La soluzione per l’Ilva di Taranto? Potrebbe arrivare dai microbi Ogm

La soluzione per l’Ilva di Taranto? Potrebbe arrivare dai microbi Ogm

Le perizie chimiche e ambientali sull’Ilva di Taranto parlano chiaro: nella cittadina pugliese, per colpa dell’inquinamento prodotto dalla più grande acciaieria d’Europa, ci si ammala di più. Centosettantaquattro morti riconducibili all’impianto siderurgico, con un elenco di malattie che vanno dalla bronchite al cancro. A monte di questa epidemia ci sarebbero i gas tossici e le «polveri killer» emesse dai camini del gigante dell’acciaio (più di 4 mila tonnellate solo nel 2010). Secondo i magistrati, l’Ilva deve chiudere: a Taranto è in atto «un disastro ambientale» e «lo stato di salute della popolazione è compromesso». Ma, almeno sulla carta, una soluzione per pulire l’aria della città ed evitare lo spegnimento degli altiforni ci sarebbe: riconvertire i fumi inquinanti, trasformando i gas di rifiuto industriale in carburante da riutilizzare per produrre energia. Si tratta di un nuovo procedimento messo a punto da un’azienda neozelandese, distante migliaia di chilometri dal golfo di Taranto ma che potrebbe fornire la soluzione ai problemi pugliesi. Operai dell’Ilva compresi. Il funzionamento è semplice: i fumi inquinanti vengono convogliati in una bobina e ritrasformati in energia da riutilizzare mediante la presenza di microorganismi geneticamente modificati. Il tutto a bassissimo impatto ambientale e zero sprechi.

La Lanzatech, questo il nome dell’azienda neozelandese, è stata fondata nel 2005 dall’inglese Sean Simpson. Dopo aver ottenuto un investimento di 3,5 milioni di dollari dal tycoon “verde” della Silicon Valley, Vinod Khosla, Simpson ha sperimentato la nuova tecnologia “mangia gas” per cinque anni in una acciaieria di Auckland, sull’isola del Nord della Nuova Zelanda. «In breve», spiega Fabrizio Sibilla, ingegnere che si occupa di biotecnologie e sostenibilità di processi industriali per un’azienda tedesca, «sono riusciti a trasformare i gas di rifiuto industriale in materiale chimico usato per produrre carburante». Una valida alternativa «per risolvere i problemi dell’Ilva di Taranto», dice, «perché non solo è utile per smaltire i fumi che se dispersi nell’ambiente sarebbero nocivi, ma perché consente anche di produrre, a partire da questi prodotti di scarto, sostanze chimiche riutilizzabili da altre aziende sotto forma di carburanti». Tutto questo grazie alla presenza di microbi geneticamente modificati e progettati per “mangiare” le sostanze tossiche, trasformandole in prodotti riutilizzabili. 

«Le reazioni chimiche che avvengono nell’altoforno delle acciaierie producono diversi gas di scarto, tra cui il “syngas” (gas di sintesi, ndr), formato da monossido di carbonio e idrogeno gassoso, più diossina e altro particolato», spiega Sibilla. Con la tecnologia di fermentazione dei gas, i fumi di scarto vengono raccolti invece nei tubi (all’interno dei quali durante il percorso si raffreddano) e convogliati in un reattore biotecnologico contenente acqua e i microbi Ogm. «Questi», precisa Sibilla, «sono ottenuti grazie alle più sofisticate tecniche di biologia sintetica, sono totalmente innocui per l’uomo e rientrano nella classe di sicurezza 1, molto alta, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. Inoltre, essendo confinati all´interno di un reattore biotecnologico chiuso, non vengono rilasciati nell´ambiente».

Le aziende che hanno già deciso di sperimentare la tecnologia Lanzatech sono tante. A partire dalla Cina, il Paese che produce la metà dell’acciaio mondiale: qui l’azienda neozelandese, a partire dal marzo 2008, ha stretto una partnership con la Baosteel di Shangai, il maggiore gruppo siderurgico cinese che grazie ai microbi Lanzatech oggi produce quasi 380mila litri di etanolo all’anno (che potrebbero diventare 50 milioni entro il 2013). In India, invece, a lanciarsi nella sperimentazione sono state le acciaierie Jindal Steel &Power, terza gruppo del Paese per tonnellate di acciaio prodotto. E dal 3 gennaio del 2012 i microbi “mangia gas” sono approdati anche negli Stati Uniti, nell’impianto Freedom Biorefinery Pines di Soperton, in Georgia. La compagnia aerea britannica Virgin Atlantics, invece, ha stretto una partnership con Lanzatech per utilizzare sui propri aerei il carburante prodotto dai fumi di scarto delle acciaierie. 

«A meno di grosse differenze del ciclo produttivo dell’Ilva», spiega Sibilla, «rispetto alle acciaierie che utilizzano già il processo di fermentazione, la tecnologia sembra fatta apposta per rispondere al problema di abbattere gli inquinanti dei fumi e ottenere profitti da uno scarto, coniugando ecologia con economia secondo gli ultimi trend del mercato. I cicli di produzione dell’acciaio non differiscono troppo uno dall’altro, e il processo Lanzatech funziona molto bene con i gas di scarico delle fonderie di acciaio. Per questo motivo sarebbe perfetto anche per il ciclo produttivo dell’Ilva di Taranto». Secondo gli studi effettuati dalla azienda, in effetti, il processo Lanzatech potrebbe essere applicabile al 65% delle acciaierie del mondo. 

Potrebbe essere una soluzione per Taranto? Non è d’accordo Carlo Mapelli, docente di siderurgia al Politecnico di Milano. «Questo processo non è applicabile all’Ilva», spiega, «perché a Taranto si lavora in condizioni e a temperature per le quali questi microrganismi non potrebbero sopravvivere». Gli impianti pugliesi, assicura, «sono già dotati di tutte le tecnologie per l’abbattimento della diossina. La diossina, però, non proviene solo dall’Ilva ma da tutta la filiera intorno». Forse, aggiunge, «in futuro potrebbero essere applicati, ma esistono altri interventi tecnologici più efficaci, come i filtri a carboni attivi già presenti a Taranto». 

Per il momento, i gas che possono essere trattati secondo il processo Lanzatech sono il monossido di carbonio (CO), il mix di CO e idrogeno gassoso (H2), la tanto temuta anidride carbonica (CO2) e il mix di CO2 e H2. «Per quanto riguarda la diossina, bisogna fare un discorso a parte», spiega Sibilla, «non ho abbastanza elementi per giudicare da dove si origini la diossina che si trova a Taranto. In ogni caso, i batteri della Lanzatech, appartenenti alla famiglia dei clostridi, sarebbero in grado di metabolizzarla senza problemi». E anche dalla azienda assicurano che i microbi Ogm prodotti potrebbero eliminarla e trasformarla in carburante. «Il nostro processo potrà essere usato anche a livelli di produzione industriale elevati», precisano, riducendo le emissioni di oltre l’80% e producendo così carburante da rivendere. Ma davvero i microbi potrebbero salvare il gigante dell’acciaio? 

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