Il bastone e la carota

Salviamo il latino da chi lo banalizza, come Gardini. Seguite l'esempio di Mandruzzato: studiate

Il bastone e la carota: due libri a settimana, uno raccomandato e uno sconsigliato. 'Con Ovidio. La felicità di leggere un classico' di Gardini da il poeta alle masse popolari, uccidendolo. 'Il piacere del latino' di Mandruzzato affronta la verità della vita attraverso il latino: bisogna faticare

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FILIPPO MONTEFORTE / AFP

7 Luglio Lug 2017 0851 07 luglio 2017 7 Luglio 2017 - 08:51

Il bastone. Parlare di editoria, ormai, è un assurdo. Meglio dire ‘enogastronomia libraria’. In una libreria qualsiasi, i libri stanno lì, sgargianti, come taglieri di prosciutto, come fette di pizza. Il ‘prodotto’ è fresco, appena sfornato, immediatamente digeribile, saporito. Accessibile. Il libero accesso alla lettura è il vero cesso della cultura. I libri, infatti, non sono bistecche o stecche di Parmigiano Reggiano. Sono Himalaya.

Un libro è tanto più affascinante quanto più è inaccessibile. Pigliate la dodecafonica retorica intorno alla bellezza del latino, per dire. Nicola Gardini, poeta modesto, romanziere pretestuoso, ottimo traduttore (svaria da Marco Aurelio a Wystan H. Auden, da Catullo a Ted Hughes) e accademico coi fiocchi (insegna letteratura italiana a Oxford) s’è fissato col rendere accessibile a tutti i remoti segreti del latino. L’anno scorso, questo Rovelli della classicità, con Viva il latino ha trovato la gallina editoriale dalle uova d’oro, perciò, ora, ha spennato Ovidio dandolo in pasto alle masse nazionalpopolari dei lettori italiani – insegnanti frustrati, intellettuali in andropausa, supplenti in pausa pranzo. Solo che i ‘casi’ latini non sono i ‘quanti’, Nasone non è Max Planck e il congiuntivo è materia oscura solo per gli ignoranti. Insomma: l’unico modo per avere accesso al latino è studiare, tanto, tantissimo, eventualmente strapagando Gardini a farti da precettore.

Già perché come ‘mediatore’, come trainer delle declinazioni, Gardini è una vera frana, la dimostrazione che in editoria basta inanellare una impressionante sfilza di luoghi comuni (esempio: “gli antichi ci insegnano ad ascoltare, perché per prima cosa ci chiedono che li ascoltiamo” oppure “un classico è un classico, cioè quello che tutti leggono, o hanno letto, o fingono di aver letto”, e chiaramente non manca la lagna consueta, “le persone stanno perdendo la capacità di scrivere”, e si vede…), condita da qualche supposta poetica (cos’è lo “smemorante azzurro del mare”?) per far levitare le vendite. In effetti, più che di Ovidio – commentato con l’intelligenza di una qualsiasi antologia per liceali – Gardini parla di sé, nano sulle spalle del gigante.

Così, prima lo vediamo seduto “a un tavolo della Bobst Library, rivolto verso Fifth Avenue”, poi “nel pieno dell’estate del 1991” Gardini, elfo latino, sbuca “a Bucarest”, poi è “sul lungomare di Costanza, davanti allo scenario del casinò e dei grandi alberghi”, infine, trampoliere del proprio ego, cita se stesso – pure il “mio primissimo romanzo” – più che Ovidio. Macchissenefrega, con tutto il rispetto, di Nicola Gardini, mica è Marcel Proust, non è neppure Ovidio, si limiti alle Metamorfosi, abbiamo pagato il libro per quello, mica per assistere alla metamorfosi di un saggio su Ovidio nell’autoinzuccamento del saggista. Ridotto a poeta del mito, della vitalità e della virilità, “nel campo gravitazionale del giovannismo”, Gardini, volutamente, dimentica l’Ovidio rosolato nell’odio, quello dei versi “intrisi di sangue”, delle “leggende oscure” e delle bestemmie del poemetto Ibis, che gli doniamo come una rosa canina, caina.

Quanto alla stracotta polemica sulle ‘materie umanistiche’ vilipese, fatta dal pulpito di un saggio fast e pop, che non fa male a nessuno, Gardini ricalca il già detto un’era fa. Era il 1985 quando Paolo Volponi, scrittore sontuoso, dal seggio di Palazzo Madama indicava nella tecnologia come “ideologia” il peggiore dei mali, auspicando, di contrasto, il ritorno ai “grandi indirizzi umanistici, letterari, filosofici e storici” nelle scuole dell’obbligo, dacché gli studenti “non sanno più fare un tema compiutamente”. Ecco, torniamo a leggere Volponi: non è facile, non è accessibile, ma vale la fatica.

Nicola Gardini, Con Ovidio. La felicità di leggere un classico, Garzanti, pp.188, euro 15,00

La carota. Verità delle verità: editorialmente parlando, tutto è già stato inventato. Anche la divulgazione del latino. Solo che, vaghiamo tra le metafore culinarie, un conto è un libro che ti spiega come si fa la tarte tatin, un conto è accontentarsi della frittata. Ecco, Enzo Mandruzzato, classicista e traduttore spericolato – fate questo esercizio orfico: mescolate la sua versione di Pindaro con quella di Hölderlin, vi sveglierete nel delirio dei sensi – sta a Gardini come la tarte tatin alla frittata fatta con le uova di tre anni fa.

Basta prendersi la briga di leggere Il piacere del latino, pubblicato da Mondadori nel 1989, un evo editoriale fa, e riproposto quest’anno – sull’onda della nouvelle vague dei latinisti – da Lindau, per capire come ‘divulgazione’ non faccia rima con ‘accessibilità’ e a ‘facilità’ quasi mai corrisponda la parola ‘felicità’. Mandruzzato, in un manuale che spiega con arguzia e minuzia gli arcani della lingua latina – con antologia di testi e appendice sull’Italo-latino – chiarisce subito il concetto, senza tirare a leccare i piedi al lettore, “ogni cosa al mondo è insieme facile e difficile, secondo come si fa. Un latino alla buona, ridotto, orecchiato è o può essere anche facile: ma è certo inutile, come riteniamo sia diventato il latino della ‘maturità’ riformata, eternamente provvisoria”.

Rotondo, provocatorio e bastardo il giusto, il baldo Mandruzzato – che all’epoca aveva 65 anni, e traduzioni di Eschilo, Euripide, Orazio e Catullo alle spalle. Quanto alla traduzione, poi, il superprof lo diceva a caratteri cubitali, fin dal titolo, che Tradurre è difficile, d’altronde, “è più difficile trovare veri traduttori che veri poeti”. A quel punto, il guru della classicità non si nasconde dietro il paravento dei lacchè, “è venuta l’ora della verità, l’altra verità”. Quale? Che “il latino è anche difficile”. Vivaddio. Il latino è bello perché è difficile, la poesia si continua a leggere perché è inaccessibile, è infinitamente più vasta di noi, dell’oblò della nostra vita. Guai a chi tenta di inscatolare il genio in una ampolla, per venderlo come panacea alla civica ignoranza.

Enzo Mandruzzato, Il piacere del latino, Lindau, pp.384, euro 19,50

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