Da Fedez a Rovazzi la Siae perde i pezzi, ma il monopolio non crollerà

Regole poco chiare, pessima ripartizione dei proventi, tempi lunghi: sono tante le critiche mosse a Siae che hanno spinto artisti di rilievo a passare ad altre società. Siae, anche se minimizza, sembra aver capito il messaggio...

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Dalla pagina Facebook di Fabio Rovazzi

7 Gennaio Gen 2017 0830 07 gennaio 2017 7 Gennaio 2017 - 08:30

Che cosa hanno in comune Fedez e Fabio Rovazzi? Molte cose, certo, dalla provenienza milanese allo sfinimento da tormentone estivo provocato dalle loro recenti hit. Ma da qualche mese Fedez e Rovazzi sono anche uomini-immagine di una svolta che sembra epocale: entrambi, infatti, hanno lasciato la Siae, affidando la gestione dei propri diritti a Soundreef, ente indipendente fondato da Davide d'Atri.

“Sostengo chi fa della trasparenza e della meritocrazia un valore fondante”, aveva detto Fedez al momento dell'abbandono di Siae (anche se il rapper rimane iscritto come editore). Ma il colosso dei diritti d'autore italiano sta davvero scricchiolando? Come mai alcuni artisti con un certo seguito, inclusi Gigi D'Alessio e Noyz Narcos, hanno abbandonato Siae?

A rendere Siae invisa ad artisti e aspiranti concorrenti c'è prima di tutto una legge del lontano 1941 che sancisce, da oltre settant'anni, il monopolio di Siae nella gestione dei diritti sul territorio italiano.

Perché un monopolio? “La concorrenza, normalmente, consente un miglioramento dei servizi e un abbassamento dei prezzi". È quello che pensano sia Davide d'Atri di Soundreef che Adriano Bonforti, fondatore della piattaforma Patamu, un'altra delle realtà indipendenti che stanno cercando di insidiare il gigante statale offrendo riscossione delle royalities per i live (“Sul resto – assicura Bonforti – stiamo lavorando”).

Il regime di monopolio, dicono, ha permesso a Siae di imporre condizioni sfavorevoli, specie ai piccoli player. Non tutti sono d'accordo, però. L'avvocato Andrea Marco Ricci, presidente di Note Legali, associazione di promozione sociale che si occupa della tutela dei musicisti, spiega: “Il monopolio, per legge o di fatto, esiste in tutta Europa. Nessuno scandalo, anzi: come potrebbe un utilizzatore stringere accordi con decine di sigle che tutelano ognuno un piccolo gruppo di artisti? Per non parlare del caos al momento del pagamento”.

E anche da Siae fanno sapere: “Avere monopoli nazionali facilita gli accordi tra società e utilizzatori a livello internazionale. Per Spotify, per esempio, è molto più semplice trattare solo con Siae per il mercato italiano”.

Comodità o meno, c'è un elemento che dà forza alla battaglia degli indipendenti. È la direttiva europea 2014/26, la cosiddetta direttiva Barnier, che consente al titolare di un'opera “di poter scegliere liberamente l'organismo di gestione collettiva cui affidare la gestione dei suoi diritti”. Non solo: secondo Davide d'Atri di Soundreef, “la direttiva non sancisce il libero mercato, ma addirittura lo dà per scontato, stabilendo regole di trasparenza e correttezza supponendo già un contesto di concorrenza”.

Come l'Italia recepirà la direttiva non è ancora chiaro, ma da Siae passa un'interpretazione molto diversa, che consdiera la direttiva un'apertura ad operatori internazionali, senza che però siano date indicazioni specifiche sul superamento di monopoli interni.

Non è solo un problema di libera impresa, però, perché a rimetterci, per anni, sono stati anche gli artisti. Tra quota di iscrizione, bollo annuale e tassa di deposito si arrivava abbondantemente a cifre a due zeri. Per fortuna, da un paio d'anni, le cose sono cambiate e gli under 30 si iscrivono gratuitamente a Siae. Una casualità? Da Siae fanno sapere che il progetto, chiamanto Agenda Digitale, era già previsto da tempo, ma c'è chi pensa che Siae sia corsa ai ripari vedendosi minacciare la propria posizione.

“Oltre all'iscrizione gratuita per gli under 30 – spiega d'Atri, - Siae ha anche introdotto il borderò digitale e un sistema per gestire il conto degli artisti online, guarda caso tutte innovazioni a cui noi eravamo già arrivati e che gli artisti apprezzavano largamente”.

Il monopolio difficilmente crollerà, anche per motivi politici, ma forse per il sistema, adagiato da anni su norme comode e abitudini paleolitiche, è suonata la sveglia.

Oltre alla semplicità e all'immediatezza del digitale, si spera che Siae possa così accorciare i tempi di riscossione - e quindi di pagamento degli artisti, ancora troppo più lenti rispetto ai piccoli concorrenti. "E' vero - rispondono da Siae - ma i nostri resoconti considerano molti più broadcaster e i tempi sono più lunghi perché dobbiamo aspettare da loro parte della documentazione sui passaggi della musica".

C'è poi la questione dei criteri di ripartizione, molto criticati dai concorrenti da Siae, che accusano la società di buttare nel calderone proventi per milioni di euro che non si riescono a ripartire analiticamente, e di spartirli poi secondo modalità troppo favorevoli ai grandi.

Anche in questo caso, però, Andrea Marco Ricci ha le idee chiare: “Spesso i costi per fare un'analisi analitica sono superiori a quelli dei proventi riscossi. Immaginiamo di andare ad un bar a chiedere esattamente che musica ha trasmesso e per quanto tempo. Sarebbe impossibile. Quando si può fare, l'analisi di Siae è analitica, ma spesso ricorrere a una media è necessario e per questo che chi passa di più in radio riscuote di più, ma non c'è alcun favoritismo di partenza”.

Al di là di come verrà recepita la direttiva Barnier in Italia e di come si evolverà il mercato, è innegabile che l'impatto mediatico del passaggio di Fedez, Rovazzi ed altri artisti a Soundreef abbia contribuito a riaccendere un dibattito legittimo.

Pura campagna acquisti da parte di Soundreef? Anche se fosse, resta il fatto che Siae, pur predicando calma e ricordando che nell'ultimo anno, pur con qualche fuga fisiologica, gli iscritti sono aumentati, è stata costretta ad un ammodernamento che non si vedeva da anni. Alla presidenza è arrivato Filippo Sugar, molto più incline allo svecchiamento della società di quanto non fossero le gestioni precedenti, e la sensazione è che la lente di ingrandimento dell'opinione pubblica terrà comunque all'erta Siae.

Il monopolio difficilmente crollerà, anche per motivi politici, ma forse per il sistema, adagiato da anni su norme comode e abitudini paleolitiche, è suonata la sveglia.

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