Francesco Fravolini
Notes da (ri)vedere
31 Maggio Mag 2019 0833 31 maggio 2019

Il coraggio di raccontare nel film “Io sono Sofia”

Poster Io Sono Sofia

Il coraggio di raccontare la storia personale permette di vivere in libertà senza nascondere le proprie identità. È sicuramente una decisione difficile ma diventa necessaria se vogliamo affrontare con serenità la società e la nostra esistenza. Nel XX secolo si preferiva negare per paura di essere giudicati, senza pensare a quella stessa paura che distrugge le esistenze delle persone. Nel film “Io sono Sofia”, scritto e diretto da Silvia Luzi e prodotto da Gioia Avvantaggiato per GA&A Productions, in onda sabato 1 giugno 2019, su RAI3 in seconda serata, è protagonista la storia di Sofia, 28 anni, una donna venuta al mondo maschio. Nel racconto troviamo la madre che si sforza di capire anche se non riesce a trovare le giuste parole, senza dimenticare una famiglia in transizione. Sofia è stata costretta a tenere nascosti il proprio corpo e la sua natura per diversi anni; soltanto in un secondo momento sceglie con coraggio di rendere pubblico il suo percorso e di condividerne il tormento.

Sofia, come hai vissuto la tua storia?
«Bisogna capire, prima di tutto, che la mia storia ha inizio tanto tempo fa. Senza andare fino alla nascita (in verità, ho passato un’infanzia spensierata e senza capire bene che potessi essere diversa dalle altre ragazze), fino dall’adolescenza mi facevo delle domande a cui non riuscivo a dare risposta. Perché sento che è tutto così sbagliato? Mi stanno nascondendo qualcosa? Cosa sono queste cose sul mio corpo? Perché cresco così? Perché la mia voce cambia in questo modo? Purtroppo, all’epoca, non esisteva nessun modello positivo a cui potessi fare riferimento. Decisi di non parlarne con nessuno, nascondere tutto dentro di me, cercare di vivere dimenticando quello che avevo dentro. Non ha funzionato. E invece ho finito per annientarmi. Ridurmi alla semplice sopravvivenza, senza passioni, senza emozioni, senza quei momenti chiave che caratterizzano l’adolescenza. Mi sono chiusa in me stessa per 13 anni. Fu solo tanto tempo dopo, a 25 anni, che per puro caso mi ritrovai a parlare con una ragazza trans. Fu da quel momento che cominciai finalmente a mettere ordine a tutti quei pensieri che avevo represso. Non fu semplice. Ci furono momenti in cui veramente credevo sarebbe stato impossibile. Il mondo mi sembrava così ostile, il percorso così duro. Sicuramente non ci sarei riuscita, sarei stata rifiutata, avevo tanta, tanta paura. Poi, finalmente, ho trovato il coraggio di espormi. Avevo una famiglia che mi supportava, ho iniziato a fare amicizie nuove, a mettermi in gioco, a fare nuove esperienze di vita. La transizione mi ha ridato la vita che si era spenta tanti anni prima».

Quale influenze negative hanno contraddistinto la vita sociale?
«Io ho avuto la fortuna di incontrare una maggioranza di influenze positive. Malgrado ciò, se molti sono di mentalità aperta, tanti altri sono pieni di disprezzo e odio, che riversano sulle persone queer per la sola colpa di esistere. Altri ancora hanno dietro un interesse morboso. Non dimenticherò mai tutte le volte che qualcuno si rapportava con il mio documento di identità incongruente con il mio aspetto e il mio essere. Venivo derisa, un tassista voleva a tutti i costi alzarmi il vestito per capire “cosa avessi”, mentre in alcune situazioni a dir poco paradossali ero accusata di possedere documenti falsi. Ma è spesso la pesantezza della situazione sociale, con proclami pubblici e odio espresso senza nessun filtro, che ci fa stare sempre in allerta. Sappiamo che ci sono perfino persone che non si fanno problemi a ferirci o a ucciderci solo per ciò che siamo, e dobbiamo sempre essere in allerta».

Quante incomprensioni da combattere?
«La parola trans spesso è carica di una serie di stigma sociali completamente infondati. La prima cosa che cerchiamo sempre di far capire è che trans non è una malattia, non è una devianza sessuale, non ha niente a che fare con l’orientamento. Trans è solo un altro modo di vivere il proprio genere sessuale. Spesso si focalizza l'attenzione sull’intervento di riassegnazione chirurgica come momento fondamentale della vita di una persona trans. E sebbene per molti lo sia non lo è per tutti. Tanti, tantissimi non lo fanno. E il motivo è sempre molto personale. Perché dovrebbe interessare a qualcuno che genitali ha una persona? Non sono delle piccole escrescenze carnose a fare di noi quello che siamo. La medicina ormai è andata avanti, quest’anno l’OMS ha rimosso la transessualità dalla lista delle malattie mentali, così come fece per l’omosessualità decenni fa. Non è una condizione patologica ma uno stato di essere, come tanti altri».

La tua famiglia che ruolo ha ricoperto?
«La mia famiglia è stata fondamentale per il mio percorso. Senza il loro affetto, il loro aiuto, la loro comprensione non so se sarei arrivata qui dove sono. Certo, nessun rapporto è perfetto. E così come qualsiasi rapporto genitori-figlia, non siamo sempre d’accordo su tutto. Ma è stato quando mio padre mi ha intimata di “cambia quella gonna, non puoi uscire così, è troppo corta!”, che ho capito davvero che mi avevano accettata.
La famiglia è, per molti di noi, un’istituzione di riferimento. La famiglia nucleare (ben diversa dalla tanto conclamata “famiglia tradizionale”, che comprenderebbe tutti i nipoti, cugini, nonni, zii, governanti, fratelli, parenti di qualsiasi grado che vivono in comune, che è molto più queer di quello che si vuole credere, e che ormai non esiste quasi più in Italia), in particolare, ha un ruolo fondamentale di protezione, di supporto, di crescita. Per questo è così importante che la famiglia, se non comprende, almeno rispetti. E io credo che l’amore della famiglia sia forte, ben più forte dell’odio».

Con una narrazione schietta ed appassionante, Sofia si mostra come era e com'è diventata, senza filtri. Il suo corpo diventa il nostro corpo, il travaglio della sua famiglia diventa il nostro specchio, il nostro timore, la nostra transizione. Sofia regala al pubblico la sua amarezza, la sua presa di coscienza e quella lotta quotidiana che è sotto i nostri occhi, nelle nostre case. Quando affronta la sua ultima grande battaglia, questa giovane donna lancia un messaggio chiaro ed educativo: «Io sono questa, io sono Sofia».

Francesco Fravolini

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