a livello plurilaterale e collettivo.

Anche al G20 di Buenos Aires, Trump non ha perso l’occasione per riaffermare la primazia della “sovranità” a stelle e strisce. Scongiurato il rischio di un plateale voltafaccia, come era accaduto al G7 in Canada nel giugno scorso, quando la delegazione statunitense aveva abbandonato il vertice in anticipo senza firmare la dichiarazione congiunta, il summit argentino si chiude con un compromesso al ribasso per salvare le apparenze. Tregua di 90 giorni sui dazi alla Cina, disgelo in vista di un sostanziale riequilibrio dei rapporti commerciali, impegni su modifiche strutturali in merito alla protezione della proprietà intellettuale e ai trasferimenti forzosi di tecnologia.

E naturalmente non sono mancate le picconate al sistema di commercio multilaterale, con l’obiettivo dichiarato di demolire le vecchie regole sulle quali si fondano le istituzioni internazionali per costruire un nuovo scenario geopolitico fatto di accordi bilaterali. Nel documento finale del G20 si prende atto per la prima volta che “l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) ha fallito i suoi obiettivi e dunque è necessaria una sua riforma”. La manina neanche tanto oscura della delegazione statunitense ha fatto sparire anche ogni riferimento alla lotta al protezionismo e ha confermato che Washington resta fuori dagli accordi di Parigi sul clima.

Risultato: il multilateralismo svanisce di fatto dal panorama internazionale. Su clima, sicurezza e sistema di commercio si procede in ordine sparso. L’idea centrale del G20 di Hangzhou di due anni fa, quella di migliorare la governance dell’economia mondiale e ancorare la cooperazione internazionale sui capisaldi di innovazione, interconnessione e inclusione, perde pezzi di fronte al bullismo statunitense e all’impotenza europea. Il piano di destabilizzazione iniziato con il rigetto degli accordi di Parigi sul clima e di Vienna sul nucleare iraniano ha progressivamente sostituito all’azione collettiva nelle relazioni internazionali singoli progetti e iniziative, con un conseguente ritorno a logiche bilaterali e di contrapposizione di blocchi. Dopo aver svuotato le principali organizzazioni internazionali di prerogative fondamentali, con attacchi diretti alla Corte Penale Internazionale, all’ONU, alla NATO, all’UNESCO, la strategia del magnate newyorkese ha prodotto un effetto domino, creando un ordine frammentato per un mondo frammentato.

Asfaltato il sistema di governo multilaterale, frantumate le vecchie regole, in una destabilizzazione progressiva in cui solo apparentemente è l’America a risultare vincitrice. Favoloso ircocervo, come un trompe-l’œil per indurre nello spettatore europeo l’illusione di un mondo multidimensionale, in cui gli USA, paladini della sicurezza e dell’ordine internazionale plasmato a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, continuano a svolgere un ruolo di garanzia nelle relazioni internazionali. La strategia non dichiarata prevede che gli Stati Uniti e le altre potenze che dovessero seguire il loro esempio (si pensi al Regno Unito di Theresa May) non necessariamente si opporrebbero in blocco alle istituzioni multilaterali, ma sceglierebbero liberamente di dissociarsene quando e come lo ritengano necessario per la salvaguardia dei propri interessi nazionali. La conseguente erosione di una governance globale viene perseguita quindi non solo delegittimando e sconfessando le organizzazioni internazionali, ma agendo temporaneamente o stabilmente al di fuori di esse, con effetti difficili da quantificare.

A un ritorno alla bilateralizzazione dei rapporti non restano d’altronde insensibili neanche le maggiori potenze europee. In barba a una inesistente constituency europea, Francia, Germania e Regno Unito continuano a muoversi in ordine sparso, con leader più impegnati a tenere a bada il proprio parlamento nazionale e la propria piazza che non a disegnare visioni d’insieme. Invece di unirsi per pesare di più nel rapporto con i giganti del mondo, Cina, Russia e Stati Uniti in testa, si sceglie la via della rinazionalizzazione della politica estera dei singoli paesi europei. Un’Europa impotente, di fronte all’incalzante rivalità USA-Cina per la supremazia in campo economico e commerciale che si sovrappone ora all’antica rivalità strategico-militare USA-Russia. In quest’orizzonte, i sussurri europei sono solo background noise.

Dal punto di vista americano questo è il migliore dei mondi possibili. Un’Europa sufficientemente stabile da scongiurare coinvolgimenti militari statunitensi a difesa delle frontiere orientali, e insieme divisa quanto basta per impedirle di diventare un soggetto geopolitico su scala globale. Il nuovo disordine mondiale è strutturato proprio intorno a questa doppia polarità, che vede l’assenza totale dell’Europa come global player e gli Stati Uniti in posizione centrale su due fronti separati. Il primo è quello della concorrenza economica fra USA e Cina, il secondo è quello dello scontro geopolitico fra USA e Russia in Medio Oriente e sul fianco orientale della Nato, di cui la crisi in Ucraina non è che un tassello.

Paradossalmente il multilateralismo è al tramonto proprio mentre l’ordine internazionale diventa sempre più multipolare. Esempio lampante è l’inedita alleanza che ha preso corpo lungo l’asse euroasiatico attorno al progetto Belt and Road Initiative, che coinvolge 65 paesi dalla Cina all’Europa, passando per la Russia lungo la nuova Via della Seta, con investimenti di 350 miliardi di dollari in cinque anni. Tanti mondi multipolari, senza paracadute, appunto. E con un’amministrazione Trump che tratta con indifferenza, se non con aperto disprezzo, i suoi alleati tradizionali, considerati – come ha recentemente dichiarato l’ex capo della CIA Michael Hayden a Der Spiegel – “una zavorra”, mentre apre la porta a una ridefinizione delle alleanze strategico-militari con la proposta di una NATO araba a guida saudita in chiave anti-iraniana.

Come nel libro di Michel Schooyans questo nuovo disordine mondiale è una grande trappola per ridurre il numero dei commensali alla tavola dell’umanità. Di fronte alla paralisi europea, i tre giganti globali di Cina, Russia e Stati Uniti tentano di ridisegnare un mondo a loro immagine e somiglianza. Anzi tanti piccoli mondi - come si diceva all’inizio - in rotta di collisione fra loro.

@Luciano Trincia

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