La soluzione per riformare l’eurozona? Esiste, ma non la useremo mai

Il report di 14 economisti francesi e tedeschi potrebbe essere l'uovo di Colombo per coniugare flessibilità e austerity nella zona euro. La Francia vuole chiudere entro giugno, ma la finestra d'opportunità politica è stretta. E l'Italia sta a guardare

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PHILIPPE HUGUEN / AFP

PHILIPPE HUGUEN / AFP

26 Gennaio Gen 2018 0755 26 gennaio 2018 26 Gennaio 2018 - 07:55

Nord contro sud Europa; austerity contro flessibilità, pareggio di bilancio contro eurobond. Conosciamo tutti le parole d’ordine dei pro e anti austerità. Dall’introduzione dell’euro nel 2002 sono queste le due filosofie economiche che si affrontano ogni volta che si parla di come riformare l'eurozona. Sono parole facili da usare, entrano perfettamente nei titoli di giornale, e nei discorsi dei politici da bar. Slogan ormai privi di significato, diventati vocaboli di un linguaggio di plastica. Da quando è stato eletto nel maggio del 2017, il presidente francese Emmanuel Macron le ha saggiamente evitate per proporre la riforma dell'eurozona, offrendo invece un'idea chiara: un ministro delle finanze europeo con a disposizione un fondo per gli investimenti. Anche ai Paesi del centro e nord Europa piacerebbe un ministro delle finanze Ue, ma con un’altra filosofia e due principi da seguire: rigore e stabilità dei conti. Quando Macron scrive nel suo programma “investimenti", i pro austerity leggono “nuovi debiti”. Le due posizioni sembrano inconciliabili, da sempre. E bisogna essere in due per ballare il tango” secondo un modo di dire inglese. Immaginate quando si è in 27.

Forse l’uovo di Colombo l’hanno trovato 14 economisti tedeschi e francesi che hanno pubblicato un report su come riformare l’eurozona. La loro proposta cerca di coniugare la disciplina dei conti e la condivisione del rischio. La prima un dogma tedesco; la seconda una richiesta dei Paesi mediterranei come Francia e Italia. Il sugo del report di 24 pagine sono indicazioni che superano i soliti schemi di austerity o eurobond: regole più semplici e comprensibili sul deficit; meno attenzione della Commissione europea ai deficit strutturali e molto più sui limiti alla spesa per un Paese e la riduzione del debito nel lungo periodo; creazione di asset sicuri per gli investitori diversi dai titoli di Stato L’obiettivo è diminuire sempre di più la quota di debito sovrano degli stati contenuta da ciascuna banca. Meno titoli statali, meno esposizione al rischio.

Gli economisti propongono di creare un fondo dell'area dell'euro per aiutare i paesi membri partecipanti ad contrastare crisi economiche, come quella del debito sovrano tra il 2011 e il 2012. I pagamenti verrebbero attivati ​​solo se l'occupazione dovesse scendere al di sotto (o la disoccupazione aumentasse sopra) una soglia preimpostata. Per rassicurare i falchi dell'austerity, i 14 economisti assicurano che il sistema non non porterà a trasferimenti permanenti. E poi pagherebbero di più i Paesi più a rischio di attingere al fondo. Esatto, l’Italia.

Il report prevede anche una separazione dei poteri. Finora il controllore e il legislatore sono riuniti nello stesso organo: la Commissione europea. E questo porta a una gestione schizofrenica del bastone e della carota. Prima minacce ai Paesi meno rigorosi, poi passi indietro e accordi dell’ultimo minuto sugli zero virgola. Le soluzioni sono due: o si crea un commissario speciale indipendente o si sposta il ruolo di controllore fiscale fuori dalla Commissione. L’ultima proposta è quella di creare un istituto ad hoc per la gestione delle crisi con una struttura ben definita, basata sull’attuale ESM, il fondo salva stati.

Ma bisogna far presto. Perché secondo il report a prossima crisi dell’eurozona potrebbe essere vicina e non possiamo perdere tempo. Se si vuole un’unione bancaria, prima bisogna rendere sano il sistema. E anche le nostre banche italiane meno importanti sono parte del problema.

Ma bisogna far presto. Perché secondo il report, la prossima crisi dell’eurozona potrebbe essere vicina e non possiamo perdere tempo. Se si vuole un’unione bancaria, prima bisogna rendere sano il sistema. E anche le nostre banche italiane meno importanti sono parte del problema. In gergo economico si chiamano LSI, less significant institutions. Gli italiani invece hanno imparato a conoscerle sui giornali e in tv: Banca Etruria, Banca Popolare di Vicenza, per fare due esempi. Poco importanti per il sistema visto nel suo complesso ma considerate ancora molto fragili per quello italiano.

Tra gli autori del report ci sono molti professori vicini a Emmanuel Macro e Angela Merkel. E questo testo potrebbe essere la base concreta della riforma su cui i due Paesi potrebbero trovare l’accordo. Infatti il ministro dell'Economia francese Bruno Le Maire ha detto a Politico di voler presentare la riforma dell’eurozona con la Germania entro giugno in tre tre punti: unione bancaria, unione dei mercati capitali e armonizzazione tasse europee. Macron spinge per un all-in politico a giugno. Per sfruttare la luna di miele della nuova Grande Coalizione tedesca, arginare il risultato incerto delle elezioni italiane di marzo e quelle nell’Ungheria del favorito premier uscente Viktor Orban ad aprile. Come ha spiegato il direttore de Linkiesta Francesco Cancellato l’accordo franco tedesco sarà un prendere o lasciare. Il tempo stringe e la finestra di opportunità politica ha le dimensioni di quella di una casa per le bambole.

Sarà difficile credere che le economie dell’Est Europa accetteranno il patto a scatola chiusa. A eccezione di Irlanda e Paesi Baltici, solo i Paesi dell’Est europa avranno nel 2018 una crescita del Pil oltre il 3%. Certo, un Pil molto più basso rispetto agli altri stati influenzato dall’uso massiccio di fondi europei, ma è difficile che non possano negoziare in cambio di una pressione meno forte sui loro governi sempre meno liberali. Ancora è in corso la procedura per attivare l'articolo 7 contro la Polonia.

L'Italia non è mai stato il motore dell’Europa, né il suo volante. Ma i nostri politici hanno sempre avuto l’intuizione di capire quando attaccarsi al vagone vincente per non rimanere indietro. Generazioni di politici hanno unito il coraggio di scelte impopolari ma lungimiranti con la capacità machiavellica di far digerire il tutto agli italiani. “Ce lo chiede l’Europa” vi ricorda qualcosa? Troverete sempre quelli che diranno: “si stava meglio senza l’euro, Schengen e l’Unione europea”. Lasciateli parlare. Basta guardare ai dati e frequentare un corso di economia politica per capire che finora l’Italia ci ha guadagnato a star dentro invece che fuori dall’Unione. Ma se non ci sveglieremo, se non saremo in grado anche questa volta di accodarci offrendo il nostro appoggio in cambio di riforme favorevoli rischieremo di essere l’ultima ruota del carro.

E l’Italia? Da mesi diciamo che le elezioni del 4 marzo limiteranno la nostra forza contrattuale. Sono capitate nel peggior momento possibile. E anche se il 5 marzo il prossimo presidente del Consiglio, che sia Salvini, Di Maio o Renzi, non potrà sbattere i pugni i pugni sul tavolo. Perché? Non abbiamo forza contrattuale «L’Italia non siede al tavolo della soluzione dei problemi dell’Europa. Abbiamo un debito pubblico del 132%. Questo ci rende meno credibili quando vogliamo dare un nostro contributo. E spesso siamo stati come il problema, più che la soluzione» ci dice Francesco Daveri, professor of practice alla SDA Bocconi School of Management. «Però si sono fatti dei progressi in questi anni e il fatto che non siamo seduti al tavolo delle trattative non vuol dire che non possiamo beneficiare di un rilancio dell’Unione europea».

Diciamoci la verità: l’Italia non è mai stato il motore dell’Europa, né il suo volante. Ma i nostri politici hanno sempre avuto l’intuizione di capire quando attaccarsi al vagone vincente per non rimanere indietro. Il primo fu Alcide De Gasperi nel 1951 quando aderì subito alla proposta di Francia e Germania di creare la Ceca (comunità europea del carbone e dell’acciaio), embrione dell’Ue che conosciamo oggi. Poi, generazioni di politici hanno unito il coraggio di scelte impopolari ma lungimiranti con la capacità machiavellica di far digerire il tutto agli italiani. “Ce lo chiede l’Europa” vi ricorda qualcosa? Troverete sempre quelli che diranno: “si stava meglio senza l’euro, Schengen e l’Unione europea”. Lasciateli parlare. Basta guardare ai dati e un corso di economia politica per capire che finora l’Italia ci ha guadagnato a star dentro invece che fuori dall’Unione. La fragile economia italiana anche se in ripresa non ci permette di essere il motore dell’Europa, né di stracciare il Fiscal Compact. Ma se non ci sveglieremo, se non saremo in grado anche questa volta di accodarci offrendo il nostro appoggio in cambio di riforme favorevoli rischieremo di essere l’ultima ruota del carro.

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