Caso Assange, qualcuno avvisi Londra che non ha più un impero

Caso Assange, qualcuno avvisi Londra che non ha più un impero

Dopo aver fatto tremare le poltrone di mezzo mondo con i suoi leaks, Julian Assange è ora al centro di uno scontro diplomatico tra Ecuador e Gran Bretagna. Che potrebbe anche trasformarsi in un attacco armato alla ambasciata del Paese sudamericano a Londra da parte dei soldati di sua maestà. Quito ha concesso l’asilo politico al padre di Wikileaks, che da 58 giorni è rifugiato nella sede diplomatica ecuadoregna della capitale inglese. Ma Londra non ci sta e minaccia di mandare i militari per arrestarlo ed estradarlo in Svezia.

A dare l’annuncio della concessione dello scudo ad Assange, arrestato da Scotland Yard nel dicembre 2010, è stato il ministro degli Esteri ecuadoregno Ricardo Patino, dopo la riunione del parlamento in sessione straordinaria. «Julian Assange rischia di diventare perseguitato politico se estradato dalla Gran Bretagna», ha detto. Patino ha precisato di aver chiesto alla Svezia garanzie sulla non estradizione di Mr. Wikileaks negli Stati Uniti una volta trasferito nel Paese scandinavo. Senza, però, ottenere alcuna risposta. «Siamo sicuri che il Regno Unito offrirà ad Assange il salvacondotto necessario e tutte le garanzie associate in modo che l’Ecuador possa restare fedele al diritto internazionale», ha concluso.

Ma David Cameron ha rispedito la richiesta al mittente e precisato che non concederà alcun salvacondotto ad Assange, bollando la decisione dell’Ecuador come «deplorevole». La Gran Bretagna, insomma, non permetterà che Assange lasci da uomo libero l’ambasciata dell’Ecuador nella capitale inglese. E anche se il Paese sudamericano ha concesso lo scudo, per la legge inglese non cambia nulla. Perché, secondo quanto dichiarato dal Foreign Office, l’Inghilterra ha il «dovere legale» di estradare il capo di Wikileaks in Svezia, dove è accusato di aggressione sessuale nei confronti di due donne. Anche a costo di fare irruzione con le armi nella ambasciata al numero 3 di Hans Crescent.

Assange si era rifugiato nella ambasciata londinese dell’Ecuador a giugno, a meno di una settimana della decisione della Corte Suprema della Gran Bretagna di respingere il suo ricorso contro l’autorizzazione di estradizione in Svezia. La scelta dell’Ecuador potrebbe risalire all’offerta che il governo di Quito nel 2010 aveva già rivolto al giornalista australiano di spostare la sua residenza nel Paese sudamericano per «potersi esprimersi liberamente». L’allora ministro degli Esteri Kintto Lucas aveva dichiarato che il suo Paese era preoccupato per le presunte attività illegali degli Stati Uniti in Ecuador, sulle quali regnava l’assoluto silenzio e che invece WikiLeaks avrebbe documentato. Da subito Scotland Yard aveva fatto sapere che, rifugiandosi nell’ambasciata dell’Ecuador, Assange aveva violato i termini della libertà dietro cauzione. E allora come oggi, se il giornalista dovesse lasciare la sede della missione diplomatica del Paese sudamericano, sarebbe stato arrestato dagli uomini di Scotland Yard. 

Ma in questi giorni la questione si è complicata. E dopo il sì ufficiale della concessione di asilo politico, David Cameron ha addirittura minacciato un raid armato nell’ambasciata per arrestare il fondatore di Wikileaks. «La minaccia britannica di fare irruzione nell’ambasciata ecuadoregna a Londra per arrestare Assange ed estradarlo in Svezia», ha spiegato Patino, «è contro il rispetto del diritto internazionale» e il principio di «inviolabilità delle sedi diplomatiche». Ma Cameron sembra deciso a rispettare l’obbligo di estradare l’australiano Assange in Svezia, grazie a una legge del 1987 – il Diplomatic and Consular Premises Act – in base alla quale la polizia potrebbe entrare nelle sedi diplomatiche. La norma, in sostanza, revoca lo status diplomatico alle ambasciate nel caso in cui venga messa in pericolo la sicurezza pubblica. È quello che è accaduto quando negli anni Ottanta i soldati circondarono l’ambasciata libica di Londra, dove aveva trovato rifugio il killer della poliziotta britannica Yvonne Fletcher. 

Ma se questa volta Londra attaccherà l’ambasciata ecuadoregna, ha spiegato alla BBC Tony Brenton, ambasciatore inglese dal 2004 al 2008, violerà «arbitrariamente» il diritto internazionale, rendendo la vita impossibile anche ai diplomatici britannici all’estero. Ogni tentativo di entrare nell’ambasciata e arrestare Mr. Assange, conferma Jerome Taylor su The Independent, «rappresenterebbe un uso altamente improprio della legislazione».

Al contrario di Cameron, che sembra non aspettare altro che un atto dimostrativo di forza, sulla questione gli inglesi appaiono divisi. C’è chi difende il giornalista australiano, chi lo accusa di aver creato il caos diplomatico. E per le strade della capitale si sta consumando un caso di portata internazionale. Davanti all’ambasciata dell’Ecuador a Londra, stamattina sono scoppiati i primi tafferugli tra i sostenitori di Julian Assange e la polizia. E tre dimostranti sono stati arrestati. «Siamo un Paese sovrano, non una colonia», era scritto sui cartelli di alcuni manifestanti ecuadoregni. 

«Il governo inglese è il burattino degli americani», dice un giovane musicista al Daily Telegraph. Qualcuno ricorda come Londra nel 2000 diede con facilità il via libera per Santiago al dittatore cileno Augusto Pinochet. C’è chi fa i complimenti al popolo ecuadoregno «per aver sostenuto un personaggio così importante come Julian Assange, che con Wikileaks ha fatto emergere la corruzione dilagante in molti Paesi». Chi sul Daily Mail critica: «L’immunità diplomatica non dovrebbe essere usata per proteggere terze parti accusate di gravi reati in uno Stato di diritto». E c’è chi, a modo suo, trova anche la soluzione: «Se è possibile per tutti gli stupratori ottenere l’asilo politico in Ecuador, lasciamo che l’Ecuador li accolga tutti così avremo meno criminali sia in Svezia sia in Gran Bretagna».

David Cameron e il ministro degli esteri William Hague, che resta la carica governativa di più alto rango in Gran Bretagna mentre il primo ministro è in vacanza all’estero,si comportano come se Londra avesse ancora un impero. Incalzato a destra dall’UK indepence party dell’euroscettico Nigel Farage che chiede il ritorno all’antica gloria della Royal Navy, il premier dimentica però che Londra l’impero non ce l’ha più. E che dalla crisi di Suez in poi il ruolo del Regno Unito non è più quello che aveva con la Regina Vittoria. 

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