Obama ha speso 790 miliardi in più ma non c’è lavoro

Obama ha speso 790 miliardi in più ma non c’è lavoro

WASHINGTON – La camera di commercio generale degli Stati Uniti è a pochi passi dalla Casa Bianca, dall’altra parte di Lafayette Park. Sulla facciata dell’edificio spiccano quattro striscioni, ognuno con una lettera, a comporre la parola J-O-B-S, lavoro. La camera festeggia il centenario, e per l’occasione ha scelto uno slogan diretto: servono posti di lavoro.

Obama può vederli dalla finestra, ma non ci vogliono certo dei teli di plastica a ricordargli il problema. Lo confermano i dati del ministero del lavoro: a luglio la disoccupazione è salita all’ 8,3%, e ormai è sopra l’8% da quasi due anni. Lo dicono a ripetizione gli analisti politici: il lavoro sarà il campo di battaglia principale della campagna elettorale.

Per capire meglio cosa sta succedendo basta andare a Falls Church, un paesino della Virginia a poche fermate di metro dal centro di Washington. Case basse, strade larghe che si perdono nel verde e una chiesa, la First Christian Church, dove ogni giovedì si serve il pranzo per i bisognosi. 

A fare da coordinatore c’è Robert Paxton: «Qui mi pagano, questo è il mio secondo lavoro – confessa – non sono un religioso e di mestiere faccio l’agente immobiliare. Ma è dura, con due figlie da mantenere all’università i soldi non bastano mai. Ho anche un terzo lavoro, in un centro sociale». Robert è tra quelli che ce l’hanno fatta. Si occupava di marketing, dopo il licenziamento si è messo a vendere case e tra alti e bassi è sopravvissuto alla grande recessione. «Ma qui – racconta – è pieno di gente che non ce la fa. Tanti ispanici, che lavoravano come operai e con i cantieri chiusi non lavorano più. Ma anche americani della classe media. Ogni tanto viene un fisioterapista che fatica ad arrivare a fine mese, oppure una coppia di avvocati. Io sono qui da due anni, e la situazione non è migliorata».

A parte Robert e una segretaria, tutti gli altri sono volontari. Tra di loro c’è Lance, 53 anni, alto e robusto. «Vengo a dare una mano – dice – tanto lavoro poco. Sono stato per anni nel reparto vendite della Myer Emco, una catena di negozi di elettronica. Ma da quando hanno chiuso non ho trovato nulla di buono. Ora vendo macchine e guadagno a commissione, quanto basta per tirare avanti».

Il tasso di disoccupazione sembra essere il termometro del benessere americano. A novembre 2008, quando Obama è stato eletto, era al 6.5%. Da allora è salito in modo costante, ha toccato il picco al 10% (ottobre 2009) per poi iniziare una lenta discesa.

Eppure il presidente, almeno stando ai soldi messi sul piatto, non ha trascurato il problema. Basta ricordare l’american recovery and reinvestment act del febbraio 2009: un pacchetto da 787 miliardi di dollari, molti dei quali indirizzati a spese dirette per infrastrutture, energia e scuola.

Prima di servire il pranzo, Robert si fa tagliare i capelli da Sharon, una volontaria che fa da parrucchiera. «Così risparmio almeno 20 dollari!», esclama. In chiesa non si parla di politica, ma Robert non si tira indietro: «Quattro anni fa ho votato Obama e non lo rivoterò. Non mi piace come ha affrontato i nostri problemi, soprattutto quello del lavoro. Ha immesso una montagna di soldi nel sistema, senza creare le condizioni per la ripresa». Robert fa l’esempio della contea di Fairfax, quella in cui si trova Falls Church: «I dipendenti lì sono aumentati, ma è inutile. Sfamiamo più persone noi che i loro progetti per i poveri, non hanno capito che invece di compilare carte basta andare a chiedere il pane avanzato al fornaio».

In termini di posti di lavoro, secondo il ministero del lavoro, nel primo quarto del 2012 ne sono stati creati 226.000 al mese, ma da maggio a giugno la media è stata di 75.000 al mese. Anche se nell’ultimo c’è stata una ripresa (163.000 nuovi impieghi a luglio), la disoccupazione è salita dall’8,2% all’8,3%. Qualcosa si muove, ma troppo lentamente. E all’America non piace aspettare a lungo, soprattutto in un anno di elezioni.

Perfino da Starbucks, la più grande catena di coffee bar d’America, si respira un’aria da caccia all’occupazione. Parte del ricavi della vendita di “Indivisible”, miscela appositamente ideata, è destinata ad un fondo per la creazione di posti di lavoro.

Proprio gli imprenditori sembrano essere i primi a non credere ad una ripresa. Dall’ultima rilevazione della camera di commercio Usa emerge che, tra i piccoli imprenditori, solo 1 su 5 pensa di assumere nel 2013. Per l’82% l’economia è in una fase di stallo e l’azione di governo non sta portando a miglioramenti.

Christopher Hertz è titolare di New Signature, azienda di servizi informatici a Washington: «Uno dei motivi per cui le imprese non assumono – dice – è la mancanza di certezze nel futuro. Ad esempio non si sa ancora nulla sul budget federale del 2013, cosa che spaventa gli imprenditori. Poi c’è il problema dell’accesso al credito: durante la crisi la nostra banca ci ha ridotto la linea di credito da 200.000 a 20.000 dollari. Ora questa fase sta passando, ma è ancora dura». La New Signature, dopo una flessione nel 2009, ha superato bene la crisi, ma tanti competitor sono usciti dal mercato.

«Un altro problema – spiega Hertz – è la mancanza di lavoratori qualificati. Una persona che non lavora da 2 anni ha bisogno di essere addestrata, e il governo non ha fatto abbastanza in questo senso. A me piace Obama e voterò per lui, ma è chiaro che può perdere le elezioni per i problemi dell’economia, basta guardare ai numeri per capire perché molti non voteranno per lui».

I programmi elettorali in materia di lavoro suonano abbastanza diversi. Romney sostiene che ci sono 23 milioni di americani senza un lavoro a tempo pieno, e spinge per produzione energetica interna, riduzione del peso dei sindacati, più accordi di libero mercato, taglio delle tasse per le grosse aziende. Obama punta soprattutto su investimenti in infrastrutture e agevolazioni fiscali per impiegati, piccoli imprenditori e imprese che assumono nuovi lavoratori.

L’unica certezza, dicono i giornali americani, è che si andrà a votare con questi numeri, con la disoccupazione sopra l’8%: è improbabile che scenda, e va escluso che prima del 6 novembre il Congresso metta di nuovo mano al portafogli e approvi un nuovo “stimulus”. 

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