Erdoğan e il contro-golpe: il peggio deve ancora venire

Dal presidenzialismo alla persecuzione di Gulen e di tutti gli altri oppositori, Il Sultano sta reagendo al golpe accentuando il carattere autoritario del suo potere. Ma il rischio più grande è un altro: che vada all’attacco della laicità

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20 Luglio Lug 2016 0717 20 luglio 2016 20 Luglio 2016 - 07:17

Abbiamo già discusso la tremenda approssimazione con cui è stato progettato e condotto il fallito golpe in Turchia e ne abbiamo presentato una possibile interpretazione in chiave stabilizzante.

Il colpo di stato è fallito in poche ore lasciandosi alle spalle circa 200 morti e alcune migliaia di feriti. Erdogan ha risposto con una purga di dimensioni staliniane imprigionando tremila giudici e oltre quattromila ufficiali, fra i quali una cinquantina di generali e ammiragli. Tutti sono accusati di essere membri o simpatizzanti di quella che il governo turco definisce Organizzazione Terroristica Fethullah guidata dal ricchissimo imam Fethullah Gulen, esule in Pennsylvania sotto la protezione dei servizi segreti USA.

Il repulisti si è ora concentrato sulla magistratura e sulle forze armate, ma sta ora proseguendo nella pubblica amministrazione, nelle università e nei media. La polizia turca invita la popolazione a segnalare alla propria divisione di sicurezza informatica chi sui social media abbia manifestato sostegno al colpo di stato.

Nonostante questo, non sono ancora stati chiariti né le identità di chi ha guidato il fallito complotto né i loro piani né i dettagli di come è stato sviluppato. Quello che ha colpito gli analisti di tutto il mondo è stato proprio quest’ultimo punto, in particolare l’assurda distribuzione spaziotemporale degli obiettivi da colpire.

Per avere una minima possibilità di successo, un colpo di stato deve prevedere prima di tutto la cattura e l’isolamento dei vertici dell’ordine costituito. Il secondo punto chiave consiste nel mettere immediatamente sotto controllo tutti i canali di comunicazione (inclusa Internet). Il terzo punto consiste nell’asservire tutti gli altri gangli vitali nelle principali città e farlo in modo visibile coi carri armati nelle piazze e davanti agli edifici chiave.

Tutti questi tre punti hanno come obiettivo unificante l’eliminazione non tanto del potenziale bellico, ma della capacità di comunicazione avversaria. Tutti i media (inclusa Internet) devono essere dedicati alla distribuzione di messaggi che diano il golpe come già perfettamente riuscito, invitando la popolazione a contribuire a eliminare le residue sacche di resistenza ancora opposte dagli ultimi governativi. L’intento è evidente: in una guerra che si svolge entro i confini di uno stesso Stato, non è il passaporto che ti dice da che parte stai, ma sei chiamato a deciderlo tu stesso e ad agire di conseguenza per salvarti la vita. Per questo, è vitale convincere i cittadini che il golpe è già praticamente riuscito e che è meglio per loro se contribuiranno in prima persona al suo pieno successo. E’ altrettanto evidente che se i governativi riescono a perseguire per primi questi stessi obiettivi, i golpisti non hanno più alcuna speranza.

Ottimo attuare il blitz quando il presidente si trova in un remoto resort sulla costa lontano dai centri di comando - e passi che l’albergo dove si trovava Erdogan sia stato attaccato solo alcune ore dopo il decollo dell’aereo presidenziale - ma perché nessun tentativo strutturato di mettere sotto controllo il territorio al di fuori della capitale Ankara? Il nodo commerciale ed energetico di Istanbul non è stato quasi sfiorato, e così il resto del Paese. I media non sono stati messi sotto controllo e le immagini del presidente vivo e operativo che invitava la popolazione a mobilitarsi hanno fatto il giro del Paese - e del mondo - decretando il fallimento del colpo di stato.

La Turchia rischia di dividersi in due se Erdogan arriverà all’estremo di identificare i non religiosi come nemici del popolo e dello Stato

Ora il Paese sta entrando in una nuova fase caratterizzata da quattro dinamiche.

La prima - e più evidente - è l’eliminazione di ogni oppositore. Erdogan sta classificando come golpisti tutti i personaggi scomodi con l’evidente obiettivo di rimodellare le forze armate, l’apparato giudiziario, quello amministrativo, l’educazione, i mass media ed anche i social media.

Ora, infatti, ha l’opportunità di ricostruire l’ordinamento statuale a sua immagine e somiglianza forte non solo del suo successo personale nel neutralizzare efficacemente gli insorti ma anche del sostegno ricevuto non solo dai militanti del suo partito ma anche da buona parte della popolazione. Molti cittadini di ogni credo politico non hanno esitato a mettere a rischio la propria vita per fermare i carri armati. Non è un caso che in una delle sue prime dichiarazioni abbia definito il tentato golpe come un dono di Allah che aiuterà la Turchia a ripulire le forze armate.

La seconda dinamica sarà un sempre più raffinata e pervasiva narrativa attorno alla minaccia rappresentata dall’Organizzazione Terroristica Fethullah e al tentativo di dimostrare che Gulen e i suoi seguaci sono stati gli artefici del golpe e pertanto vanno puniti in blocco.

Anche se pare incredibile che fosse completamente all’oscuro del golpe un personaggio in così stretto contatto tanto coi servizi segreti USA che con i suoi affiliati nei gangli del potere turco, pare altrettanto poco probabile che Gulen sia stato il vero artefice del tentato rovesciamento. Intanto, Gulen ha iniziato ad infiltrare le forze armate solo nell’ultimo decennio grazie alla sua precedente alleanza con Erdogan. Questo tipo di infiltrazione prevede l’inserimento di ufficiali “dormienti” nell’organizzazione militare piuttosto che la conversone di ufficiali maturi. Per questo, non è chiaro come gli ufficiali di alto rango coinvolti nel golpe (tutti abbondantemente ultracinquantenni) possano essere stati agenti dormienti di Gulen. Senza contare che molti membri delle forze armate odiano il fanatismo religioso forse più di quanto possano odiare Erdogan. La pressione sugli USA per chiedere l’estradizione dell’imam sarà solo simbolica, ma una cosa è certa: la criminalizzazione di Gulen e dei suoi seguaci veri o presunti sarà l’elemento dominante dello storytelling governativo dei prossimi mesi.

La terza dinamica consisterà nel modificare le istituzioni verso un presidenzialismo assoluto. Ora la Costituzione turca assegna poteri relativamente limitati all’ufficio di presidente. Erdogan ha tentato di manipolare la Costituzione fin da quando ha preso il potere, ma ora potrà tentare di chiedere una decisa riforma costituzionale che gli assicuri potere esecutivo assoluto senza contrappesi da parte dell’autorità parlamentare o giudiziaria.

Adesso lo sventato golpe gli offre l’occasione che ha mancato per anni; la perseguirà adottando probabilmente a stessa tattica che ha dimostrato di saper usare in ogni momento della sua carriera: alternerà il ruolo di padre della Patria benevolo e tollerante con quello di inflessibile castigatore di quelli che avrà di volta in volta etichettato come criminali, in Patria e all’estero. Questa tattica del “poliziotto buono e poliziotto cattivo” ha spesso disorientato gli interlocutori e ha già prodotto ottimi risultati in passato, ad esempio nel gestire il pericoloso rapporto con i terroristi di ISIS e al contempo nel tenere buona la Russia da cui dipende l’approvvigionamento energetico e buona parte del commercio del Paese. Quando questa fase sarà completata, la Turchia entrerà in una dittatura formalmente democratica che farà percepire gli ultimi anni come una fase relativamente liberale della propria storia.

La quarta dinamica non è del tutto originale ma è la più pericolosa: si svilupperà una fortissima polarizzazione della nazione non solo fra Turchi e Curdi, ma soprattutto fra secolaristi ed islamisti. Quando Erdogan ha invitato la popolazione a scendere nelle strade, le moschee hanno trasmesso litanie religiose per invitare alla mobilitazione e diversi religiosi si sono spinti ad annunciare: «Questa è la Jihad, devi scendere in strada in nome di Allah». Le folle di antigolpisti, incitati da messaggi religiosi, hanno spesso brutalizzato o massacrato coscritti catturati sui carri golpisti che spesso erano completamente inconsapevoli della natura degli ordini ricevuti.

Se la narrativa antigolpista riesce ad assumere una connotazione religiosa e antisecolare, la polarizzazione politica del Paese assumerà per forza di cose un carattere di violento fanatismo religioso. La nazione rischia di dividersi in due se Erdogan arriverà all’estremo di identificare i non religiosi come nemici del popolo e dello Stato. Ne risulterà una Turchia profondamente islamizzata, proprio nel punto più caldo del Pianeta: al crocevia fra Europa, Russia, Medio Orientee il fanatismo religioso alimentato dai terroristi di ISIS.

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