Turchia

Turchia: «la pista Isis non convince»

Dallo Stato Islamico alla pista interna, le prime indagini non escludono nulla. Per Isis colpire la Turchia sarebbe un clamoroso autogol: «da lì transitano gli uomini del Califfo per andare in Siria e per tornare in Europa»

Sultanhamet Attentato

Can Erok/Getty Images

12 Gennaio Gen 2016 1447 12 gennaio 2016 12 Gennaio 2016 - 14:47
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Sono le 10.20 a Istanbul – le 9.20 in Italia – quando una potente esplosione fa tremare Sultanahmet, la piazza centrale della città vecchia su cui si affacciano Santa Sofia e la Moschea Blu, luogo di residenza e raduno per eccellenza dei turisti. Secondo i dati diffusi dall'Ufficio del governatore della città ci sarebbero 10 morti e 15 feriti, pare soprattutto tedeschi. Bastano pochi minuti e comincia a prendere corpo l'ipotesi di un attentato terroristico. Le ricostruzioni più attendibili al momento parlano di un kamikaze. Il Presidente Erdogan ha dichiarato, secondo quanto riporta la Cnn turca, che l'attentatore sarebbe di origini siriane, e il vicepremier Kurtulmus ha confermato aggiungendo il dato dell'età: 28 anni. Secondo ufficiali della sicurezza turca, citati dalla Reuters, la pista più probabile è quella di un attacco dello Stato Islamico. Ma al momento tutti gli scenari restano aperti.

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«L'ipotesi di un attentato da parte dell'Isis contro la Turchia, per quanto al momento sembri la più probabile visto l'obiettivo e il modus operandi, non mi convince del tutto», dice Germana Tappero Merlo, analista esperta di terrorismo e intelligence. «Lo Stato Islamico in questo momento ha un bisogno disperato del supporto, o almeno della desistenza, di Ankara. È dalla Turchia che transitano gli uomini del Califfo per andare in Siria e per tornare in Europa. Se già prima era difficile, dopo un attentato del genere diverrà quasi impossibile». Non solo. Anche in Siria l'Isis è in un momento di grave difficoltà, con i lealisti di Assad da ovest (verso al-Bab) e i curdi siriani da est (verso Manbij) che stanno attaccando l'ultimo lembo di confine con la Turchia ancora in mano al Califfato. Scagliare un kamikaze contro quello che è in questa battaglia il proprio alleato di fatto rimane una scelta difficile da spiegare.

«Potrebbe essere una manifestazione di debolezza da parte dell'Isis», prosegue Tappero Merlo. «È già successo in passato, ad esempio con i recenti attentati kamikaze a Baghdad. Ma fare lo stesso in Turchia è davvero un gioco al massacro». Oppure potrebbe essere l'opera di un “lupo solitario”, un jihadista simpatizzante dell'Isis che ha agito di propria iniziativa, senza ordini o aiuto da parte del Califfato, e senza sapere il danno che potrà eventualmente arrecare alla causa da lui stesso sostenuta.

«L'ipotesi di un attentato da parte dell'Isis contro la Turchia, per quanto al momento sembri la più probabile visto l'obiettivo e il modus operandi, non mi convince del tutto»

Germana Tappero Merlo, analista esperta di terrorismo e intelligence

Un'altra pista possibile – ma che sta diventano meno probabile con il passare del tempo – era quella di un attentato curdo. Atipico per il mezzo usato (un kamikaze) e l'obiettivo prescelto (una meta turistica), avrebbe potuto essere giustificato dal tentativo – in un momento di violentissimo scontro tra Ankara e il Pkk - di sabotare Erdogan e il governo turco colpendolo là dove fa più male: nel portafogli, nell'economia legata al turismo. Tuttavia una simile mossa avrebbe leso i risultati raggiunti, a livello di simpatie da parte dell'Occidente, dai movimenti curdi – quelli siriani sono legati a doppio filo al Pkk – durante la guerra contro lo Stato Islamico. «Se fossero stati i curdi avremmo potuto ipotizzare l'inizio di un tentativo di destabilizzazione interno alla Turchia, considerato dalla leadership del Pkk come più importante che avere il supporto della stampa e delle opinioni pubbliche occidentali», spiega Tappero Merlo. Ma il fatto stesso che Erdogan, dovendo indicare un colpevole nell'immediatezza della strage, abbia indicato l'Isis e non i curdi (che sono il capro espiatorio per eccellenza nella propaganda del presidente turco), rende questa pista poco probabile.

«Se dovesse emergere una diretta responsabilità dello Stato Islamico in questa strage, potremmo essere alle soglie di una clamorosa inversione di rotta nella politica estera del governo turco»

Germana Tappero Merlo, analista esperta di terrorismo e intelligence

«Non credo si possa escludere nemmeno la tesi della “strategia della tensione” portata avanti da Erdogan», sostiene Tappero Merlo. «Ultimamente in Medio Oriente i giochi si sono fatti ancora più complessi e torbidi che in passato. Il presidente turco potrebbe essere in un momento di debolezza a causa di lotte intestine al suo establishment – il buon risultato elettorale ottenuto di recente potrebbe non essere del tutto cristallino, anzi – e poter indicare una minaccia esterna alla sicurezza (ad esempio da parte di jihadisti “lupi solitari”) gli può tornare utile per ricompattare un'opinione pubblica spazientita dalla sua ambiguità verso lo Stato Islamico e sospettosa dei suoi metodi di governo. È anche un modo per allontanare l'attenzione dai problemi interni che non sembra in grado di risolvere. In generale – conclude Tappero Merlo – penso che sia comunque ancora presto per farsi un'idea chiara di quanto accaduto, e con la censura di Erdogan temo ne sapremo poco anche dopo». Se la verità non fosse funzionale alla strategia di Ankara - è il timore diffuso tra diversi esperti - non la verremo mai a sapere, anzi verrà data una versione che giustifichi le prossime mosse di Erdogan. E se quindi emergesse una diretta responsabilità dello Stato Islamico in questa strage, potremmo essere alle soglie di una clamorosa inversione di rotta nella politica estera del governo turco.

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