Il prezzo del petrolio non salirà: per noi è l’ultima occasione

L’OPEC ha deciso di rallentare lievemente la produzione. Il prezzo del greggio ne ha subito risentito riguadagnando oltre l’8% nel solo ultimo mese. Ma non si tratta di una risalita strutturata: è molto probabile che il prezzo del petrolio rimarrà basso anche nel 2017

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30 Gennaio Gen 2017 1534 30 gennaio 2017 30 Gennaio 2017 - 15:34
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Proprio un anno fa, il prezzo del petrolio era precipitato ai livelli del maggio 2003. L’11 febbraio il greggio americano aveva toccato i 26,05$ al barile: oltre il 75% in meno rispetto a un anno e mezzo prima. Intanto, le compagnie petrolifere estraevano ogni giorno tra uno e due milioni di barili di petrolio in eccesso rispetto al consumo, saturando tutti gli stoccaggi disponibili.

Da quel momento è iniziata una faticosa risalita fino ai 52$ di dicembre 2016 e i 54$ raggiunti il giorno della Befana – che evidentemente deve aver scaricato combustibili fossili (solidi) nelle calze di alcuni petrolieri. Quindi il prezzo è sceso ancora ed oggi annaspa di nuovo poco sopra i 54$ a causa di una combinazione di difficoltà geopolitiche concentrate nei Paesi maggiori produttori di greggio e di una raffica di notizie false – o quantomeno non accertate – provenienti sia dagli ambienti democratici che da quelli repubblicani americani allo scopo di ostacolare i primi passi della presidenza Trump.

Nel primo quarto del 2017, se l’OPEC manterrà gli impegni presi a proposito dei tagli alla produzione, il prezzo del greggio potrebbe salire anche fino a 60$; ma il valore raggiunto non sarà stabilizzato. È probabile che scenderà di nuovo fino ad assestarsi nuovamente fra i 40 e i 45 dollari o forse poco di più. Anche se diversi analisti, fra cui Goldman Sachs, prevedono una stabilizzazione proprio attorno ai 60$, la International Energy Agency scommette su un valore attorno ai 50$ almeno nella prima metà del 2017 mentre si aspetta di veder raggiungere la soglia dei 55$ solo nella seconda metà dell’anno.

Infatti, è possibile l’arrivo di una pericolosa recessione proprio nel corso dell’anno appena iniziato per il combinato disposto di una serie di fattori. Analizziamoli aiutandoci con una carta geografica.


OPEC

Due anni fa, l’OPEC ha invaso il mercato con greggio a prezzi di saldo proprio per eliminare dal tavolo di gioco il gas e il petrolio estratto da terreni scistosi (Shale Oil & Gas) attraverso le moderne tecniche di idrofratturazione idraulica. Al di là delle problematiche ambientali, queste tecnologie sono molto costose e portano fino ai 60$ il prezzo di estrazione di un barile di greggio texano. Questo tipo di giacimenti è molto diffuso proprio negli Stati Uniti. Infatti, con il prezzo del barile sopra i 100$, l’America – nonostante sia il primo fra i consumatori di energia – non era più uno dei principali importatori ma era addirittura diventato un Paese esportatore di petrolio. È chiaro che, agli attuali prezzi di vendita, non conviene più estrarre idrocarburi dagli scisti ma mantenerli come riserva strategica su cui poter contare in caso di guai internazionali.

Lo stesso ragionamento si applica al petrolio estratto dal Mare del Nord. Il cosiddetto Brent, il vettore energetico principale della Gran Bretagna, ha un costo di estrazione che oscilla sui 45-55$ al barile a causa dei costi di gestione delle piattaforme. Anche in questo caso, all’OPEC non converrà affatto permettere che il Brent si rimetta in gioco. E infatti, dopo anni di produzione in perdita, gli Inglesi stanno completando lo smantellamento delle infrastrutture petrolifere nel Mare del Nord.

È vero che forti investimenti nella ricerca e nello sviluppo di tecniche di fracking più efficienti hanno portato alcuni pozzi nella formazione Bakken (tra il Montana e il Nord Dakota) ad avere costi di produzione del barile WTI (West Texas Intermediate) attorno ai 30$, ma si tratta di casi eccezionali.

D’altra parte, Arabia Saudita e Kuwait non possono permettersi di spingere l’intera OPEC a puntare su prezzi troppo bassi sia per non diminuire troppo i profitti (anche se i media non ne parlano, l’Arabia Saudita si sta svenando nella guerra in Yemen) sia perché non tutti i Paesi membri possono permettersi di tagliare la produzione in questo momento. L’Algeria, ad esempio, deve garantire la coesione sociale con una produzione sostenuta per non rischiare anche in casa propria una Primavera Araba a scoppio ritardato.

Per tutti questi motivi l’OPEC non potrà forzare i prezzi al ribasso come negli ultimi anni ma, allo stesso tempo, non può permettere al barile di salire sopra i 55$.


Libia

La situazione in Libia sarà uno dei principali fattori che determineranno il prezzo del petrolio nel 2017. Ai tempi di Gheddafi era una delle nazioni leader dell’OPEC e una delle più influenti del continente. Questo soprattutto grazie alla prosperità derivata dall’esportazione di petrolio principalmente verso l’Europa tramite Eni, il primo operatore in quel territorio.

Dopo la caduta del regime, la Libia è esplosa in una miriade di tribù che alternano guerre ed effimere alleanze con le tribù vicine e con i due centri di potere rappresentati dal governo riconosciuto dall’Onu di Fayez al-Serraj e dal governo di Tobruk sempre più vicino alla Russia e guidato dal generale anti-islamista Khalifa Haftar. Non si può dimenticare che quello che resta delle bande dei predoni battenti bandiera ISIS è tutt’altro che sconfitto ma è semplicemente sparito.

L’OPEC ha esentato la Libia dal tagliare la produzione, sia perché, per motivi bellici, raggiunge tuttora meno di un terzo della propria produzione ai tempi della Jamahiriya, sia perché non esiste un’unica autorità statuale in grado di recepire e farsi garante dell’indicazione. Non è un caso che l’altra nazione a cui non sono state imposte restrizioni è proprio l’altrettanto magmatica Nigeria.

Haftar ha permesso all’Eni di riprendere e intensificare la produzione nei campi sotto il governo di Tobruk e la Nigeria ha recentemente sorpassato l’Angola portandosi alla guida delle nazioni africane esportatrici di petrolio. Insieme, Libia e Nigeria hanno un potenziale estrattivo di tre milioni di barili al giorno e un consolidamento politico in entrambe le nazioni potrebbe portare a destabilizzare il cartello OPEC. Ma è probabile che la principale minaccia al cartello non derivi da produttori OPEC ma dall’esterno: ricordiamo che nessuno può imporre alcun taglio, ad esempio, a Russia, Sud Sudan o Oman.

Gli ultimi dati indicano in 33,87 milioni di barili al giorno l’intera produzione OPEC, ma il tetto stabilito dai recenti accordi è stato posto a 32,5 milioni complessivi. È chiaro che l’Arabia Saudita potrà farsi carico anche da sola del taglio di 1,37 milioni di barili, ma – con la guerra in corso in Yemen – non potrà invece tagliare indefinitamente per compensare gli aumenti di produzione delle altre nazioni OPEC.

La riapertura dell’ambasciata italiana a Tripoli è stata evidentemente influenzata anche dalla necessità di riattivare al più presto uno dei più grandi campi petroliferi del Nord Africa: il campo Elephant che Eni ha dovuto chiudere nel 2015. Il più grande campo petrolifero libico, il Sahara, è stato chiuso nel 2014 dal principale operatore Repsol. Entrambi i campi sono stati riaperti alla fine del 2016 ed hanno una produttività potenziale di cinquecentomila barili al giorno.

Intanto, le forze del generale Haftar hanno ricatturato il terminale petrolifero libico di Es Sider in Cirenaica. È il più grande della Libia ed è in grado di pompare attraverso il Mediterraneo seicentomila barili al giorno, più o meno l’intera produzione libica attuale, più che duplicata dallo scorso settembre.

Tutte queste considerazioni portano a ritenere non improbabile che la Libia possa superare la soglia del milione di barili al giorno entro il 2017. Va notato che il generale Haftar, colui che ha reso raggiungibile questo stesso obiettivo, ha stretto sempre più forti legami con la Russia e non ha mancato di farsene vanto con la visita alla portaerei Ammiraglio Kuznetsov al largo della Cirenaica. Se chi controlla i principali pozzi e terminali appalesa l’appoggio che riceve dalla Russia e quindi può fungere da polo unificatore dell’arcipelago di milizie e tribù grazie alla propria forza militare ma anche grazie ai proventi della vendita di petrolio, c’è da pensare che l’ONU, scommettendo invece su Serraj, abbia puntato sul cavallo sbagliato.

Il cambio di rotta del prezzo del petrolio registrata in questi giorni è in parte provocato anche dalle notizie che giungono da Libia e Nigeria; con l’aumento effettivo della produzione il prezzo non potrà che diminuire ulteriormente. Tecnicamente, l’OPEC potrebbe raggiungere un nuovo accordo che includa anche tetti di produzione per Libia e Nigeria, ma resterebbe il problema di farlo rispettare.


Cina

Pechino ha recentemente riposizionato il suo obiettivo di crescita per il 2017 ed ha ammesso che potrebbe scendere sotto il comunque elevatissimo 6,5%. Tutti gli stoccaggi di petrolio e gas della Cina sono stati riempiti durante gli ultimi due anni grazie ai prezzi bassi ed ora possono aiutare a compensare l’aumento della domanda del Paese consumatore di petrolio con il più alto tasso di sviluppo.

Se il nuovo corso dell’economia di Trump avrà successo, la Cina subirà non solo le conseguenze del crollo nelle esportazioni verso gli Stati Uniti ma anche l’apprezzamento del dollaro. Quest’ultimo fattore porterebbe la Cina a subire un aumento del costo dei combustibili fossili.


Iran

L’eliminazione delle sanzioni all’Iran ed il suo reinserimento nel circuito commerciale internazionale ha intensificato la storica rivalità fra questo e l’Arabia Saudita, cioè fra il più grande stato sciita e il più grande stato sunnita.

Ora i due si fronteggiano militarmente in due zone calde del globo. In Yemen, dove l’Iran sostiene i ribelli yemeniti Houthi, mentre i Sauditi sono schierati con il presidente yemenita Abdrabbuh Mansour Hadi. Intanto in Siria, l’Iran affianca la Russia nel sostegno al presidente Bashar al-Assad. Ma la Siria ha più volte accusato i sauditi di finanziare non solo bande di estremisti islamici ma direttamente lo Stato Islamico. Questa partita ha ripercussioni nel campo energetico. Infatti, i sauditi mantengono il petrolio a buon mercato non solo per tagliare fuori mercato lo shale oil & gas americano e il brent del Mare del Nord (rendendo, così, dipendenti dalle importazioni sia gli USA che la Gran Bretagna) ma anche per tagliare le gambe alle esportazioni iraniane ora che il più grande Paese produttore a Est dell’Arabia ha riavviato il commercio grazie all’eliminazione delle sanzioni.

Finché Iran e Arabia Saudita – i due principali membri OPEC - non raggiungeranno accordi che includano anche la cessazione delle loro ostilità in Siria e in Yemen, l’intera OPEC resterà in stallo.


Usa

Il nuovo corso all’economia americana promesso da Trump avrà una influenza decisiva sul prezzo del petrolio. La nuova presidenza perseguirà una politica isolazionistica che passa necessariamente per una sempre minore dipendenza energetica dall’estero. Trump ha percorso l’intera campagna elettorale rassicurando l’industria energetica nazionale, o meglio, promettendo sostegno al settore dei combustibili fossili a discapito delle energie rinnovabili.

Quando il petrolio viaggiava sopra i 100$ al barile, le tecniche di idrofratturazione idraulica (fracking) sono risultate determinanti nello sfruttamento intensivo dei giacimenti texani e hanno portato il più grande Paese consumatore di energia a diventare non solo autosufficiente ma addirittura esportatore di petrolio e gas. I Sauditi risposero nel 2014 invadendo il mercato con il loro petrolio. Se lo potevano permettere perché i loro costi di produzione oscillano fra i 2 ed i 12$ al barile. Ma in questo modo hanno messo fuori mercato il petrolio estratto col fracking (queste tecniche portano il costo di produzione a superare i 60$). Le azioni di Exxon Mobil, Chevron e Halliburton sono ora in crescita perché il mercato aspetta incentivi governativi all’industria estrattiva. Incentivi che andranno anche verso la ricerca di innovazioni tecnologiche che permettano di rendere più economiche le attuali tecniche di idrofratturazione.

Ma attenzione ai rapporti con la Russia: ora Mosca subisce i prezzi bassi del greggio, ma solo perché le sanzioni le impediscono di esportarlo. In queste condizioni, anche l’aumento del prezzo non le offrirebbe alcun beneficio. Ma se Trump darà la spinta decisiva all’eliminazione delle sanzioni, la Russia potrebbe non solo riprendere a vendere idrocarburi in tutto il mondo, America compresa, ma anche attrarre investitori e nuove campagne di esplorazione. Il vantaggio sarebbe quindi reciproco e il danno ricadrebbe sui paesi OPEC che, con il ritorno in campo di un esportatore di quelle dimensioni, incontrerebbero enormi difficoltà a fare rispettare qualsiasi accordo sul prezzo.

In conclusione, è probabile che nel 2017 il prezzo del barile ritorni e si mantenga sui valori medi del 2016 – attorno ai 44 $. Il fattore decisivo di questa stabilizzazione è proprio la relazione fra Trump e Putin. Mentre Clinton avrebbe intensificato le pressioni sulla Russia in favore dell’Arabia Saudita, la rivoluzione che il nuovo presidente vuole imporre alla politica economica ed alla politica estera americana non potrà che mantenere i prezzi bassi.


Europa

Intanto, in tutta Europa i populisti avanzano ed è probabile che questo produca due effetti.

Prima di tutto, i novelli governanti si troveranno a fare i conti con le loro promesse elettorali e scopriranno che è facile cavalcare la rabbia popolare ma è meno semplice placarla. È perciò prevedibile che non saranno in grado di dare un deciso impulso all’economia di ciascun Paese.

Inoltre, partiti che hanno raggiunto il potere sulla base del No all’Europa provocheranno ulteriori spinte nazionaliste permettendo così non solo alla vicina Russia ma anche a Cina, USA e Gran Bretagna, di consolidare relazioni commerciali uno a uno con le singole nazioni da una posizione di forza, incluso il commercio di idrocarburi.

In una stagione di sviluppo quantomeno “lento”, converrà a tutti mantenere bassi i prezzi dell’energia.

Per l’Europa, e in particolare per il nostro Paese, questa sembra l’ultima occasione per rilanciare gli investimenti e dare una spallata che permetta di riavviare l’economia approfittando delle prospettive favorevoli create dalla nuova politica monetaria della Banca Centrale Europea, dalla svalutazione dell’Euro che rende la nostra bilancia commerciale più competitiva di prima, dalla gigantesche scoperte di gas effettuate da Eni proprio nel Mediterraneo e, soprattutto, dell’attuale basso costo dell’energia.

Potrebbe essere anche il momento buono per investire seriamente sulla ricerca di nuove tecnologie per lo sfruttamento di fonti di energia rinnovabili, prima che qualche altro grave fattore esterno provochi una impennata nel prezzo dei combustibili fossili. Non dimentichiamo che le aree politicamente più instabili del pianeta sono proprio quelle dove si trovano i maggiori produttori di energia.


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