Con questi dirigenti, lo sport italiano non vincerà mai

Con questi dirigenti, lo sport italiano non vincerà mai

Se esiste un primato olimpico che l’Italia mantiene con innegabile costanza è quello dello scialo. IL record che nessuno ci insidia è quello, da un lato, del premio in denaro per le medaglie (140 mila euro per l’oro e poi via a scalare) e dall’altro, del numero di accompagnatori e dirigenti che infoltiscono la nutrita delegazione ufficiale. Non siamo, a dire il vero, alla sfacciata “vacanza pagata” con cui in tante precedenti edizioni si arrivava alla vergogna di quasi un dirigente per ogni atleta in gara (anche perché al di là dei numeri ufficiali si trovava ogni volta un folto plotone di “imbucati”): e tuttavia anche a Londra le altre nazioni hanno molto meno dirigenti “indispensabili” rispetto a noi.

Almeno servissero a qualcosa: magari, ad esempio, ad esercitare un di più di autorevolezza sulle giurie che in diverse discipline (tuffi e ginnastica in primis) hanno spinto fuori dal podio atleti e atlete ben più meritevoli (come Tania Cagnotto o Vanessa Ferrari). Segno che è cambiato ben poco rispetto a Pechino 2008, quando la ricorrente parzialità fu addirittura scandalosa, anche all’ultimo giorno. Allora furono “derubate” della medaglia a vantaggio delle cinesi quelle “Farfalle” italiane della ritmica, universalmente ritenute ai vertici mondiali della specialità. Si attende qui una equa rivincita per le ragazzine della squadra di Ginnastica Ritmica, che , guarda caso, appartengono tutte alla nostra Aeronautica Militare.

Vale persino per le “Farfalle”: e si è già notato qui (in tempi non sospetti e tra pareri controversi) come siano tutti i corpi militari (e anche quelli civili come le Polizie e i Forestali) a tenere in piedi lo sport di eccellenza, in particolare quelle discipline “povere” che tuttavia riempiono il bottino di successi olimpici. E forse ha un significato e una correlazione più profonda il fatto che la parte più abbondante del medagliere azzurro sia portata dal “mestiere delle armi”, se non dall’”arte della guerra” (e infatti si attende solo di ufficializzare nel carniere il contributo della Boxe).

Invece, quanto più evolve l’importanza della pratica sportiva diffusa nella società contemporanea (e nonostante appunto la supplenza dei corpi militari) si ha netta la sensazione che troppe risorse economiche vengano disperse nelle dirigenze pletoriche e nelle burocrazie centrali e quindi sottratte all’incentivazione delle basi sportive, della cura dei vivai, dell’ampliamento delle platee di giovani e giovanissimi da cui possano emergere i campioni di domani.

È vero che l’educazione collettiva non raggiunge al riguardo le vette degli altri Paesi, è vero che la scuola e soprattutto le università trascurano i doveri naturali di attenzione e di organizzazione dei gruppi sportivi di base; è pur vero che molto si aggrega intorno al puro volontariato delle società sportive diffuse sul territorio. Ma è altrettanto vero che i vertici del Coni e delle Federazioni facciano molto meno di quanto dovrebbero (e magari economicamente potrebbero) per promuovere ed organizzare la formazione sportiva a livello di popolo.

Non è un caso infatti che negli sport davvero universali (come l’atletica e il nuoto) la presenza italiana alle Olimpiadi manifesta da parecchi anni un complessivo e purtroppo irreversibile arretramento. E il sostanziale disastro a Londra del nuoto azzurro (su cui pure si spandevano molte speranze di successo) potrebbe non solo suscitare inquietanti interrogativi ma anche suggerire scomode eppure coraggiose riflessioni.

Lo si è, anche nell’universo mediatico, accuratamente nascosto, ma nessuno (a parte forse la stessa Federica Pellegrini) ha avuto l’onestà intellettuale di segnalare la fondamentale e dolorosa assenza di Alberto Castagnetti, il vero guru degli allenatori, scomparso all’improvviso nell’ottobre di tre anni fa. E la sua storia è davvero emblematica. Infatti da Commissario Tecnico della nazionale ha portato molti atleti ai successi ripetuti nei Mondiali e negli Europei e alla messe di medaglie olimpiche a Sydney, Atene e Pechino.

Osteggiato spesso dalle burocrazie centrali, Castagnetti si conquistò finalmente un prezioso spazio di manovra adeguato al merito quando la Federazione Italiana Nuoto venne commissariata per vicende di ordinaria corruzione a metà degli anni Novanta. E, restando nella sua Verona, allestì una vera e propria “fucina di campioni”, sapendo portare i talenti grezzi delle piscine ai più alti livelli competitivi, grazie allo studio, al lavoro e alla straordinaria capacità umana di guidare i suoi “gioielli natatori”.

Per questi Giochi di Londra pensava addirittura di portare la stessa Pellegrini a misurarsi in tutte le gare dello stile libero (dai 100 agli 800 metri). Stroncato da un infarto, ha lasciato un vuoto per ora incolmabile che fa temere il ritorno all’antica mediocrità gestita da dirigenti non all’altezza.

Eppure il “patrimonio umano” non manca: è ormai una ben frequentata “legione straniera” quella dei tecnici e allenatori italiani chiamati ad operare in altri Paesi. Qualche esempio: nella Russia di Putin (notoriamente ex-judoka) la nazionale di Judo russa è affidata alle cure di Ezio Gamba (già olimpionico per l’Italia). E la Russia del calcio è da poco guidata da Fabio Capello. Ma tecnici italiani comandano altre nazionali straniere (come Scariolo nel basket di Spagna o Anastasi nel volley polacco). Per non parlare dei cinesi che hanno affollato il centro della marcia agonistica dei Damilano a Saluzzo (con già una prima medaglia a Londra), lo stesso centro abbandonato dall’infelice Schwarzer già avviatosi al buio del doping.

E dai loro commenti, comunque molto sorvegliati, traspare spesso il dispiacere per il deficit di organizzazione e la scarsa qualità della dirigenza dello sport italiano. Hanno trovato altrove investimenti certi, la cura ossessiva dei vivai e forti motivazioni per l’eccellenza. Mentre da noi si avverte la mancanza in quasi tutte le discipline di un qualificato management sportivo, quanto a cultura, formazione e capacità di gestione adeguata ai livelli internazionali, ormai indispensabili per reggere la competizione di vertice.

Comandano soltanto le eterne burocrazie: e forse anche lo sport diventa, a questo proposito, la fotografia simbolica dei mali e delle fragilità endemiche dell’Italia. 

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