L’Ilva a Taranto, cosa non è cambiato in 25 anni

L'Ilva a Taranto, cosa non è cambiato in 25 anni

(articolo originariamente pubblicato sulla Stampa il 3 marzo 1988)

TARANTO — In questi giorni non tira Io scirocco né il maestrale che fa alzare le polveri dei minerali pronti per produrre l’acciaio e che le fa sbattere al muro alto otto, metri che cinge una parte dello stabilimento. E muro è la prima barriera antinquinamento, la seconda è rappresentata da due collinette artificiali dove si innalzano centinaia di eucalipti e consigliate dai tecnici giapponesi della Nippon Steel giunti anni fa per scambiare le loro esperienze con i tecnici italiani. Oltre iniziano i primi palazzoni della citta. n muro e le collinette sono gli unici diaframmi tra l’italsider e le case, le due facce della presenza siderurgica: la colata continua e la colata di cemento, in mezzo una Taranto stravolta, assediata, privata della sua storia. La crisi della siderurgia si avverte nell’aria anche se non se ne parla molto forse perché si pensa che possa essere scaricata qualche centinaio di chilometri più a Nord, a Bagnoli, forse perché qualcuno spera, come sempre in passato, che alla fine l’assistenzialismo metterà tutto a posto.

Ma c’è anche chi si prepara al peggio. E la rabbia cresce sia pure in modo quasi impalpabile. I sindacati da giorni si sono attivati per muovere le acque: è in corso uh’autocolletta per mettere insieme la somma necessaria al noleggio di 60 pullman che ni marzo porteranno a Roma centinaia di lavoratori per una manifestazione. « Non porgeremo la testa alla mannaia dei tagli indiscriminati. Non sono preoccupato per i prepensionamenti ma per il fatto che questi lavoratori cinquantenni andranno ad intasare il mercato: significa che i giovuni non troveranno un posto per almeno altri dieci anni», afferma il sindaco Mario Guadagnerò, socialista, legato alla corrente dell’ex ministro Signorile. A Taranto c’è una situazione completamente diversa da Bagnoli. È lo stabilimento che fa da contenitore alla citta anche come dimensioni: l’area dove si ammassano i nastri, simili a gigantesche molle di vecchi giocattoli di latta, e i tubi per improbabili metanodotti, è di 15 milioni di metri quadrati due volte la zona urbana. L’Italsider è tutto nel bene e nel male: ha dato lavoro a migliaia di persone, ha sconquassato il territorio con il suo gigantismo miope, ha provveduto perfino alle manifestazioni culturali perché a Taranto non c’è neppure un teatro, ha sopperito i servizi sociali inesistenti. È stata, insomma, per dirla con alcuni intellettuali, una grande mammella: 25 miliardi tra salari e stipendi ogni mese, alcune centinaia di miliardi distribuiti ad oltre 200 imprese del cosiddetto indotto, 400 miliardi di perdite alla fine dell’87. Da anche in beneficenza le olive che ogni anno vengono raccolte dalle piante rimaste a testimoniare intorno all’industria dell’acciaio un melanconico «come eravamo».

Ma un’industria che ha impedito la crescita di un indotto tecnologicamente valido. Cosi quando la crisi, sempre più spesso, colpisce il gigante che produce 8 milioni di tonnellate di acciaio l’anno (contro il milione e 200.000 di Bagnoli) è l’intero sistema a risentirne senza scampo. E oggi è una nuova resa dei conti dopo che i dipendenti sono scesi da 29.500 dell’82 ai 21.000 attuali e dopo che negli ultimi anni azienda e sindacato hanno lavorato fianco a fianco per tagliare, rimodellare, riguadagnare in efficienza. Ma non basta. E piano elaborato dalla casa madre Finsider prevede l’allontanamene di altre 4500 persone nei prossimi tre anni: per 3800 la vicenda potrebbe essere gestita attraverso i prepensionamenti o la cassa integrazione, ma per gli altri è tutto in sospeso. Il guaio è che l’Italsider è ormai in un irreparàbile corto circuito, strutturale: non produce più sviluppo e quindi non sarà più un punto di riferimento. Neanche per le donne che in famiglia sentivano parlare di operai e di tenenti di marina come buoni partiti. E pericolo è che il sindacato venga risucchiato in una battaglia di retroguardia, combatta per chi è già dentro, mentre il problema è fuori dove vi sono più di 50.000 disoccupati, oltre il 27 per cento della popolazione attiva con il 80 per cento che ha meno di 29 anni. Che fare? «Il dramma — afferma lo storico Roberto Natri — è che non esiste una classe dirigente, in nessun campo. Abbiamo avuto sempre una borghesia parassitala senea spirito imprenditoriale. Io sono pessimista e temo una nuova iniezione di assistenzialismo».

Non accetteremo nessuna trattativa — sostiene il segretario confederale della Cgil, Ludovico Vico — se prima non ci diranno che cosa intendono fare per la retndustrlalizzazione. Reindustrializzazione, ecco una parola magica, quasi taumaturgica, che gira a Bagnoli come a Taranto. Ma di che si tratta, quali progetti possono essere seriamente realizzati? «Vogliamo un polo impiantistico a Taranto, una università, servigi e infrastrutture che funzionino» risponde Vico. I progetti ci sono: c’è il disinquinamento del Mar Piccolo (Taranto è una delle città più sporche d’Italia), un aeroporto finito ma che non funziona, una ferrovia che risale al 1875 con un treno che da Taranto a Roma impiega 10 ore, un impianto di irrigazione incompiuto da 20 anni, il porto allargato alle navi passeggeri. Anche il sistema degli appalti Italsider va rivisto, aggiunge Vico, perché «qui c’è un pezzo di malaffare». La magistratura sta indagando su alcuni casi di repentini arricchimenti, sul connubio politica-affari. Ma c’è chi pensa anche ad un tipo di sviluppo diverso che non sia più la svendita del territorio decisa altrove: il turismo intelligente, la ricerca, l’industria della pesca, l’agricoltura. È certo che la città non intende più sopravvivere sulla Marina militare o solo sulla siderurgia e si prepara a dare battaglia anche sull’allargamento al Mar Grande della base navale. 

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