“Soprusi, abusi e piccole torture: vi dico come Putin tratta le Pussy Riot”

“Soprusi, abusi e piccole torture: vi dico come Putin tratta le Pussy Riot”

Quello che succede al tribunale di Khamovniki, a Mosca, dove sono processate Macha, Nadia e Katia, è affliggente. In questo caso, il termine “giudicare” non può essere utilizzato se non nel senso che gli davano gli inquisitori del Medioevo. Io conosco questo “acquario” della sala 7 del tribunale. È stato installato in via speciale per me e Platon Lebedev, dopo che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) ha riconosciuto che era degradante e in violazione degli stessi diritti tenere gli accusati dietro delle sbarre. Questo ha dato un modo di burlarsi, con una crudeltà raffinata, di coloro che hanno osato lamentarsi presso la Cedu. L’idea è la seguente: «Ah, voi dite che una gabbia con le sbarre è sbagliata? Bene, ve ne daremo una di vetro, una boccia con una piccola feritoia per parlare con gli avvocati contorcendosi, la schiena curva, per dire qualche parola».

In estate, ci si sente come un pesce tropicale: fa caldo, e l’aria condizionata della sala non entra. Era faticoso per me e Platon passarci giornate intere. Io non immagino come le povere ragazze si stringano in tre… Ho letto che il giudice ha rifiutato le richieste per diminuire i tempi delle udienze così come le richieste per chiamare un’ambulanza.

Quando vi portano dalla prigione al tribunale, accade questo. All’inizio, vi svegliano ben prima della colazione, poi vi lasciano “marinare”, distendervi nella “boccia” durante il trasporto che dura almeno due ore a causa del traffico. Al tempo ero detenuto a Matrosskaia Tichina, nel centro di Mosca, ma le ragazze sono state portate oltre il quartiere di Petchatniki, più o meno due volte più lontano. Fanno tre ore di viaggio all’andata, altrettante al ritorno.

In prigione, subiscono due ispezioni corporali umilianti all’andata e al ritorno. E ne subiscono altre due dalla loro scorta. In totale, almeno quattro ispezioni al giorno. All’uscita dai mezzi le mettono le manette e le trascinano all’entrata del tribunale. Non hanno che dieci secondi per sgranchire la testa e gettare uno sguardo sul mondo libero. È per questo che è importante “accoglierle”, perché, in quel momento, ogni sorriso di sostegno vale a peso d’oro. È un sorriso che aiuta a mettere da parte sei ore di oltraggi subiti dopo il risveglio, e a entrare nella sala dell’udienza sentendosi come esseri umani.

In tribunale, o le portano nella sala trascinandole per le scale con un braccio incatenato a quello della guardia, o nella cella speciale, chiamata “konvoika”, dove aspettano il loro turno.

Una volta nella sala, è in quell’acquario che si esige che si comportino in maniera adeguata al processo, che rispondano alle domande, che seguano le deposizioni dei testimoni… Ma come possono seguire un processo in quelle condizioni? Nella loro gabbia di vetro, le ragazze non hanno posto neanche per un blocco note. Possono scrivere solo sulle loro ginocchia se la schiena glielo permette… Se no, non hanno che sperare che gli avvocati abbiano segnato tutto, e che il giudice accorderà loro del tempo per uno scambio con loro.

Durante la pausa, si ha diritto a una razione secca. Della pasta e del pane saraceno crudo. Non si tratta neanche di quella pasta a preparazione istantanea, è ben peggio. Mentre la pasta si rammollisce nell’acqua bollente per essere mangiabile, i venti minuti di pausa sono passati. Io ho smesso di mangiare dalla seconda settimana del mio processo: era meglio bere solo dell’acqua.

Ed ecco, la seduta è terminata, e ognuno rientra a casa. Ma le accusate, di nuovo ammanettate, fanno il viaggio di ritorno. Arrivano dopo la cena. Non possono fare che una doccia il sabato. Così è la vit… La loro “giornata di lavoro” arriva a durare venti ore. Suonano l’ora del sonno. Se c’è una seduta l’indomani, le risveglieranno tre ore dopo, e la “procedura” si ripeterà.

Non so come possano sostenere il colpo… Non è d’uso parlarne in tribunale perché nessuno vi pone la domanda. Non è d’uso lamentarsi alla direzione della prigione perché per loro, è un regime ordinario. Se vi lamentate, vi sveglieranno un’ora prima e vi riporteranno indietro un’ora più tardi del previsto. Ma il giudice sa di tutto questo. È una tortura?

Troppo poco tempo per venire a conoscenza dei documenti e un prolungamento del mantenimento in detenzione preventiva fanno parte dell’uso corrente, ma le sedute di undici ore al tribunale, senza una sola pausa normale neanche per mangiare, mostrano una volontà diversa. Forse il tribunale eseguirà gli ordini di finire l’istruttoria dell’udienza, ascoltare le arringhe, prima della fine dei Giochi Olimpici, così che i media di tutto il mondo saranno occupati e che la nostra vergogna resti ai margini della loro attenzione?

Ebbene, questo processo è una vergona per il nostro paese, questo paese di umanisti e di scienziati celebri, che si è trasformato d’un tratto in una provincia arretrata. Mi sentro oltraggiato e coperto di vergogna. Non a causa di queste ragazze ma a causa dello Stato la cui impudenza disonora la nostra Russia. Ci hanno privato di una giustizia onesta e indipendente, della possibilità di difenderci e di difendere le persone dall’arbitrio politico.

Se incontriamo nella via, al supermercato o a teatro coloro che, in cambio di soldi e privilegi, violano le leggi, è nostro dovere spiegargli pubblicamente, cortesemente ma con chiarezza, perché noi non li rispettiamo e perché ci opporremo alle loro azioni con tutte le nostre forze.

È così che potremo conservare il rispetto per noi stessi. Io chiedo alle persone che pensano, che hanno studiato, alle persone semplicemente oneste, di mandare qualche parola di sostegno alle ragazze. Il vostro sostegno è molto importante per loro che, per volontà di forze malvagie, si trovano in prigione.

Mikhaïl Khodorkovski è incarcerato in una colonia penale nel Nord-Ovest della Russia

(Traduzione a cura di Alessio Mazzucco)

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