Siria, l’orrore visto con gli occhi di due reporter italiani

Due reporter italiani in Siria. Una si ferma al confine con la Giordania, tra i disperati dei campi profughi. L’altro raggiunge la capitale Damasco, viene irretito per giorni dai servizi segreti di Assad, con la bella Yara che lo costringe a non fare il suo lavoro e a sorbirsi la propaganda

SIRIA E CONFINE GIORDANO-SIRIANO – Molti si chiedono quanto durerà ancora. Tra il governo di Damasco e quello di Ankara, dopo l’abbattimento di un jet turco lo scorso giugno lungo le coste siriane, la tensione è alta. La Nato si è schierata dalla parte di Erdoğan, ma senza minacciare un intervento militare contro la Siria. L’America si è unita alla Turchia modellando un piano d’azione congiunto. La battaglia in corso ha varie chiavi di lettura: vi è innanzitutto lo scontro politico interno all’Islam; la ribalta dei fratelli musulmani (quella che i media hanno tradotto appunto in “primavera araba”) è ormai sempre più evidente. A testimoniarlo vi è la recente presa di posizione di Hamas a favore dei cosiddetti ribelli siriani, posizione da cui si è abilmente smarcata Hezbollah.

Vi è poi la sfida, su più larga scala. Russia e Cina, questa volta, non sembrano intenzionate a cedere. La Russia per ora non lascia grandi spazi d’apertura, è anzi notizia recente che si stia preparando, con Cina e Iran, una delle più grandi esercitazioni militari degli ultimi tempi. Non è certamente solo la base portuale di Tartous a mettere sull’attenti la Russia, che da un caos derivato dalla guerra civile o da un intervento militare occidentale in Siria ha solo da perdere. Se salta Assad e il legittimo governo siriano le conseguenze sarebbero di fatto devastanti. Pochi giorni fa Yang Jiechi, ministro degli esteri cinese, ha ricevuto l’emissario siriano, la dottoressa Buseina Shaaban chiedendole un impegno per far tacere le armi, interrompere il ciclo di violenze e giungere finalmente ad un accordo con l’opposizione. Per l’Iran, e dunque per Hezbollah, si giungerebbe alla resa dei conti. È tutta da vedere, invece, la posizione che potrebbe assumere Israele, momentaneamente divisa in merito agli eventi siriani fra interventisti e cauti sostenitori dello status quo. Il rischio per la Russia di rimanere priva di alleati, o comunque di interlocutori pacifici, nella calda regione mediterranea è altissimo.

Gli shabiha: mercenari senza scrupoli
Nella periferia della capitale siriana infuriano gli scontri a fuoco tra militari e ribelli armati. Si continua a morire. Tremende le incursioni degli “shabiha”, termine che tradotto letteralmente in arabo significa “fantasma” ed è inoltre il soprannome delle famigerate guardie del corpo del dittatore siriano Bashir al-Assad. «Si tratta di un gruppo di mercenari senza scrupoli – racconta Mohamed (nome di fantasia per proteggere la sua incolumità), il driver che mi accompagnerà nel viaggio in Siria – pagati a peso d’oro per proteggere il presidente della Siria, ma anche incaricati di compiere le carneficine più atroci. Sono giovani virgulti ansiosi di marcare il territorio, i quali, inizialmente con l’obiettivo tipico di ogni fondamentalismo religioso in testa, oramai ricorrono alle lame per lavare le onte più banali. La loro divisa è spartana: pantaloni mimetici, stivaletti e t-shirt nera».

Lo squadrone della morte siriano, munito di ferocia, si occupa di sterminare innocenti a colpi di AK-47 e di machete. Guadagnano 5mila dollari al mese. Sono arabi, ma qualcuno viene anche dell’Europa dell’Est. Vengono loro garantiti vitto, alloggio e servizi sanitari; soggiornano in bugigattoli e il loro addestramento avviene in un luogo top secret della Latakiyah, la regione settentrionale del Paese al confine con la Turchia. Quando non scortano Al-Assad, vengono impiegati laddove la Quarta Divisione Corazzata, 12mila uomini armati fino ai denti, non riesce ad avere la meglio sui ribelli. L’ultimo intervento risale allo scorso 13 giugno a Tartus (160 km a nord di Damasco), un blitz la cui responsabilità l’informazione governativa ha fatto strategicamente ricadere su presunti ribelli sunniti anti-Assad. Sempre a detta dell’informazione governativa, gli oppositori al regime stavano mettendo in difficoltà i soldati siriani. Fino a quando non sono arrivati loro, sparando a sangue freddo su anziani, donne disarmate e uccidendo una decina di bambini. Di fronte al sangue innocente i ribelli si sono arresi, consegnandosi agli energumeni pur di evitare un’ulteriore ecatombe.

Hama, la strage degli innocenti
Stragi come quelli di Hama ce ne sono a profusione. Un centinaio di persone negli ultimi mesi, tra cui una ventina di bambini e altrettante donne, sono state trucidate nella regione di Hama, nel centro del Paese. A renderlo noto è stato il Consiglio nazionale siriano (Cns), che ha accusato le truppe di Assad. Il governo siriano ha smentito che ci sia stato un massacro, accusando a sua volta in un comunicato diffuso dalla tv di Stato «un gruppo terroristico di aver ucciso nove persone nella regione di Hama». Da una parte all’altra ci si continua a rimpallare responsabilità. È la sfida finale.
La posta in palio è il controllo della nazione più importante, per posizione e sbocchi, dello scacchiere mediorientale. «Quello che alcuni media hanno riportato è in realtà avvenuto ad Al Koubeir, nella regione di Hama, ed è completamente falso»; questo hanno detto fonti governative. Secondo Mohammed Sermini, portavoce del Cns, i responsabili di quest’ultimo massacro sono «le forze del regime e le sue milizie, shabbiha» (vedi sopra). Interpellato dall’Afp, anche il direttore dell’Osservatorio siriano per i diritti umani (Sohr) Rami Abdel Rahmane, ha parlato di «massacro» e di almeno 87 morti ad Hama. All’inizio del mese di maggio un centinaio di civili, tra cui 48 bambini, erano stati uccisi a Hula. Anche in quel caso il regime di Assad aveva negato ogni responsabilità accusando «gruppi terroristici».

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DAMASCO (SIRIA) – L’incontro con l’ambasciatore siriano in Italia, Hasan Kaddour, in Piazza d’Aracoeli a Roma, avviene per via amichevole, vista la recente espulsione di Kaddour in quanto «presenza non gradita sul territorio italiano». Il provvedimento è stato deciso dal Ministero degli Esteri pochi giorni dopo che la Farnesina ha chiuso l’ambasciata a Damasco e ritirato il suo staff diplomatico. Kaddour è rimasto a Roma come rappresentante permanente della Repubblica Araba Siriana presso la Fao. Il confronto, riservatissimo, dura circa un’ora e mezza. Si conclude con la consegna da parte di un collaboratore dell’ambasciatore, che nel frattempo mi presenta un quadro della situazione politica della sua nazione, di un lasciapassare valido dieci giorni per entrare in Siria.

Atterraggio in Siria: impazzano gli intoppi burocratici
Parto da Fiumicino con la mia collega: lei si ferma ad Amman e si dirige verso i campi profughi situati al confine tra Giordania e Siria, io proseguo fino a Damasco. Lì avrei dovuto trovare ad attendermi all’uscita dell’aeroporto – o almeno così era previsto secondo gli accordi presi con i funzionari dell’ambasciata – un dirigente del ministero dell’Informazione. Al mio arrivo, però, non c’è nessuno ad aspettarmi.
Come ogni altro passeggero che intenda solcare il territorio siriano vengo sottoposto a sfiancanti controlli. Subito, si avverte la sensazione di essere finiti in un’area ad altissima tensione. Mi fermano per via dell’apparecchiatura fotografica. Mi pongono domande sul perché del mio giubbotto anti proiettile. Si inalberano alla vista del mio caschetto. Insomma vogliono capire – evidentemente – chi sono e cosa sono venuto a fare in Siria. Sul cellulare, intanto, mi arriva la notizia che il corrispondente dell’Ansa ha subito un attacco terroristico tornando da Dara. Due macchine della sua scorta sono esplose: un uomo ha perso la vita, altri sono rimasti gravemente feriti. A uno hanno amputato le gambe. Il giornalista e il suo traduttore, che si trovavano su una terza macchina, si sono miracolosamente salvati. Le persone che mi sottopongono ai controlli non parlano inglese: fatico a comprendere le loro richieste. Per di più, l’ambasciata siriana in Italia non aveva inviato nessun foglio informativo al Ministero dell’informazione di Damasco che, a sua volta, secondo prassi, doveva spedire un fax con la lista di attrezzatura “lecita”. Chiamo Abir Ahmad, segretario del Ministero dell’Informazione siriano: sono le 23.30 circa. Tutto inutile: non può fare niente. Dopo una lunga trattativa porto con me lo stretto indispensabile per lavorare il giorno successivo e raggiungo l’albergo.

L’occhio onniveggente del governo
Il giorno dopo il mio arrivo, con un taxi mi dirigo nella strada di Mazze, dove si trova il ministero dell’Informazione. Salgo all’ottavo piano e giungo nel gabinetto del segretario Abir Ahmad. Si tratta di una donna giovane e carismatica che mi sottopone a un lungo interrogatorio. Mi chiede l’obiettivo del mio viaggio facendomi presente senza tante smancerie che non potevo, come avrei voluto, andare a Homs e Dara. Spiego che il mio reportage vorrebbe raccontare i motivi per cui il governo siriano si sta difendendo dai ribelli. A quest’affermazione Ahmad mi risponde perentoriamente, dicendomi che non si tratta di ribelli bensì di terroristi. Senza tergiversare, dimostro la mia volontà di accingermi tra i sobborghi di Damasco nei luoghi delle rappresaglie, e anche in questo caso la risposta è un secco no: «Troppo pericoloso», dicono. Ebbene, potrò camminare per le strade di Damasco per fotografare e intervistare i cittadini mediante un lasciapassare giornaliero che verrà preziosamente custodito dalla mia guida. Difatti, la mia ultima tappa alla fine di ogni giornata sarebbe stata proprio il Ministero, che me ne avrebbe emesso uno nuovo per il giorno successivo. Vogliono tenermi costantemente monitorato.
Dopo un’interminabile mezza giornata trascorsa al ministero, si dirige verso di me una donna minuta, dal sorriso pieno. Porta al collo una medaglia con un’icona raffigurante il presidente Assad, al polso un braccialetto con lo stesso tema. Si chiama Yara e si qualifica come una corrispondente dell’agenzia stampa siriana Sana. Tra le mani stringe il mio pass.

Damasco, la città fantasma
Finalmente Damasco. Ecco la città antica. Attraverso i finestrini si distinguono, dislocati lungo le strade e in punti strategici – ambasciate, ospedali, televisioni, aeroporti – centinaia di militari muniti di kalashnikov pronti all’uso. Il territorio è blindato. I check-point sono ovunque: i soldati, per lo più giovani con indosso armi di ogni tipo, fermano il traffico e si fanno consegnare i documenti dai conducenti. Questo genera inverosimili ingorghi stradali. Gli automobilisti, rispettosi, anzi impauriti, ubbidiscono agli ordini. Un diniego potrebbe risultare fatale, in contesti simili. Dopo gli attentati, terribili, avvenuti nelle ultime settimane, la capitale è in preda al più profondo sgomento. Nessuno si fida di nessuno, la gente sa che da un momento all’altro potrebbe tornare a scatenarsi l’inferno e vive con il terrore addosso e con l’angoscia di non sapere quando finirà tutto questo.

No pictures please
Il fascino millenario di Damasco si percepisce ormai in pochissimi punti, scampati alla morsa dell’esercito. Ma anche in questi luoghi dalla calma fragile, basta un niente per ritornare ad avere la consapevolezza di trovarsi in un’area di guerra. Mentre ci spostiamo per le vie della capitale dei militari strattonano alcune persone fuori da un furgone. Si sentono urla lancinanti. Qui è quotidianità. Provo a scattare delle foto. Yara mi abbassa l’obiettivo: non si possono fare riprese. È un ordine.

Sono costretto a cancellare le immagini già archiviate. Arriviamo alla moschea, nella città vecchia; ecco di nuovo i checkpoint armati, una costante. Il divieto di fotografare permane anche in quest’occasione e in quelle che mi si ripresenteranno successivamente. Capisco – se mai ce ne fossero stati dubbi – che la guida mi è stata “offerta“ non certo per aiutarmi ma bensì per costringermi a un reportage sotto “dettatura” del governo siriano. A Yara ho provato a fare molte richieste nel corso dei tre giorni passati insieme. Abbiamo affrontato decine di argomenti, abbiamo camminato e mangiato assieme. Siamo stati a stretto contatto. Ma i suoi no non sono mai diventati sì. Lei è al servizio di Assad.

Più convinzioni che informazioni
Mentre mangiamo, sentiamo alla televisione la notizia di un aereo militare siriano scomparso dai radar: poco dopo si verrà a sapere che un pilota di alto rango dell’esercito è scappato e ha chiesto asilo politico in Giordania. Yara non commenta e mi promette – prendendomi in contropiede – di farmi intervistare dei genitori che hanno perso i figli che facevano parte dell’esercito di Assad. Come prevedibile salta tutto: dopo una breve telefonata la mia guida mi spiega che le famiglie preferiscono non parlare. Arriva la sera e vengo riaccompagnato all’albergo dove, congedandomi, mi danno appuntamento al giorno dopo. Salutandomi, Yara mi invita a non uscire mai con la macchina fotografica.

Le Nazioni Unite hanno le mani legate
Al Dama Hotel, residenza degli osservatori dell’Onu, incontro colleghi russi, italiani, siriani. Abbiamo tante informazioni da scambiarci. La speranza comune è che gli osservatori possano riprendere a portare avanti il mandato messo in standby dal generale norvegese Robert Wood. È scaduto il 19 agosto il termine della missione delle Nazioni Unite in Siria e gli osservatori Onu hanno lasciato Damasco. Il Consiglio di Sicurezza ha annunciato la fine della missione, data l’impossibilità di garantire la sicurezza degli osservatori, minacciati dagli scontri ininterrotti tra esercito e ribelli. La missione degli osservatori Onu in Siria, inviata in Medioriente per monitorare il “cessate il fuoco” entrato in vigore lo scorso 12 aprile con l’approvazione del Piano di Pace di Kofi Annan, era stata infatti già sospesa nel mese di giugno scorso. Una decisione resasi necessaria a causa dell’intensificarsi delle violenze degli ultimi mesi, segno «della mancanza di volontà delle parti nel trovare una soluzione pacifica».
La hall dell’albergo è un continuo viavai di osservatori e giornalisti. Il giorno dopo mi sveglio e, frustrato, decido di liberarmi di Yara. Comunico al ministero dell’Informazione che sarei partito. In realtà il mio piano era tutt’altro: dirigermi verso Homs con un autista. Va tutto a buon fine.

Homs
La strada è piena di checkpoint. Il mio conducente riesce ad attraversarli con facilità. È un ex militare siriano. Conosce bene le strade e soprattutto sa parlare ai soldati.
Noto che nei checkpoint, oltre ai carri armati e ai militari in divisa, vi è anche personale armato non in divisa. Mohamed mi spiega che da tempo sono emerse formazioni paramilitari pro Assad. Fanno il lavoro sporco: sono i ribelli, ovvero i disertori dell’esercito governativo di Assad. Rispondono ai comandi del colonnello Al-Asaad che ha nominato un esercito – l’FSA, Free Sirian Army – e vengono perciò ritenuti alla stregua dei terroristi. Il regime li considera tali: sono previste sanzioni durissime. Una volta catturati vengono generalmente uccisi, le loro famiglie sterminate, le loro case rase al suolo.

Il mio driver continua a parlare, fino a quando non arriviamo a circa 20 chilometri da Homs. A un check point, nelle vicinanze di Qarah, osservo due fazioni: se da una parte sono presenti i militari dell’esercito a garantire una funzione prettamente di ostacolo, dall’altra vi è una formazione paramilitare. Sono questi ultimi a gestire i check point. Le due formazioni sono complici tra loro. La tensione è alle stelle. Neanche il tempo di scendere dalla macchina che un groviglio di armi puntate verso di noi ci fa capire che non siamo i benvenuti. Mohamed mi spiega che non può fare nulla. In inglese li chiama assassini. Non se la sente di andare avanti. Torniamo indietro: probabilmente hanno capito che ero un giornalista.

Secondo Mohamed a complicare una situazione già difficile ci si mette un presidente Assad indebolito, incapace di coordinare i suoi uomini. Queste formazioni paramilitari si sono estremizzate, ispirandosi alla Jihad, forse anche ad Al-Qaida. Assad starebbe cercando asilo politico e, da ben informati, avrebbe già chiesto aiuto a Putin o addirittura all’Iran. Si sentono in lontananza spari, botti. Stanno ammazzando donne e bambini: alcuni dicono che siano i terroristi a farlo, altri sostengono che a mietere vittime sia il regime di Assad.

Verso Daraa. Intervista con i membri dell’opposizione
Mohamed ha i contatti giusti per arrivare a Daraa. Mi spiega che è meglio andare senza scorta armata, o rischieremmo di essere usati come capro espiatorio, proprio come nel caso dell’attentato occorso al corrispondente dell’Ansa e a chi lo accompagnava.
Partiamo per Daraa dove incontreremo i membri dell’opposizione. Si opta per una strada utilizzata dagli abitanti locali per entrare e uscire dalla città. È così che evitiamo i posti di blocco. La città è segnata dalle ferite dell’artiglieria pesante. In lontananza si sentono spari: siamo 100 chilometri a sud di Damasco, a pochi chilometri dal confine con la Giordania, dove i profughi cercano di scappare da questo inferno. I palazzi sono resi inutilizzabili da raffiche infinite di proiettili, gli abitanti sono terrorizzati: è una città fantasma. Le persone che si vedono in giro si contano sulle dita di una mano, l’odore di putrefazione è indescrivibile. Ci sono cecchini ovunque e sono impavidi. Colpiscono qualsiasi cosa che si muova. A Daraa gli scontri vanno avanti notte e giorno, i ribelli sono armati come si deve. Mohamed ferma la macchina e mi dice di seguirlo in una rimessa sotto a un palazzo.

Ci siamo. Un ribelle saluta il mio accompagnatore in forma amichevole: in una stanza ci sono i cadaveri di una donna che abbraccia ancora suo figlio. È una scena agghiacciante. I due si parlano e Mohamed, traducendo quanto dichiara l’amico, mi racconta che quello a cui sto assistendo è frutto degli eccidi per mano del regime di Assad. Mi chiede di rispettare e di non tirare fuori la macchina fotografica. La camera si riempie. Arrivano altri due membri dell’Fsa armati di Rpg, un’arma portatile anticarro: «Con questo possiamo combattere contro i carri armati di Assad», afferma il più anziano. Ride, ma chissà quante emozioni si avvicendano dentro quella risata. Spaziano dall’odio alla voglia di vendetta, dal dolore alla disperazione. Hanno 28 e 34 anni: uno di loro ha perso nella maniera più barbara possibile – uccisi a freddo – due fratelli e sua madre, l’anziano che tiene sulle spalle l’Rpg è suo padre. Il ragazzo spiega che una notte alcuni paramilitari sono entrati nel palazzo dove risiedevano molte famiglie tra cui la sua e hanno ammazzato i suoi cari. Ora combatte per farsi giustizia. Poco distante scoppia una bomba, Mohamed mi dice che è meglio allontanarsi e tornare verso la macchina. Restiamo ancora. Parliamo del problema dei profughi, gente che scappa per non morire ammazzata e per trovare un futuro. Uno qualsiasi, ma fuori da quello strazio. (a.g.d.c.)

BASHABSHEH (GIORDANIA, CONFINE SIRIANO) – Ecco Beshapse, il confine poroso di profughi siriani trincerati e di giordani che avviano loschi mercati. Nella maggior parte dei casi si tratta di tribù monofamiliari composte ognuna da una trentina di componenti. A capo di ognuna sta il capofamiglia, colui che cerca asilo. Abdul ci mostra un foglio spiegazzato scritto in arabo e in inglese. In fondo a questo documento, le foto delle sue due mogli e dei suoi sette bambini. Un pezzo di carta che attesta la sua ricerca di uno sponsor, ovvero una famiglia giordana che si assuma il carico di assicurare il pane a lui e ai suoi. In alcuni casi si tratta di famiglie legate da intrecci parentali beduini. Spesso, invece, ad approfittare di questa impennata nelle richieste di asilo, si crea il deterrente di un vero e proprio mercato nero. Mustafa ci ha spiegato che il suo ruolo è quello di intermediario tra le famiglie in cerca di asilo e quelle in grado di fornirlo previo pagamento, ci aggiriamo intorno ai 5.000 dinari. Come spiegare l’esodo di questi uomini e donne incastrati in un paradosso?

L’eco dei rifugiati
Se da una parte vige il timore di scappare da un governo che sembra non esercitare più alcun controllo e non elargire altro che miseria e subbuglio, dall’altra le ondate di organizzazioni paramilitari insieme ai gruppi jihadisti contribuiscono alla ramificazione del terrore e a una condizione disperata di non ritorno che spinge i siriani alla fuga. In patria le loro case sono bruciate, gli appezzamenti di terra rasi al suolo. Cominciano tutto daccapo, con la possibilità di curarsi (la Giordania è nota per l’eccellenza del suo servizio sanitario). Durante il viaggio incontro diversi rappresentanti di associazioni non governative. Svolgono le proprie missioni nei campi profughi a cavallo tra i confini di Siria e Giordania, nelle località di Mafraq e Ramtha. I dati ufficiali danno 150.000 rifugiati in territorio giordano, ma in realtà si tratta di un numero ben maggiore e in continua crescita. Secondo Samir Barhoum, direttore del Jordan Times, la comunità internazionale non si muove abbastanza per venire incontro ai disagi energetici causati dall’affluenza di siriani che la popolazione giordana ospita da 13 mesi a questa parte.

Nonostante l’ospitalità giordana sia un caposaldo della cultura beduina, sostenere questo continuo flusso di anime in pena diventa complicato. La diversità del popolo giordano è da sempre stato il baluardo della cultura hascemita, che dal 1921, nonostante le frizioni, ha sempre vissuto in pace e grato alla propria leadership. Una tranquillità che rischia di essere scalfita oggi dall’ondata di siriani in fuga che trovano conforto in terra giordana. Anche le riforme politiche messe in atto in questa lingua di terra sono cominciate ben prima delle rivolte che hanno caratterizzato la primavera araba. Il flusso di siriani in Giordania fa zoppicare il settore idrico, già instabile, che cerca di sopravvivere trasportando l’acqua dal sud al nord del Paese. I dibattiti sull’energia rinnovabile sono in stand by anch’essi, in attesa della fine delle questue sociali che affliggono i giordani dall’inizio dei disordini in Siria nel marzo 2011. I rallentamenti nei lavori sono stati numerosi negli ultimi anni, a cominciare dall’Intifada nel 2000, seguita dall’attacco alle torri gemelle nel 2001 e il conseguente diramarsi del terrore, l’invasione dell’Iraq che ha forzato un’ondata di iracheni nel paese nel 2005 e gli attacchi terroristici. Prima di concentrarsi su un qualsiasi cambiamento politico la priorità per la Giordania è stata quella di migliorare gli standard legati alla sicurezza.

Amano la Siria, ma vogliono scappare. E molti ci stanno riuscendo. In barba alle restrizioni governative “per motivi di sicurezza” attuate dal governo giordano. E in barba al ministro degli Esteri, Nassar Judeh che, in particolare, ha sottolineato che il Paese ha il diritto di impedire l’ingresso di stranieri per salvaguardare gli interessi nazionali. La Giordania ha accolto ad oggi circa 150 mila profughi siriani nei 15 mesi dallo scoppio della crisi, secondo stime del governo. L’aria nei ministeri ad Amman è sguarnita e carica di tensione.
Ma questo accade ai piani alti. Ai piani bassi, qui al campo profughi di Mofrak, le cose funzionano un po’ diversamente. Al mio arrivo, sotto il mio sguardo si presenta un insediamento di circa 10,000 profughi accolti in tende circondate da casupole di polizia in plasticame fatiscente. Dicono che le loro case in Siria sono state bombardate, ma il nome del presidente Assad, alla stregua dell’innominato manzoniano, non viene menzionato. Dei giordani, che le prime cinque settimane li accolgono in questi centri sostenuti da associazioni non governative per poi smistarli – si sposteranno in tendopoli di fortuna che accolgono intere tribù all’interno degli appezzamenti di terra per i quali presteranno servizio – dicono che sono “lontani parenti”. Si chiamano, o dicono di chiamarsi, Mustafa, Mohammed, Abed – i nomi non sono importanti perché sono spesso falsi – e rappresentano un’intera generazione che vuole lasciarsi alle spalle il proprio paese.

Hanno dai 5 agli 80 anni. Si spostano tutti insieme, in tribù. Anche perché chiunque sia lasciato indietro è spacciato. Il regime siriano è brutale. Sono uomini, donne e bambini, tutti provvisti sul volto di quei segni profondi che fanno riconoscere chi ha già alle spalle un’esistenza da clandestino, ai bordi della società. Tutti, o quasi, arrivati in Giordania per la prima volta, scappati dopo una rivoluzione che non considerano tale e della quale non si capacitano. Neanche quelli che vengono da Homs e dicono di avere assistito a quelle inspiegabili sparatorie, ma che non capiscono quali interessi siano in gioco. «Io in Siria non ci tornerò mai più», dice Ali, seduto davanti alla sua tenda, con le mosche che gli entrano negli occhi. È preoccupato per i suoi fratelli, che sono spariti alla frontiera una settimana fa, ci dice che immagina di rivederli, che è sicuro che loro “aspettino di riprovarci”. È cosa nota che il regime di Assad uccide senza scrupolo tutti i dissidenti. Guardiamo Ali in silenzio. Volto emaciato, sguardo sconsolato, è il capofamiglia con due mogli e cinque bambini e, sventolandoci un foglio che ne mostra tutti i volti, dichiara in modo perentorio: «Questo è il mio documento che attesta la mia richiesta di asilo politico. Mi stanno cercando uno sponsor».

Fin dove si spingerà la solitudine di Assad?
Per mesi la soluzione promossa da Kofi Annan, che si è ritirato definendo quella siriana una mission impossibile, consisteva in un governo di transizione delle Nazioni Unite «formato sia dai membri dell’attuale governo, sia da esponenti d’opposizione e da altre rappresentanze della società». Dal mese di aprile l’accordo di un cessate il fuoco non ha mai avuto presa. Il conflitto e con esso gli attacchi si sono andati via via intensificando fino a portare all’uscita definitiva della missione delle Nazioni Unite dalla Siria.
Il leader siriano, Bashar Al Assad, si trova ormai in una situazione di totale isolamento: dalla comunità internazionale e dalla conferenza islamica che con il solo voto contrario dell’Iran, ha di fatto espulso la Siria.
Senza un piano di pace, la Siria andrà incontro a una catastrofe. L’opposizione sostiene che nella rivolta hanno già perso la vita 23mila “innocenti”. Sempre secondo le forze che lottano contro il regime, finora il presidente Assad non ha mai dimostrato di voler porre fine alle violenze. Tutte le speranze al momento ricadono nelle mani della consigliera politica del regime, Bouthaina Shaaban, una stratega che al dottorato in letteratura inglese unisce l’insegnamento della poesia. È lei la Sherazade del leader siriano. Dai suoi consigli ci si aspetta una svolta. Vera. (e.g.)

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