Luciano Trincia
Il tornio
29 Ottobre Ott 2019 1525 29 ottobre 2019

Il teatro mediatico di Trump non risolve la sfida jihadista. Anzi.

Soldati Curdi
Soldati curdi con i carri armati usati dallo Stato Islamico in Siria nel 2015 (foto di Mauricio Lima, “The New York Times”)

Si va in scena, ancora una volta alle spalle del popolo curdo. In vista delle presidenziali del prossimo anno, Donald Trump esibisce al mondo il suo trofeo, the world’s most wanted terrorist, con un’enfasi senza pari. L’obiettivo era prefissato dal 4 luglio 2014 quando nella moschea di Mosul Abu Bakr al-Baghdadi aveva annunciato la nascita dello Stato islamico. All’angolo sotto i colpi della procedura di impeachment per il caso Ucraina-Biden, con un gran coup de théâtre il presidente statunitense si guadagna la scena internazionale, erigendosi a paladino della lotta contro il terrore. Mission accomplished, torniamo allegramente a casa. E lo fa schiacciando nel tritacarne della storia coloro che lo hanno aiutato a identificare il covo del leader jihadista, suo nemico numero uno.

Spenti i riflettori sulla conferenza tenuta da Trump dopo l’annuncio dell’eliminazione del “califfo nero”, anche da parte curda emergono in queste ore i dettagli dell’operazione. Come ha rivelato alla Cnn Mustafa Bali, portavoce delle forze curde in Siria, è stato proprio Mazloum Kobani, il Capo militare dell’esercito curdo di Siria, ad aver “condiviso a maggio informazioni con gli Usa sulla posizione di al-Baghdadi, localizzato a Idlib”, nel nordovest della Siria. Nei mesi scorsi i curdi hanno infiltrato un loro informatore nell’organizzazione del Daesh che ha aiutato a localizzare il covo dove si nascondeva il “califfo”. Questo informatore ha ottenuto campioni del sangue e un pezzo di biancheria intima del leader jihadista che sono stati usati per i test del Dna che hanno portato alla conferma della sua identità prima che venisse condotto il raid.

A confermare il “ruolo chiave” delle Forze democratiche siriane anche una fonte del dipartimento di Stato, citata dalla Cnn, secondo cui i vertici militari americani sono stati “in stretto contatto” con il generale Mazloun, “su tutti gli aspetti di quello che stavamo facendo”. “Lui, la sua gente e le sue fonti di intelligence - ha sottolineato - hanno giocato un ruolo chiave in tutto questo, un ruolo molto, molto importante”.

La sua gente, ossia un alleato scomodo, ma fondamentale nella regione, espressione di un popolo come quello curdo che costituisce uno dei più grandi gruppi etnici senza uno Stato, 35 milioni di donne e di uomini sparsi su un territorio montagnoso che abbraccia Turchia, Siria, Iraq e Iran. Nel giugno 2014, quando sotto i colpi delle milizie jihadiste del “califfo” al-Baghdadi l’esercito iracheno si sciolse come neve al sole, le milizie curde divennero pedine indispensabili per l’amministrazione statunitense, proprio mentre nessuna potenza della coalizione internazionale intendeva dispiegare truppe di terra. Alle milizie curde spettò il compito di salvare i centri petroliferi, di combattere in prima linea per la riconquista delle roccaforti dell’Isis, al di qua e al di là del confine fra Siria e Iraq, da Mosul a Raqqa.

Poche ore fa, lo stesso Mazloum Kobani ha confermato con un tweet che l’eliminazione del capo dell’Isis è avvenuta con un’operazione congiunta delle Forze Speciali americane e di quelle curde, al culmine di un lavoro coordinato di intelligence durato 5 mesi. Vale a dire che mentre le milizie curde battevano come “scarponi sul terreno” il nordovest della Siria intorno a Idlib per conto dell’amministrazione statunitense, il presidente Trump annunciava il definitivo ritiro del contingente americano, interpretato da Erdogan come un via libera all’invasione della Siria settentrionale da parte dell’esercito turco.

Spesso la storia si è rivoltata contro i curdi. Alleate strategiche utilizzate dagli Stati Uniti come argine contro l’Isis, le Forze democratiche siriane (Fds) comandate da Mazloum Kobani avevano per mesi partecipato alla caccia all’uomo al leader jihadista, quando con la contestata operazione “Fonte di pace” dell’esercito turco è giunto improvviso l’ennesimo voltafaccia ai danni del popolo curdo, sotto lo sguardo inerte della comunità internazionale. Il 9 ottobre, le truppe di Erdogan, con la benedizione di Trump, creano una nuova “fascia di sicurezza” nel Rojava a ridosso del confine turco-siriano, precedentemente occupato dalle forze curdo-siriane delle Ypg (Unità di protezione popolare).

La decisione di Trump di abbandonare gli alleati curdi nelle mani di Erdogan segna l’ennesima contraddizione della guerra siriana. E innalza nuovamente Bashar al-Assad come il vero trionfatore dell’offensiva turca nel Rojava. Il dittatore siriano sta vincendo praticamente senza combattere nel suo stesso territorio con l’aiuto insperato dei suoi vecchi nemici turchi.

La starificazione mediatica del nemico può rivelarsi un grosso errore per l’amministrazione americana, andando a risvegliare sopite vocazioni nella gioventù dell’islamismo radicale, negli Stati Uniti come in Europa. Per il momento, ad avvantaggiarsi del disimpegno americano in un’area disintegrata da otto anni di guerra civile sono sempre i soliti attori dell’intricata polveriera mediorientale: la Russia, la Siria, l’Iran. Le coordinate lungo le quali si sarebbe sviluppato il nuovo “disordine regionale” erano evidenti dopo la decisione di Trump del dicembre scorso di ritirare le truppe dalla Siria e le conseguenti dimissioni del Segretario alla Difesa Jim Mattis: abbandonare il terreno senza averlo definitivamente stabilizzato, creare un vuoto rapidamente riempito da antichi avversari nell’area, rafforzare il jihadismo nell’intera regione, tradire la fiducia delle milizie locali che avevano combattuto sul terreno a fianco del contingente statunitense, indebolire la credibilità americana a livello globale, incrementare la destabilizzazione mediorientale.

Le acrobazie mediorientali di Trump servono solo a lui stesso, per rilanciare la sua immagine in vista delle presidenziali del 2020. L’eliminazione del capo dello Stato islamico non comporta necessariamente la fine dell’Isis, come la morte di Osama bin Laden non condusse alla fine di Al Qaida. Al di là di ogni facile euforia mediaticamente orchestrata a Washington, ritirare le forze statunitensi dalla Siria settentrionale può invece rivelarsi un errore strategico che potrebbe mettere a rischio le vittorie contro lo Stato islamico e minacciare la sicurezza nazionale in America come in Europa. Sotto la guida del bulldozer della Casa Bianca, senza una credibile strategia mediorientale il duro colpo inferto all’organizzazione del Daesh potrebbe paradossalmente lasciare l’Occidente più isolato e più vulnerabile alla minaccia jihadista.

@LucianoTrincia

Su questo blog:

Yemen, armi occidentali per una guerra dimenticata

La Siria e il paradigma dell’intervento umanitario

Iscrivendosi alla newsletter di questo blog è possibile ricevere per mail una notifica sugli articoli di prossima pubblicazione. Per iscriversi cliccare qui.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook