La nuova grana di Mps: la gestione del risparmio

La nuova grana di Mps: la gestione del risparmio

Nell’ultimo consiglio di amministrazione del Montepaschi di Siena, persino uno piuttosto pacato come l’amministratore delegato Fabrizio Viola è sbottato. Non passa giorno che non venga fuori una magagna, un prestito deteriorato più del previsto, una partecipazione da svalutare, o un dettaglio contrattuale che fa balenare il rischio di un aumento delle passività.  

Succede anche che, mentre la banca non fa soldi, è obbligata per contratto a garantire ricavi e margini a una società partecipata al 22%, Anima Sgr, che invece chiude utile ed è grado di pagare lauti bonus ai propri dirigenti e gestori (circa 150 mila euro il costo medio per dipendente). I dettagli degli accordi non sono pubblici, ma fonti vicine alla società di gestione del risparmio confermano l’esistenza di un doppio accordo contrattuale. Uno di durata ventennale relativo alla distribuzione dei prodotti Anima sulla rete bancaria Mps, e un secondo patto, detto price adjustment, che impegna la banca a garantire alla partecipata determinati livelli di flussi commissionali netti. In concreto, in caso di mancato raggiungimento dei budget concordati per il collocamento di prodotti gestiti (fondi comuni di investimento, gestioni patrimoniali, etc.), e quindi di insufficienza dei flussi netti di commissioni verso Anima, Montepaschi deve versare la differenza alla Sgr. In una fase di fuga degli investitori dai prodotti di risparmio gestito, questo significa che l’esborso di Mps potenzialmente è destinato a crescere. A meno che la rete del gruppo non riesca a invertire la tendenza e a piazzare quanti più prodotti possibili alla clientela. A giugno, i volumi di risparmio gestito del gruppo Mps sono scesi a 44 miliardi (-3,1% rispetto a marzo) sia a causa di  disinvestimenti netti (circa 700 milioni nel trimestre) sia per l’effetto mercato negativo (700 milioni). Nello stesso trimestre, fondi comuni di investimento e sicav hanno subito deflussi per 272 milioni a 15,4 miliardi, e anche le gestioni patrimoniali vedono un calo delle masse gestite.

Per comprendere come si sia arrivati a questo punto occorre fare un passo indietro. Alla fine 2008. Per finanziare la costosa acquisizione di Antonveneta (10 miliardi di euro), risalente all’anno precedente, l’allora presidente Giuseppe Mussari confeziona un imponente piano di dismissioni. Fra queste ci sono Montepaschi Asset Management Sgr e AAA Sgr (controllata di Antonveneta). L’obiettivo dichiarato è trovare un’alleanza con un gestore internazionale, affiancato da un fondo di private equity. Alla fine il partner industriale, l’inglese Frm, si defila, e rimane solo il fondo italiano Clessidra. Le due Sgr, che all’epoca gestiscono circa 23 miliardi di euro, vengono valutate 570 milioni, compresi 170 milioni di capitale in eccesso, ncamerato da Mps prima della cessione. La banca realizza una plusvalenza netta di 187,7 milioni.

Il prestito alle società vendute. A prima vista sembra una buona operazione, tanto più che l’accordo viene firmato a ottobre 2008, dopo lo scoppio del crac della Lehman Brothers. Ma la cessione realizzata da Mussari riserva alcune particolarità. Innanzitutto, il patto di ferro che garantisce l’acquirente da eventuali deflussi delle masse di risparmio in gestione. Quindi, la stessa Mps entra nell’azionariato di Prima Sgr. Nel dare conto delle operazioni con parti correlate, poi, il bilancio 2009 segnala un «rinnovo della linea di credito finanziaria fino al 30 giugno 2010 per Euro/mila 420.000 a favore di Prima Sgr». Dunque, una linea di credito di 420 milioni a una società che ha appena pagato 400 milioni per comprare due società della banca. E se si tratta di rinnovo, datato novembre 2009, quand’è che è stata concessa la linea di credito, visto che la vendita si era perfezionata pochi mesi prima, a marzo? Il finanziamento, peraltro, è rimasto in essere se è vero che ancora nel bilancio 2011 si segnala che la controllata Mps Capital Services ha concesso «una linea di credito di complessivi 400 milioni di euro a favore delle società Prima Sgr, Prima Funds ed Anima Sgr, appartenenti al gruppo AM Holding».

Nel frattempo, a fine 2010, c’è stato un nuovo rimescolamento di carte: la Banca popolare di Milano è entrata nel polo del risparmio gestito, apportandovi la sua società di gestione Anima, che ha poi dato il marchio al nuovo gruppo. Adesso, Anima Sgr è controllata al 100% da AM Holding, dove gli azionisti principali sono Clessidra al 40%, Mps al 22,24% e Bpm al 36%, mentre Banca Etruria e Banca Finnat hanno delle piccole quote. Ufficialmente, Anima si presenta come una società di gestione indipendente dalle banche, ma in concreto le banche azioniste ne garantiscono gran parte della raccolta. E, nel caso del Montepaschi, anche i margini. Una situazione paradossale per una banca che «perde quattrini dal punto di vista operativo», per usare le parole del presidente Alessandro Profumo (è uno degli 80 soci de Linkiesta). Il secondo trimestre si è chiuso con una perdita di 1,7 miliardi, causa svalutazione dell’avviamento, ma il rosso emerge già a livello di gestione caratteristica. D’altra parte, i contratti vanno onorati. A meno che i legali che all’epoca asistettero la banca siano stati abili a sufficienza da mettere per iscritto adeguate clausole di protezione.

Twitter: @lorenzodilena