Legge elettorale, senza intesa si decide in Parlamento (con voto segreto)

Legge elettorale, senza intesa si decide in Parlamento (con voto segreto)

La nuova legge elettorale la scriveranno i peones. I parlamentari al primo incarico, quelli che nella maggior parte dei casi una campagna elettorale tra la gente non l’hanno mai fatta (eletti alla Camera o al Senato nelle liste bloccate del Porcellum). E la scriveranno in piena libertà di coscienza. Senza dover rendere conto a nessuno, neppure ai dirigenti del proprio partito. A colpi di voto segreto.

Il rischio è sempre più concreto. Domani si riunirà il comitato ristretto della commissione Affari costituzionali del Senato. L’organismo presieduto da Carlo Vizzini avrebbe dovuto recepire la riforma frutto dell’intesa tra Pdl, Pd e Udc. Peccato che a poche ore dalla riunione l’accordo non sia stato ancora trovato. Una situazione di «assoluto stallo» stando alle parole di Roberto Calderoli, rappresentante della Lega Nord nel comitato. Enzo Bianco, uno dei due relatori del disegno di legge, qualche ora fa ha chiarito: «Non arrivano a tutt’ora indicazioni definite su alcuni punti qualificanti della riforma elettorale da parte delle maggiori forze politiche». Il risultato? «Sottoporremo al comitato un documento che evidenzia sia i punti di intesa, sia quelli in cui permangono differenti valutazioni».

Insomma, deciderà il Parlamento. Se nelle prossime ore non saranno siglate improvvise intese, presto sarà presentato alle Camere uno dei disegni di legge già depositati. Sarà il volere della maggioranza a chiarire le questioni irrisolte. Il rapporto tra eletto ed elettore sarà garantito dall’introduzione delle preferenze o dei collegi uninominali? E il premio di maggioranza andrà al primo partito o alla coalizione? Dopo mesi di trattative Pdl, Pd e Udc non sembrano essere riusciti a trovare una sintesi. Adesso ci proveranno i parlamentari. Lo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano qualche mese fa aveva spronato i partiti a chiudere un’intesa sulla nuova legge elettorale. E, in assenza di un accordo, a procedere alla riforma in Parlamento a colpi di maggioranza (anche se oggi molti considerano quelle parole solo un invito ad accelerare il confronto).

«Si deciderà in Parlamento, è la cosa peggiore» racconta Pino Pisicchio, uno dei protagonisti della trattativa. I dubbi, fondati, sono giustificati dall’articolo 49 del regolamento della Camera. «Le votazioni – si legge – hanno luogo a scrutinio palese. (…) Sono effettuate a scrutinio segreto, sempre che ne venga fatta richiesta, le votazioni sulle modifiche al Regolamento (…) nonché sulle leggi elettorali». In poche parole, per riformare il Porcellum si può procedere con il voto segreto. Bastano le firme di trenta deputati.

Facile prevedere che molti, con voto anonimo, spingeranno per aumentare il più possibile la percentuale di seggi attribuiti con liste bloccate. Perché sottoporsi a una dura campagna elettorale, con il rischio di non venire eletti? C’è un episodio che racconta meglio di tante parole il rischio che corre il Paese. Nel 2005, al momento di votare l’attuale legge elettorale, Pisicchio presentò in Aula un emendamento per introdurre anche nel Porcellum i voti di preferenza. Messa ai voti con scrutinio segreto, la modifica incontrò il favore solo di 53 deputati. «Meno del dieci per cento degli eletti alla Camera – ricorda oggi l’autore di quell’emendamento – È la dimostrazione che quasi nessun parlamentare vuole sottoporre la propria candidatura al voto dei cittadini. Ma questa volta finiremmo per dare un’altra spinta del 10-15 per cento a Grillo».

L’istinto di sopravvivenza di tanti peones non è l’unico rischio. Una legge elettorale frutto della volontà di maggioranze variabili – senza prima un accordo tra tutti i partiti interessati – ha un’alta probabilità di risultare poco omogenea. Emendamenti e correzioni fuori contesto potrebbero snaturare il testo. «A quel punto può uscire fuori di tutto», continua il capogruppo dell’Api. Anche uno schema di riforma assolutamente incoerente. Con elementi presi in prestito da questo o quel modello elettorale, senza uniformità. Una riforma patchwork, simbolo dell’incapacità dei partiti di anteporre l’interesse comune alle proprie rivendicazioni.