Non solo titoli di Stato e debito: a Mps la banca non va più

Non solo titoli di Stato e debito: a Mps la banca non va più

Non ci sono solo i postumi dell’acquisizione di Antonveneta e l’effetto zavorra dei titoli di Stato in portafoglio. Al Monte dei Paschi di Siena, ormai, è proprio la macchina-banca che non gira più. Depositi in fuga: meno 5 miliardi fra aprile e giugno (da 137 a 132 miliardi). Crollo degli interessi netti: in caduta dell’11 per cento. Perdite operative: meno 26 milioni. Il trimestre aprile-giugno è stato un disastro. Sbalzi così sembrano più consoni a una investment bank, ha commentato un analista dopo la teleconferenza di ieri dell’amministratore delegato Fabrizio Viola. Ma Mps non è una banca d’investimento: è solo banca commerciale finita fuori dai binari.

Anche il presidente Alessandro Profumo lo ha dovuto dire a chiare lettere: «Questa banca perde quattrini dal punto di vista operativo, non guadagniamo un euro e così non possiamo andare avanti». Nel corso di un burrascoso botta e risposta fra presidente e dipendenti di Banca Mps, che si è svolto lunedì sera Siena nella cornice della festa provinciale del Pd, Profumo ha messo da parte le cortesie istituzionali che hanno fin qui caratterizzato il passaggio di consegne con il predecessore Giuseppe Mussari, che oggi è alla presidenza dell’Abi, a dare lustro a tutto il ceto dei banchieri. Ha detto che «così il posto di lavoro lo perdono tutti, bisogna guardare in faccia la situazione». E la situazione è che, nel secondo trimestre del 2012, la banca non guadagna più facendo quello che normalmente fa una banca commerciale: raccogliere denaro, prestare, incassare cedole e dividendi.

Nel periodo aprile-giugno 2012, dopo svalutazioni su crediti per 400 milioni, Mps ha perso 26 milioni di euro. Da qui è un attimo arrivare alla perdita netta finale di 1,67 miliardi, determinata dalla svalutazione dell’avviamento (1,5 miliardi), che è il lascito dell’operazione Antonveneta. Appena più contenuto, invece, il rosso registrato sull’intero semestre al 30 giugno (1,62 miliardi), visto che nei primi tre mesi era stato conseguito un piccolo utile di 54 milioni. 

Nella teleconferenza con gli analisti, l’amministratore delegato Fabrizio Viola ha ribadito che i conti dimostrano «l’impossibilità di differire il piano industriale, anzi probabilmente si deve accelerare». Un messaggio rivolto soprattutto a sindacati e dipendenti, sin da subito ostili al piano di riduzione del personale e, in particolare, alla prevista esternalizzazione delle attività di back office e IT. Per dare un segnale di partecipazione alla difficoltà del gruppo, Viola e i due vicepresidenti Marco Turchi e Turiddo Campaini hanno deciso di rinunciare ai compensi speciali per le loro cariche (400 mila per l’a.d., e 85-65mila per i due vice presidenti). La stessa cosa aveva fatto all’atto dell’insediamento il presidente Profumo (che è anche uno degli 80 soci de Linkiesta). La banca ha infine convocato l’assemblea straordinaria per deliberare un aumento di capitale da 1 miliardo, da realizzare in una o più volte, anche tramite obbligazioni convertibili. La speranza dei vertici è che, accanto all’ormai inevitabile ingresso dello Stato fra gli azionisti, ci siano anche soggetti privati abbastanza coraggiosi da scommettere sulla rinascita della banca che fu di Siena.

Twitter: @lorenzodilena

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