Google studia da editore ma non vuole guai coi contenuti

Google studia da editore ma non vuole guai coi contenuti

L’algoritmo di un motore di ricerca può essere paragonato con le scelte editoriali compiute all’interno di un giornale? Secondo un rapporto commissionato da Google al costituzionalista della UCLA, Eugene Volokh, sì. E ciò comporta che il colosso di Mountain View, come qualunque altro dei suoi concorrenti, ha il diritto di scegliere a quali voci dare priorità, o perfino di ometterne a suo piacimento. A certificarlo, secondo Volokh, sarebbe niente meno che il Primo Emendamento della Costituzione USA: quello che riguarda la libertà di espressione.

Google come il New York Times, la CNN e Drudge Report, dunque. Secondo l’argomentazione sviluppata dal legale nelle 27 pagine del rapporto, la protezione del Primo Emendamento è triplice: per i contenuti autonomamente prodotti da Google (per esempio, dai servizi Places e Maps), per quelli creati dagli altri e indicizzati dal motore di ricerca e, soprattutto, per i risultati che i motori di ricerca «selezionano e catalogano nel modo che le aziende produttrici di motori di ricerca ritengono più adatto e utile per dare informazioni agli utenti». Questo processo di selezione, incorporato nelle decisioni che portano a creare un algoritmo di ricerca piuttosto che un altro, è «un misto di arte e scienza», scrive Volokh.

A supporto del suo ragionamento, il legale ingaggiato da Google cita due decisioni assunte dalla giustizia federale, entrambe riguardanti l’accusa – respinta – di aver nascosto il link al proprio sito nel fondo dei risultati: la prima del 2003 (Search King v. Google Technology) e la seconda del 2007 (Langdon v. Google). Che stabiliscono, scrive, che «proprio come non si possono obbligare i giornali a pubblicare contenuti editoriali o pubblicità, allo stesso modo i motori di ricerca non possono essere obbligati a includere link che vorrebbero escludere». Il rapporto ricorre a otto diverse forme espresse protette dal Primo Emendamento, ma il principio è sempre lo stesso. A riassumerlo è AllThingsD: «search is speech». Tradotto: il modo in cui vengono presentati i risultati costituiscono, a tutti gli effetti, un’opinione. Meglio ancora, una scelta editoriale. E, come tali, la Costituzione USA ne tutela la libertà.

Secondo gli osservatori, la ragione per cui Google ha commissionato il lavoro a Volokh è semplice: mostrare all’antitrust statunitense, che sta cercando di capire se abbia abusato di posizione dominante, che eventuali accuse non avrebbero successo. Il caso è profondamente radicato nel sistema legislativo americano, ma le implicazioni sono interessanti anche al di fuori dei limiti geografici – e del legalese.

Perché si stabilisce un cambio di rotta nella strategia dell’azienda, come fa notare PaidContent.org: «In passato», scrive Jeff John Roberts, «Google ha risposto alle accuse dell’antitrust sostenendo di non detenere una posizione dominante e, in ogni caso, di non operare discriminazioni nei suoi risultati». Il ricorso alla libertà di espressione, insomma, era poco più di un paracadute. Ora la priorità si inverte. Con la conseguenza, tuttavia, di abdicare alla neutralità. Del resto, esplicita Volokh, «il governo non può chiedere a un motore di ricerca di soddisfare un’aspettativa ipotetica e non definita di oggettività».

Niente di male, se non fosse che la percezione diffusa nell’utenza è esattamente contraria. Un’illusione, scrive Eli Pariser in The Filter Bubble, difficile da sradicare. Perché, secondo il presidente di MoveOn e co-fondatore di Avaaz, i risultati «sono sempre più alterati per riflettere il nostro modo di vedere le cose». Un problema che si ripresenta in modalità inedite ora che Google consente di integrare il social network Plus nei risultati tramite l’opzione “Search, Plus your World”. E che riguarda la qualità della democrazia, argomenta Pariser, perché la sua essenza è l’esatto contrario: cioè vedere le cose anche dal punto di vista degli altri, non solo dal proprio. Non a caso, forse, il legale di Twitter (ed ex Google) Alex Macgillivray, ha parlato del momento dell’introduzione della nuova funzionalità come di «un brutto giorno per Internet».

Se è naturalmente un bene che nessun governo possa dettare a un motore di ricerca quali risultati far apparire con maggiore evidenza, o quali escludere, il rovescio della medaglia è che Google potrebbe, secondo questa logica – ammesso che lo voglia – cancellarne a sua discrezione. E con una protezione normativa di rango costituzionale. Si potrebbe obiettare che non c’è alcun interesse a farlo: nel caso di un contenuto sufficientemente rilevante (per esempio, di natura politica), gli utenti si rivolgerebbero ai concorrenti – il che testimonia, secondo Volokh, che non c’è alcun abuso di posizione dominante. Il problema è che il principio si applica non solo al colosso di Mountain View, ma anche a loro. E se tutti decidessero di far sparire, o seppellire alla millesima pagina, determinati risultati? Secondo la linea argomentativa del rapporto, ciò rientrerebbe nei diritti garantiti dal Primo Emendamento. Ma difficilmente si potrebbe dire che il risultato sarebbe un ecosistema dell’informazione più libero.

Se poi Google dovesse davvero essere ritenuto un giornale a tutti gli effetti, i link presentati potrebbero essere considerati alla stregua di suoi articoli (anche se scritti in larghissima parte da altri). Anche qui, nessun problema (o quasi), se non fosse che nel caso dei giornali c’è un direttore responsabile per quanto è scritto in quegli articoli, mentre Google da sempre – specie in Europa – sostiene di non essere in alcun modo responsabile dei contenuti indicizzati, ma un puro intermediario. Il cambio di prospettiva potrebbe avere conseguenze deleterie per l’azienda in termini di responsabilità sulle violazioni del diritto d’autore, per esempio.

E se negli Stati Uniti vige la regola del “safe harbor”, che ne limita le responsabilità una volta stabilita una procedura di “notice and take down”, in Europa il discorso potrebbe farsi più complicato. Motivo per cui è improbabile che Google adotti la strategia di cercare l’ombrello della libertà di espressione per le sue “scelte editoriali” al di fuori dei confini degli States. Il che apre un’ultima domanda: può un algoritmo essere considerato un giornale in un Paese, e solo un algoritmo in un altro?