Trauma post-terremoto, quelle crepe che il sisma lascia nella mente

Il crollo della casa è solo l’inizio: in una situazione di pericolo senza via di fuga si creano le condizioni per il trauma. Una reazione emotiva che si sedimenta nella coscienza e condiziona il futuro e la serenità delle persone che la subiscono

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5 Novembre Nov 2016 0830 05 novembre 2016 5 Novembre 2016 - 08:30

Forse è banale dirlo, ma un terremoto come quello che sta colpendo ripetutamente l’Italia è, a tutti gli effetti, un trauma. In psicologia il trauma è un tema su cui solo da poco si è cominciato a capire qualcosa. Ci si è baloccati (un po’ troppo?) per tutto il novecento con la vita interiore, con le fantasie interne e inconsce e con i pensieri cognitivi dai quali tutto dipende e così si sono sottovalutati tutti i fatti esterni al soggetto. Nel buon senso dei non esperti, invece, lo si era capito da tempo: il trauma è una cosa dura che spella vivo chi ci passa.

La sofferenza dipende da quel che pensiamo, il trauma è un’altra cosa. È una buona notizia, allora, che da un po’di tempo gli psicologi hanno a disposizione migliori strumenti per la comprensione e l’intervento, ed è un’altra buona notizia anche il fatto che questi strumenti siano abbastanza diffusi nel servizio sanitario italiano, in questi giorni impegnato nei soccorsi – e, si teme, lo sarà ancor di più lo sarà negli anni futuri, in quella che si annuncia come una lunga assistenza.

Un trauma è una condizione estrema di minaccia all’integrità e alla sopravvivenza fisica. Cui l’organismo risponde in maniera altrettanto estrema. Sono reazioni che danno qualche probabilità in più di sopravvivenza di fronte al pericolo, a un costo psicologico, però, molto pesante col quale si fanno i conti negli anni successivi. Di fronte alle minacce non estreme l’essere vivente reagisce fuggendo o contrattaccando, come sappiamo. Il trauma invece ha luogo quando la fuga è impossibile, quando si sta con le spalle al muro e guardando in faccia la morte.

In queste condizioni l’organismo – sembrerà paradossale – a sua volta simula la morte. Non per anticiparla, ma perché il freezing, cioè una brusca ed estrema riduzione del tono muscolare accompagnata da una disconnessione fra i centri nervosi superiori e inferiori, risulta la reazione più adeguata per sopravvivere in una condizione senza scampo. L’animale, o la persona, di fatto sviene e la sua muscolatura si immobilizza e le sensazioni periferiche scompaiono.

Di fronte alle minacce non estreme l’essere vivente reagisce fuggendo o contrattaccando, come sappiamo. Il trauma invece ha luogo quando la fuga è impossibile, quando si sta con le spalle al muro e guardando in faccia la morte

Ha senso agire in questo modo di fronte a un tipo particolare di minaccia: l’attacco di un predatore che impedisce la fuga. A queste condizioni simulare la morte può essere uno scampo: molti predatori mangiano solo prede vive. In altri tipi di pericoli, però, si tratta di una reazione non sempre appropriata. Ad esempio, durante l'attentato alle Twin Towers dell'11 settembre, le persone presenti nelle torri reagirono con velocità dimezzata rispetto a quanto previsto nelle esercitazioni: attesero in media sei minuti prima di iniziare a fuggire e impiegarono in media circa un minuto per scendere ogni piano. In quel caso il rallentamento delle reazioni mentali e muscolari, un freezing parziale, non fu affatto di aiuto. I pochi che si salvarono scendendo dai piani superiori furono quelli che avevano reagito fuggendo immediatamente e alla massima velocità.

La nostra mente evoluta ha moltiplicato all’infinito le capacità di analisi dei problemi. Purtroppo però il repertorio delle soluzioni resta sempre limitato. Tante analisi e ragionamenti per poi ritrovarsi con lo stesso misero mazzo di quattro carte da giocare di un animale non sapiens: fuggire, attaccare, attendere e svenire. E pensare? Certo, ma in un trauma è solo un modo raffinato di attendere. Chi si salvò l’11 settembre non era un pensatore.

Insomma, sono tutte soluzioni abbastanza limitate. Abbiamo difficoltà ad accettare questi limiti. È la stessa difficoltà che in questi giorni impedisce a qualcuno di accettare che un terremoto non può essere previsto dalla scienza moderna. Poi si può rimuginare a lungo e con qualche ragione sui metodi di costruzione edilizia più recenti, fatto sta che le sciagure naturali sono difficili da considerare. Meglio prendersela con qualcuno.

Il trattamento psicologico di queste persone, per fortuna, ha fatto grandi passi avanti negli ultimi anni. Gli interventi psicoterapeutici più efficaci, sia quello cognitivo-comportamentale che quello psicoanalitico-psicodinamico, partono dalla considerazione che non sempre tutta la sofferenza psicologica può essere imputata alle fantasie inconsce o ai pensieri disfunzionali dei pazienti

Passata la sciagura, il trauma diventerà sempre più un problema psicologico, cioè si concretizzera in quella reazione psicologica al trauma che abbiamo descritto e che, in termini tecnici, va sotto il nome di “dissociazione”. Già di utilità molto parziale durante il pericolo, la dissociazione mentale diventa definitivamente dannosa nei giorni, nei mesi e negli anni che seguono alla disgrazia. Il trauma non è solo un evento accaduto nel passato, ma lascia un’impronta psicologica nel presente della mente, del cervello e del corpo. È un’impronta che determina una profonda trasformazione del modo in cui pensano le persone traumatizzate: vivono costantemente nel passato traumatico, hanno difficoltà a capire cosa stia accadendo intorno a loro e subiscono una seria compromissione della capacità di immaginazione e della flessibilità mentale. Ciò limita la loro capacità di contemplare il futuro, di avere progetti e desideri. Vivono in un persistente stato di paura e allarme.

Il trattamento psicologico di queste persone, per fortuna, ha fatto grandi passi avanti negli ultimi anni. Gli interventi psicoterapeutici più efficaci, sia quello cognitivo-comportamentale che quello psicoanalitico-psicodinamico, partono dalla considerazione che non sempre tutta la sofferenza psicologica può essere imputata alle fantasie inconsce o ai pensieri disfunzionali dei pazienti. Questo ha permesso lo sviluppo di protocolli di cura basati sulla rieducazione emotiva e cognitiva di chi soffre, rieducazione che passa non solo attraverso il canale della consapevolezza e del ricordo di memorie temute ed evitate, ma anche attraverso una riacquisizione amichevole delle sensazioni corporee e, per questa via, delle emozioni e delle memorie traumatiche.

Il maggiore limite delle persone traumatizzate è l’incapacità di vivere ogni emozione, perfino quelle positive, in maniera tranquilla e normale. Per il traumatizzato ogni percezione finisce per essere un’esperienza insopportabile. Anche emozioni che nulla hanno a che fare con il trauma sono vissute con intensità terrificante, poiché la taratura della sensibilità percettiva si è spostata verso il basso e la dissociazione tra sensazioni periferiche e cervello finisce per trasformare ogni emozione in un intollerabile urlo interiore.

La rieducazione consiste in un lento lavoro di nuova familiarizzazione con le percezioni corporee. Apprezzare di nuovo la sensazione tattile delle mani sulla superficie di un tavolo può essere un primo passo per arrivate di nuovo a provare emozioni non solo di gioia, ma anche di tristezza, rabbia e soprattutto paura senza esserne sopraffatti.

* Un ringraziamento alla collega Loredana Musella, esperta di trauma, per la consulenza.

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