“Le riforme sono nulla senza una visione”

“Le riforme sono nulla senza una visione”

(articolo pubblicato originariamente su qdrmagazine.it il 7 agosto)

Da mesi l’emergenza italiana è costituita dallo stabilità finanziaria e in questo senso è importante che vengano meno i veti tedeschi all’uso di tutti gli strumenti utili da parte della Bce per difendere l’euro e per scongiurare una crisi di liquidità di uno stato membro.

Ma non possiamo nasconderci il fatto che la vera malattia italiana è rappresentata dalla bassa crescita. Le manovre di risanamento dei conti pubblici attraverso maggiori tasse e tagli di spesa non possono che aggravare, nel breve termine, le difficoltà di crescita del nostro paese. D’altro lato, se gli spread salgono, se l’accesso al credito da parte delle imprese è arduo, se la disoccupazione aumenta, se si diffonde incertezza e paura è altrettanto chiaro che le famiglie riducano i consumi. Altrettanto fanno le imprese con i loro investimenti. La produttività italiana già molto bassa finisce per cadere ulteriormente, se la capacità occupata è modesta.

La situazione è difficile perché ai problemi di offerta si aggiungono quelli di domanda. Le imprese manifatturiere che hanno saputo ristrutturarsi sono oggi molto brave ad esportare, ma la domanda mondiale non è proprio brillante. Del resto il manifatturiero pesa solo per il 27 per cento sul valore aggiunto totale dell’Italia e quindi da solo non può trascinare la crescita.

D’altro lato, non c’è giorno che non ci venga ricordato quanto siano urgenti e indispensabili le “riforme strutturali”, senza le quali non si potrebbe tornare a crescere.

Vorrei però proporre un esperimento. Prendiamo l’Italia del 1992 e l’Italia del 2012. A luglio di 20 anni fa si era nel pieno di un attacco speculativo contro la lira. Anche allora la Bundesbank si rifiutava di intervenire in nostro aiuto, nonostante espliciti accordi che prevedevano un loro impegno a difesa del sistema monetario europeo.

La domanda che pongo è: l’Italia del 2012 è un paese più market-oriented o meno market-oriented rispetto all’Italia del 1992? In quale direzione ci siamo mossi in questi venti anni?

Con l’estate del 1992 si aprì in verità una lunga stagione di riforme. Furono liquidati Efim e poi altri pezzi dello Stato imprenditore. L’Italia realizzò il più vasto programma di privatizzazioni realizzato in Europa, eccetto in Gran Bretagna. Eravamo un’economia mista, non lo siamo più. Nel 1992 abbiamo chiuso la Cassa del Mezzogiorno. Abbiamo posto mano a varie riforme del mercato del lavoro (Pacchetto Treu etc.) per renderlo più flessibile. Nel 1993 abbiamo cambiato la legge bancaria. Nel 1995 adottammo un testo unico della finanza (legge Draghi) che avvicinava il mercato finanziario a quello dei paesi anglosassoni. E poi avviamo le liberalizzazioni del settore elettrico, delle telecomunicazioni, delle ferrovie, dei servizi bancari e di quelli postali. Creammo autorità di settore. Abbiamo poi riformato il diritto societario e quello fallimentare. Siamo stati capaci di fare almeno tre riforme delle pensioni. Abbiamo semplificato la pubblica amministrazione (dai decreti Bassanini in poi).

Insomma è innegabile che l’economia italiana sia diventata più market-oriented. Eppure il tasso di crescita è rimasto prossimo allo zero. Ci ritroviamo oggi con le stesse difficoltà del 1992 e costretti a difenderci dal rischio di una crisi sul nostro debito sovrano. Ma allora? Le riforme strutturali non servono? La domanda è cruciale. La risposta non può che essere articolata.

Come sempre non sappiamo come sarebbero andate le cose senza quella lunga stagione di riforme. Magari saremmo finiti peggio, già nel 1993-1994. Forse le riforme non sono state sufficienti, sono state incomplete. Questa è la lettura dei riformisti-liberali. Bisognava avere più coraggio e portarle fino in fondo. Nel caso del mercato del lavoro per non intaccare le regole che si applicavano alla fascia di lavoratori a tempo indeterminato abbiamo finito per creare una casta di precari su cui scaricare tutta la flessibilità. Il risultato è stato che l’impiego di lavoratori senza tutele e sotto-pagati, senza formazione specifica ha fatto crollare la produttività. Aprire i monopoli nazionali elettrico o del gas lasciando immutati i monopoli locali ha ridotto i benefici delle liberalizzazioni e così via. Poco coraggio.

È mancato un disegno. Le riforme sono state fatte con spirito pragmatico, ma senza avere in mente un piano coerente. I tempi e le modalità sono stati tali che si è rotto il “vecchio modello” , quello dell’economia mista, ma a questo non si è sostituito un modello migliore. Il vecchio modello aveva un suo modo di funzionare, imprese pubbliche e interventi nel Mezzogiorno avevano avuto anche effetti positivi e non solo negativi. Le banche locali erano legate al territorio e conoscevano i piccoli imprenditori. Con le fusioni bancarie sono cambiati i dirigenti bancari locali con effetti deleteri sul rapporto banca-impresa. Cosa ne sa dell’imprenditoria trevigiana un direttore di filiale catapultato a Conegliano Veneto da Torino?

Serve un disegno. Le riforme fatte come un patchwork non funzionano. E vi è stata anche una sindrome di “Frankenstein”. I riformisti italiani hanno coltivato negli anni un sogno esterofilo. «Il capitalismo italiano è il peggiore dei capitalismi possibili. È un capitalismo straccione» – ha sostenuto la sinistra italiana. Ben altro avviene all’estero. Bisogna importare in Italia le regole e le istituzioni straniere. Si vorrebbe avere la public company statunitense ma anche la cogestione tedesca. Si vuole un mercato del lavoro flessibile ma anche la concertazione tra governo-sindacato-imprese. Più finanza ma anche più economia del territorio. Si vuole la politica industriale ma anche maggiore concorrenza sui mercati. Insomma si vuole un po’ di capitalismo anglosassone, un po’ di capitalismo tedesco, un po’ di capitalismo francese e così via.

Il mito di Frankenstein è un chiaro disegno di élite costruttiviste che pensano di poter costruire in laboratorio nuovi modelli. Il paese profondo nel frattempo si rivolgeva altrove. Alla Lega, a Berlusconi a coloro che invece sembravano in sintonia con le specificità nazionali, le piccole imprese, le partite iva, il sud in affanno, e così via. Ma le riforme servivano, anche se Berlusconi e Lega per 15 anni hanno detto di no.

Il governo Monti ha aperto una nuova fase di riforme ma ancora una volta senza un disegno e senza parlare con il paese profondo. Prevale una logica illuminista: noi in quanto tecnici sappiamo quale sia la ricetta migliore. Questa ricetta l’abbiamo già sperimentata. Non può funzionare. Prevale l’incertezza, lo smarrimento, la paura. È il momento di ricomporre i due pezzi. Un programma di riforme per avere successo deve esigere anche una battaglia culturale, serve un progetto che raccolga consenso. Non si possono calare dall’alto riforme che comprendono solo i tecnici. Serve un’azione pedagogica. Le riforme vanno spiegate al pubblico. Serve un traguardo collettivo, un’idea un minimo esaltante. Servono politici capaci di toccare il cuore degli italiani, di intuire i problemi profondi, le paure, le incertezze di chi ogni giorno deve fare scelte difficili. Non possono essere i tecnici a costruire questo disegno e questo consenso.

Bisogna però abbandonare la sindrome dell’esterofilia a tutti i costi. I politici italiani, soprattutto quelli di centrosinistra, hanno la superbia, spesso, di voler impartire lezioni. E così capita che un ministro del Tesoro, invitato dalla giunta di Confindustria a parlare agli imprenditori dei suoi programmi per l’economia italiana, utilizzi il tempo a disposizione per spiegare come si fa impresa con successo, quanto sia importante l’innovazione, come si debba puntare sulle produzioni di qualità. Un ministro che spiega agli imprenditori come si “fa l’imprenditore”. In quale altro paese occidentale potrebbe mai accadere un paradosso del genere? E poi ci meravigliamo se gli imprenditori votano per il centrodestra?

*Economista, insegna economia e gestione delle imprese presso l’Università degli Studi di Trento. È stato, tra l’altro, direttore del Centro Studi di Confindustria e condirettore presso il Servizio Studi (Direzione economia reale) della Banca d’Italia.
 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club