Sulla legge elettorale nessuna novità e al Senato esultano

Sulla legge elettorale nessuna novità e al Senato esultano

Evidentemente non sono serviti neppure gli ultimi appelli del presidente Napolitano e del premier Mario Monti. La riforma della legge elettorale per ora non si farà. Il primo voto del Senato, atteso entro la pausa estiva di Palazzo Madama, è saltato. L’ennesima promessa mancata in un percorso sempre più accidentato. Secondo quanto promesso dai rappresentanti dei gruppi parlamentari, il Comitato ristretto nato in seno alla commissione Affari costituzionali avrebbe dovuto presentare un testo – frutto dell’accordo tra tutti i partiti – entro la prima metà di luglio. In tempo per permettere al Senato di approvare la riforma del Porcellum prima di venerdì 10 agosto, giorno di chiusura.

Niente da fare. Ad oggi la bozza della legge elettorale ancora non esiste. Eppure i principali partiti della maggioranza esultano. «Rispetto alle altre volte – ha raccontato il presidente della commissione Carlo Vizzini – se qualcuno oggi scrivesse che c’è stallo vuol dire che ci vuole davvero male». In realtà c’è poco da essere ottimisti. Dopo diversi rimandi, oggi l’organismo presieduto da Vizzini avrebbe finalmente dovuto licenziare l’articolato della legge elettorale. Ma i due relatori Lucio Malan ed Enzo Bianco hanno rinunciato al proposito di presentare un testo unico. Meglio, allora, esaminare le diverse posizioni in campo. Ancora una volta.

Il vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello si è limitato a presentare il disegno di legge depositato ieri al Senato dal suo partito. Un progetto che prevede la reintroduzione delle preferenze (saranno tre, in caso di scelta multipla l’elettore dovrà indicare sia candidati uomini che donne). Un premio di maggioranza del 10 per cento, attribuito al primo partito. E una soglia di sbarramento fissata al 5 per cento per la Camera e all’8 per cento nelle circoscrizioni regionali che eleggeranno il Senato. Da parte sua, il rappresentante del Pd nel Comitato ristretto Enzo Bianco ha messo nero su bianco gli eventuali “punti qualificanti per una bozza di legge elettorale”.

«C’è un ampio accordo su cinque punti e tre nodi da sciogliere» esulta Quagliariello. Peccato che i passaggi su cui non si è ancora trovata un’intesa siano sempre gli stessi. Ormai da tempo. «Sia noi che il Pdl – continua il senatore berlusconiano – vogliamo il metodo proporzionale, 2/3 dei candidati indicati dagli elettori, 1/3 con listini bloccati». C’è accordo poi sulla soglia di sbarramento al 5 per cento e sull’esistenza di un premio di governabilità. Già, peccato che il Pd punta ad attribuire un premio del 15 per cento alla coalizione vincente, il Pdl uno del 10 per cento al primo partito. Mentre si continua a discutere sull’introduzione di preferenze o collegi uninominali. Non proprio dettagli. Insomma, per dirla con le parole del leghista Roberto Calderoli, presente all’incontro, «le distanze restano immutate».

Difficilmente si troverà un accordo in tempi rapidi. Anche questa mattina, appena uscito dall’incontro con il leader di Sel Nichi Vendola, il segretario democrat Pier Luigi Bersani ha chiarito la posizione del suo partito. «Abbiamo un solo punto irrinunciabile: la sera del voto gli italiani devono sapere chi governerà». In poche parole: il Pd non cede sul premio di maggioranza alla coalizione vincente. E così davanti ai ritardi del Comitato ristretto, proseguono a fari spenti le trattative dei tre sherpa Denis Verdini (Pdl), Maurizio Migliavacca (Pd) e Ferdinando Adornato (Udc). La trattativa arriverà a buon fine? Probabile. Ma non a breve. Intanto tramonta l’eventualità del voto anticipato. Senza un testo da votare, il Senato non potrà licenziare la nuova legge elettorale prima delle ferie. E il confronto sarà inevitabilmente posticipato a settembre. Senza riforma del Porcellum, però, il capo dello Stato ha più volte spiegato che non scioglierà le Camere.  

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