I partigiani della paceIl reportage di Elena Basile da Mosca, e la lezione di Walter Duranty

Una rete filorussa opera in Italia con il sostegno diretto del regime putiniano. Non è opinione dissidente, è ingerenza straniera

AP/Lapresse

Abbiamo appreso ieri che il 5 novembre 2025, davanti a Vladimir Putin, il documentarista di RT – la televisione di regime russa – Ruslan Gusarov ha presentato i filmati di RT.Doc come un’arma strategica sul piano dell’informazione. Nel corso di quell’incontro ha indicato l’Italia come uno dei Paesi Nato dove questa strategia ha ottenuto i risultati più significativi, insieme alla Turchia. Ha parlato, con evidente soddisfazione, dei «partigiani italiani» che organizzano festival, proiezioni ed eventi per diffondere i documentari di RT in decine di città, nonostante il divieto europeo di trasmissione dell’emittente.

Non ha fatto nomi. Ma le attività di RT.Doc in Italia sono ampiamente documentate. Il principale organizzatore è Vincenzo Lorusso; tra i relatori che hanno partecipato ai vari eventi figurano Angelo D’Orsi ed Elena Basile, tra gli altri. Chi volesse approfondire può consultare il sito EuropaRadicale.eu alla voce “La Peste Putiniana”.

Questi “partigiani”, però, non si limitano a organizzare proiezioni. Vengono invitati a Mosca dal Cremlino e ne tornano entusiasti. Esattamente come accadeva, al tempo di Stalin, a George Bernard Shaw o ai coniugi Webb – vittime, secondo la formula classica, di «cecità volontaria». Ma, riportandoci a un livello più consono ai nostri compatrioti, il riferimento più calzante è a Walter Duranty, allora corrispondente da Mosca del New York Times. Duranty sapeva tutto dei crimini dello stalinismo e in particolare dell’Holodomor – la carestia ucraina artificialmente indotta da Stalin che uccise tre milioni di persone – e ne negò sistematicamente l’esistenza sulle colonne del giornale più influente del mondo. Stalin lo premiò pubblicamente, dichiarando che aveva «tentato di raccontare la verità sul nostro Paese» nonostante la «falsa propaganda dei nemici».

Elena Basile, l’ambasciatrice Basile, come lei si definisce suscitando qualche malumore negli ambienti della Farnesina, è stata recentemente a Mosca, invitata dal Cremlino. Al suo ritorno ha pubblicato le proprie impressioni sul Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Leggere quelle righe produce una sensazione di straniamento temporale: sembra di fare un tuffo nel passato più oscuro.

Ecco alcuni estratti, con qualche necessaria postilla.

La Russia costruisce ogni giorno una nuova linea della metropolitana
«Dopo dieci giorni di soggiorno a Mosca, mi limito a descrivere fattori oggettivi, evidenti, direi banali che chiunque può constatare. È una città splendida, con un piano urbanistico funzionale ed estetico La pulizia delle strade, il restauro dei palazzi e dei monumenti, i servizi sono eccellenti. Che un Paese in guerra possa eccellere negli investimenti nei beni comuni moscoviti, costruendo ogni giorno una nuova linea della metropolitana, mi sembra encomiabile».

La meraviglia urbanistica è un classico del genere: Shaw tornò dall’Urss estasiato dalla pulizia delle strade di Mosca mentre fuori dalla capitale la gente moriva di fame. Vale la pena ricordare che la Russia spende oggi una quota del Pil in armamenti che non ha precedenti dalla Guerra Fredda, e che il bilancio della difesa ha superato quello dell’istruzione e della sanità messi insieme. Le metropolitane di Mosca non dicono nulla sulla condizione di Kursk o di Belgorod, né tantomeno dei territori ucraini occupati.

L’Ue è il macho che picchia la moglie eternamente innamorata.
«Ho tenuto una conferenza all’Università delle Relazioni internazionali e diplomatiche (Mgimo), nella quale si formano i futuri diplomatici, e oltre alla prepara zione dei dottorandi e dei professori, ho potuto constatare la conoscenza delle lingue europee, l’amore per l’Europa verso la quale molti si proiettano. Come mi è stato detto scherzosamente, si tratta di un rapporto abusivo. L’Ue è nei panni del macho che picchia la moglie eternamente innamorata».

La metafora capovolge la realtà con una disinvoltura notevole. Nella metafora i panni del macho spetterebbero all’Europa, non alla Russia che ha invaso un Paese sovrano. È un esempio da manuale di quello che i teorici della propaganda chiamano victim-perpetrator reversal: rovesciare la posizione di aggressore e vittima.

Nel 2014 il Cremlino sgomento annette la Crimea
«Nel 2014 il Cremlino sgomento, dopo il colpo di Stato a Kiev, annette la Crimea ed è consapevole di come il progetto di conciliare la sovranità russa con l’inserimento del Paese nella governance economica internazionale sia fallito».

“Colpo di Stato”: questa è la narrazione di Mosca, non la storia. Euromaidan fu una rivolta popolare contro un presidente che aveva brutalmente represso i manifestanti e poi rifiutato di firmare l’accordo di associazione con l’Unione europea dopo mesi di negoziati. La parola “sgomento” applicata al Cremlino nel momento in cui ordinava un’annessione militare illegale appartiene a un altro genere letterario: l’agiografia.

La Russia ha molti difetti ma Putin è impegnato a correggerli per il bene del popolo
«La società russa è neoliberista,la ricchezza si concentra in poche mani come in Occidente. Gli oligarchi hanno una certa influenza nella gestione dell’amministrazione pubblica. Esiste tuttavia

un’ambizione della politica e Putin è riuscito a impersonarla emarginando i miliardari, liberi di accrescere il potere economico, ma non di snaturare gli obiettivi della società russa. A differenza dell’Occidente, malgrado la burocrazia e la corruzione esistenti, la strategia del governo nel complesso mira al raggiungimento di finalità nell’interesse nazionale e del popolo russo. Non direi che attualmente questo accada in Europa».

Traduzione: Putin, a differenza dei governi europei, governa nell’interesse del suo popolo. Siamo all’essenza del messaggio. Tutto il resto – la metropolitana, il macho europeo, il “colpo di Stato” a Kyjiv – è cornice retorica che conduce a questa conclusione: il regime di Mosca è più legittimo delle democrazie occidentali.

C’è un filo che unisce Duranty a questi reportage contemporanei. Non è necessariamente la malafede – Shaw e i Webb erano probabilmente in buona fede, e Duranty è un caso più complicato. Il filo è la funzione: indipendentemente dalle intenzioni individuali, questi testi servono a un progetto politico preciso, documentato dallo stesso Cremlino nel linguaggio della guerra dell’informazione. Gusarov ha detto davanti a Putin che i “partigiani italiani” sono un’arma strategica. Non è un’interpretazione: è la fonte primaria.

Mentre l’Italia è nella Nato e sostiene l’Ucraina – con fondi, armi e posizioni diplomatiche – una rete organizzata opera sul territorio nazionale con il sostegno diretto di Mosca, diffonde materiale prodotto da un’emittente vietata dalla legge europea, e trova spazio sui principali organi di informazione del Paese. Si chiama ingerenza straniera. Esiste una legislazione europea e nazionale in materia. Esiste un dibattito – in Germania, in Francia, in Polonia – su come contrastarla. In Italia, per ora, restiamo a guardare. Non va bene.

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