I pm e la Gdf all’attacco sulla scalata francese a Parmalat

I pm e la Gdf all’attacco sulla scalata francese a Parmalat

Su ordine del pm milanese Eugenio Fusco, questa mattina la Guardia di Finanza ha eseguito perquisizioni nelle sedi delle banche coinvolte a vario titolo nella recente battaglia borsistica per il controllo della Parmalat. L’attenzione è concentrata sui passaggi di pacchetti azionari che, anche tramite contratti derivati, hanno permesso al colosso francese Lactalis di arrivare al 29% di Parmalat, prima che a fine aprile venisse lanciata l’offerta pubblica sul 100% della società.

L’inchiesta ipotizza di reati di aggiotaggio (diffusione di notizie atte a causare una sensibile alterazione del prezzo) e di insider trading. È stata avviata il 25 marzo, inizialmente contro ignoti, dopo un esposto dell’a.d. di Parmalat Enrico Bondi. Ancora una volta, dunque, un atto del “salvatore di Parmalat” (Bondi era anche commissario straordinario, nominato dopo il crac del 2003) si rivela determinante nella vicenda. In precedenza, Bondi ha ottenuto due leggi ad hoc (la norma che ha blindato la cassa e quella per il rinvio dell’assemblea) e la messa a disposizione della Cassa Depositi e Prestiti (ente controllato dal Tesoro) per un intervento finanziario all’interno della cordata italiana.

Quattro gli indagati: Fabio Canè, banchiere di Intesa Sanpaolo, per insider trading; la moglie Patrizia Micucci, che lavora per Société Générale, per aggiotaggio; lo stesso reato è ipotizzato anche nei confronti di Massimo Rossi, il manager candidato da tre fondi esteri (Skagen, Mackenzie, Zenit) alla poltrona di amministratore delegato ad interim di Parmalat, e Carlo Salvatori, presidente di Lazard Italia, la banca d’affari advisor degli stessi fondi. In base alla legge 231/2001, che prevede la responsabilità amministrativa degli enti, sono anche indagate tutte le società coinvolte. 

Canè è attualmente responsabile dei progetti speciali e del private equity della divisione corporate e investment banking di Intesa Sanpaolo, guidata da Gaetano Micciché, mentre la moglie Patrizia è responsabile per l’Italia della divisione Coverage and investment banking di Société Générale. Due mesi fa diversi giornali avevano evidenziato i conflitti di interessi derivanti dal fatto che marito e moglie fossero impegnati nella stessa operazione ma su fronti opposti: Canè per la cordata italiana, la moglie per Lactalis.  

Le perquisizioni si sono svolte nelle sedi delle banche Société Générale e Crédit Agricole e Lazard. Tra le società perquisite anche Intesa Sanpaolo, che aveva tentato, senza però riuscirci, la costituzione di una cordata italiana. Crédit Agricole e Société Générale sono le banche con cui Lactalis aveva sottoscritto contratti derivati di equity swap su azioni Parmalat, che hanno permesso al colosso francese di scendere in campo a sorpresa, potendo contare su un pacchetto potenziale del 14 per cento. I militari della Gdf si sono presentati anche negli uffici di due agenzie di comunicazione (Image Building e Brunswick) e nelle abitazioni private di alcuni dipendenti delle banche coinvolte. Image Building e Brunswick hanno invece curato la comunicazione al mercato rispettivamente del colosso francese e dei tre fondi.

Il gruppo Lactalis ha comunicato «di non essere oggetto di alcuna indagine giudiziaria», dicendosi «certo della totale correttezza e trasparenza» dei suoi acquisti di azioni. Société Générale ha reso noto che «collabora pienamente con le autorità», mentre un portavoce di Intesa Sanpaolo ha dichiarato che la banca «non ha mai avuto evidenze di elementi in base ai quali ritenere l’operato del dottor Fabio Canè lesivo degli interessi della banca».

Diversa la ricostruzione dei fatti ipotizzata dalla Procura. Nel decreto di perquisizione si legge che Canè era «in possesso di informazioni privilegiate relativamente al prezzo che avrebbe offerto Intesa Sanpaolo per l’acquisto del 15,3% del capitale di Parmalat dai fondi» già dal 18 marzo. A partire da questa data, sostiene la Procura, «comunicava (le informazioni, ndr), al di fuori del normale esercizio della sua funzione, a Patrizia Micucci, advisor di Lactalis concorrente di Intesa». Un comportamento che avrebbe permesso a Lactalis un vantaggio nelle trattative in corso con i fondi: in questo modo, ipotizza il pm Fusco, il gruppo francese ha potuto offrire «un prezzo di poco superiore a quello di Intesa, sufficiente all’acquisto del 15,3% del capitale di Parmalat». Micucci, Rossi e Salvatori sono invece accusati di aggiotaggio, perché, scrive la Procura nel decreto, «diffondevano false notizie e ponevano in essere artifizi concretamente idonei ad alterare il corso del titolo Parmalat».

Secondo quanto Linkiesta ha potuto ricostruire all’epoca dei fatti, però, l’offerta della cordata italiana e di Intesa Sanpaolo non si è mai davvero concretizzata, nonostante i tre fondi, riferivano fonti qualificate, sarebbero stati disposti a vendere agli italiani anche a «qualcosa meno di quanto offerto dai francesi». Quando Emmanuel Besnier, presidente di Lactalis, è arrivato a Milano domenica 20 marzo per trattare con i tre fondi, infatti, non esisteva (né esisterà dopo) alcuna cordata italiana, mentre il gruppo Ferrero si era tirato fuori, dopo continui tentennamenti. Del resto, le suggestioni di italianità di Parmalat – fiorite sull’asse fra l’a.d. del gruppo Bondi, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti e il banchiere Corrado Passera (capoazienda di Intesa Sanpaolo) – non si sono mai tradotte in nulla di concreto, men che meno in una visione industriale con piano di business.

Il 22 marzo, dunque, i tre fondi Mackenzie, Skagen e Zenit, storici azionisti della Parmalat, vendono il loro pacchetto azionario del 15,3% a Lactalis a 2,8 euro per azione, 750 milioni di euro in totale, dopo che il 26 gennaio avevano annunciato di voler sostituire il management guidato da Bondi perché insoddisfatti dei risultati gestionali. In questo modo, Lactalis è arrivata al 28,97% del gruppo di Collecchio, mentre il 26 aprile è stata annunciata un’Opa volontaria sul 100% della società. 

Domani a Collecchio si riunirà il consiglio di amministrazione di Parmalat per esaminare i conti trimestrali (al 31 marzo 2011) e per esprimere una valutazione formale sull’Opa lanciata dai francesi. L’a.d. Bondi ha richiesto un parere di congruità all’advisor Goldman Sachs e agli studi legali Lombardi Molinari, Shearman & Sterling e Legance. I consulenti potrebbero rilevare che il prezzo offerto (2,6 euro per azione) non sia equo, considerato che Lactalis ha pagato 2,8 euro per azione il pacchetto rilevato dai tre fondi. In settimana, è atteso il via libera della Consob al documento d’offerta presentato da Lactalis.