TaccolaZamperla, il giostraio dei record che divide Venezia

Da Altavilla Vicentina a New York

Centro polifunzionale o parco giochi. Già nella definizione il progetto per Isola San Biagio a Venezia divide. Da una parte c’è lo sviluppatore, la società Antonio Zamperla spa, spalleggiata dalla Regione Veneto e dal rettore dell’Università Ca’ Foscari, dall’altra parte ci sono le associazioni ambientaliste e di difesa del paesaggio, con in testa Italia Nostra. In mezzo il sindaco di Venezia Orsoni, favorevole ma con diverse riserve.

Isola, o Sacca, San Biagio è un isolotto artificiale quasi attaccato alla Giudecca, quindi nel cuore di Venezia. Per decenni è stata usata come discarica e ospitava un inceneritore. Da una ventina d’anni è abbandonata, in attesa di una bonifica. In queste settimane si decide finalmente quale sarà il suo destino. Il progetto che ha più probabilità di successo – anche per la mancanza di alternative concrete da parte degli oppositori – è quello messo sul piatto dalla Zamperla: un investimento di 80 milioni di euro per bonificare e costruire uno spazio misto: per due terzi “edutainment” dedicato alla natura e alle popolazioni della Laguna e alla storia della città di Venezia, per un terzo spazio ludico con una decine di giostre, compresa una ruota panoramica già al centro delle polemiche.

Rendering del progetto di Isola San Biagio, Venezia

Prima di questo progetto pochi, in Italia, conoscevano il nome della Zamperla, se non per l’intervento di rilancio di Minitalia Leolandia, in provincia di Bergamo. Eppure all’estero la fama di questo marchio è molto superiore che nei nostri confini. Merito, soprattutto, del progetto sviluppato a Coney Island, uno dei quartieri una volta più disagiati di Brooklyn, cantato tra gli altri da Lou Reed in una celebre e inquieta canzone. L’ex sindaco di New York City, Micheal Bloomberg, decise di riqualificarlo (mettendo 6 milioni di dollari, contro circa 30 della società privata Central Amusement International) e appoggiò il progetto del Luna Park e Scream Zone, dove la società di Altavilla Vicentina ha giocato un ruolo di primo piano, progettando e realizzando tutte le 19 attrazioni. Oggi il parco, aperto nel 2010, è visitato ogni anno da circa 6-700mila persone. Circa 600 persone, tra stabili e stagionali, lavorano per conto della Zamperla.

Cerimonia al Luna Park di Coney Island, New York. Al centro Alberto Zamperla, sulla destra, e l’ex sindaco di New York City, Micheal Bloomberg

Nel mondo le realizzazioni sono state diverse. La società ha creato parchi di divertimenti in Russia, un luna park nell’area di una centrale nucleare dismessa in Germania, a Kalkar, e uno nella Baghdad martoriata degli attentati. Ora è al lavoro per un mega-parco ad Astana, in Kazakhstan, e ha centinaia di commesse dalla Cina agli Usa. Ha anche creato parchi in Paesi soggetti a dittatura, come la Corea del Nord. Ma soprattutto ha legato il suo nome ai parchi della Disney, dopo che, nel 1988 fornì sette delle 12 attrazioni originarie per Eurodisney.

È proprio da Disney che parte a parlare Alberto Zamperla, amministratore delegato della società, erede di una famiglia da generazioni attiva nell’entertainment ed egli stesso artefice dell’espansione internazionale. «La Walt Disney ieri ha mandato una mail per chiedere di avere con noi un rapporto più assiduo, volto allo sviluppo delle novità – esordisce -. Non è facile lavorare con loro perché richiedono una qualità alta e molte risorse; per la scarsa flessibilità che c’è in Italia è difficile accettare progetti importanti che poi finiscono».

Lo troviamo nella fabbrica di Altavilla Vicentina, dove risiede ma dove passa sempre meno tempo, vivendo per parte dell’anno a New York e girando per le fabbriche in Cina, a Sunzhou, e nelle Filippine, a Manila. Tanto le realizzazioni sono appariscenti e rumorose, tanto la fabbrica è discreta e quasi mimetizzata tra le campagne di Altavilla. Non ha l’aria della sede di una società che nel 2012, ultimo bilancio disponibile, ha fatturato 57 milioni di euro (+5 milioni rispetto all’anno precedente), con utili per 938mila euro (217 l’anno precedente).

Unica concessione estrosa, fuori, due leoni in pietra in stile cinese, davanti all’ingresso. Dentro, pochi riferimenti alle nuove realizzazioni e tanti cimeli di vecchie giostre e attrazioni da luna park. La storia è infatti antica. Un libro fatto da realizzare dall’azienda mostra tutte le ramificazioni dell’albero genealogico della famiglia dal 1830, con una serie di personaggi attivi a vario titolo nel mondo dello spettacolo. Un particolare su tutti: il nome Zampanò, protagonista de La Strada di Federico Fellini, deriva proprio dai nomi di Zamperla e di Saltanò, due famiglie di organizzatori di spettacoli itineranti che il regista conosceva e che facevano da consulenti per il film (i Saltanò fornì anche location e attori). L’incontro con Alberto Zamperla è invece in una sala riunioni dove coesistono un ampio camino, di stile rinascimentale, e un tavolo lucido moderno. Alle pareti, foto di Zamperla con Putin sulle montagne russe, con Bloomberg a Coney Island e una foto di Kim Jong-un su un roller. Ma il pensiero è più vicino, a Isola di San Biagio.

Signor Zamperla, da dove nasce questo progetto che sta diventando il centro di tante polemiche?
Io amo l’Italia e amo Venezia. La Repubblica di Venezia è stata un esempio di modernità ed equità. Sa perché era chiamata la Serenissima? Per la qualità delle leggi: quando i Dogi venivano eletti, dovevano dichiarare l’entità dei loro beni. Se alla loro morte erano cresciuti, la parte eccedente andava alla città. L’Arsenale è stata la prima fabbrica moderna del mondo, si faceva una nave al giorno. Venezia è stata la prima repubblica a fare una legge sul copyright. Qualche giorno fa ero a Manila e dicevano che la prima moneta che arrivò nelle Filippine fu una Gazzetta veneziana. Questo mi ha ispirato a fare una cosa che parla della storia di Venezia.

Un rendering del progetto di Isola San Biagio, Venezia

Perché attraverso un parco?
A Parigi il Louvre ha 6 milioni di visitatori, Eurodisney ne ha 13 milioni. A Londra la ruota ha 3 milioni di visitatori. Non si può fare gli intellectual chic e andare contro la gente.

Ci descrive il progetto?
È un progetto di edutainment sulla storia della Laguna e della città: abbiamo un’ottima relazione con l’università di Venezia. Se si parla di Venezia, bisognerà farlo in maniera adeguata. Poi ci sarà una parte ludica, per sostenere il tutto. Nel progetto è stato dato risalto alle capacità progettuali dell’Italia e del Veneto.In questo momento critico per l’Italia sarebbe un modo per realizzare qualcosa di positivo. La risposta è incoraggiante: dopo la presentazione del nostro piano sono stati scritti 200 articoli, di cui 100 all’estero.

Un video promozionale del progetto:

 https://www.youtube.com/embed/o81mGBB-c-Y/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

Più in dettaglio, come sarà?
Il progetto ha due terzi di edutainment. Ci saranno tre aree: la prima sarà dedicata alla Laguna, e sarà curata dalla professoressa Torricelli (Patrizia, docente di Scienze ambientali alla Ca’ Foscari, ndr). Si spiegherà com’è la vita nella Laguna. Ci sarà uno spaccato verticale della Laguna e una zona in cui si racconteranno le tante forme di pesca. Ci sarà spazio per le energie rinnovabili, che alimenteranno il parco. In una zona spiegheremo alle scolaresche le forme di energia rinnovabile. Il centro non avrà barriere architettoniche, che invece rendono inagibile Venezia.

Un video che descrive la parte di edutainment naturalistico di Isola San Biagio

 https://www.youtube.com/embed/d1FpasjRNWo/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

La seconda area?
Nella seconda area si racconterà la storia di Venezia. Come era nell’anno 800? Chi ci andava? Si viaggerà nel tempo, con delle carrozzine che hanno una tecnologia canadese. Ci sarà un’attrazione sarà sulle fasi della battaglia di Lepanto. In quest’area si parlerà della capacità di costruire e dell’Arsenale, dei mestieri che hanno reso famosa Venezia. Sarà ricreato uno squero, dove venivano fabbricate le gondole. Ci sarà una stamperia, perché nel ’500 Venezia era il centro più importante d’Europa per la stampa.

Un’immagine di come sarà ricostruita la battaglia di Lepanto

Quanto all’ultima area?
La terza area sarà quella delle feste. Ricreeremo il Carnevale. Ci sarà anche un teatro, che sarà messo a disposizione per dei congressi. Stiamo riposizionando l’area, per avere un impatto acustico minimo.

Quante saranno le giostre?
Una decina, tutte tematizzate sul Carnevale.

L’Isola San Biagio, in basso a sinistra, rispetto a Venezia

Molti si sono subito detti contrari per l’impatto che avrebbe sull’immagine della città e sui flussi turistici, che già ora mettono molta pressione su una città delicata. Italia Nostra parla di progetto abominevole.
Sono contro il partito del No. Io non vado a rubare terra. Siamo in una zona che era una discarica e la bonificheremo a nostre spese. Non penso che porteremo più turisti a Venezia, li sposteremo. Metteremo inoltre in evidenza, attraverso i nostri percorsi, altri luoghi di Venezia, dove ora i turisti non vanno, come l’Arsenale o le vetrerie. Ora i turisti vanno tutti negli stessi spazi. L’effetto del parco sarà di creare un diversivo. Se è contraria, perché Italia Nostra non si è attivata per trovare spazi alternativi?

Immagine di repertorio di Isola San Biagio, Venezia

Dopo anni in cui si dice che Venezia sta diventando una Disneyland, può essere una Disneyland a salvarla?
Non accetto di chiamarla Disneyland. Per le dimensioni, che sono infinitamente inferiori ai parchi Disney, e perché a Disneyland è rappresentato un mondo falso. Qui spieghiamo com’è la laguna, la storia di Venezia, ci saranno racconti veri. Ci sarà una funzione museale e ludica.

Il punto sui rapporti con le istituzioni e i comitati: è corretto dire che la Regione è con voi e il Comune ha dei dubbi?
Sì, è così. Ma vorrei precisare che noi non andremo a modificare il piano urbanistico del comune di Venezia. Abbiamo già presentato a Venezia un piano, con le cubature dell’intervento. Se diranno che sono pertinenti con il piano di ambiente e territorio, chiederemo la licenza e il permesso di costruire, poi in due anni saremo pronti a partire.

Uno dei punti più critici per i veneziani riguarda la ruota panoramica.
Abbiamo capito che la ruota non è ben vista, Venezia si è opposta da parecchio tempo. Faremo delle modifiche, abbiamo dei progetti alternativi. L’altezza non sarà superiore ai 55 metri, sarà quindi inferiore all’ultimo piano delle navi da crociera. Noi riteniamo però opportuno che il turista veda Venezia dall’alto.

Rendering del progetto di Isola San Biagio. La ruota panoramica subirà una modifica

Continuerà a vedersi da Venezia?
Ritengo questo un falso problema. Non si vede se non dalla Stazione Marittima e dal ponte della Libertà. Poi non rovina l’orizzonte. Useremo delle vernici cangianti: si adattano; assorbono le luci dell’atmosfera e prendono il colore del cielo. Londra ha una ruota che è diventata un simbolo della città (sviluppata in occasione dell’anno 2000 e per questo chiamata Millennium Wheel, o London Eye, ndr) così come a Nizza (dove viene montata in occasione delle feste natalizie, ndr) e a Singapore (dove la Singapore Flyer è stata la più alta del mondo, con 165 metri, fino al settembre 2013, quando è stata superata da una ruota a Las Vegas, ndr). New York ne sta per mettere una nuova da 200 metri. Ci sono ruote anche a Berlino e ad Amburgo, Vienna ce l’ha al Prater dal 1898. Sa quando e perché venne inventata la ruota panoramica? Per la Columbian Exposition di Chicago, dal signor Ferris, nel 1893. Infatti negli Usa si chiama ancora Ferris’ Wheel. È un simbolo di progresso.

Tra le esperienze a cui vi siete ispirati si dice che ci sia anche il Tivoli Park di Copenhagen, che è nel centro della città e ben accettato dalla popolazione.
Non solo accettato, ma portato come fiore all’occhiello. Lo confermo. Il Tivoli park è anche un nostro cliente. Noi, come il Tivoli Park, vogliamo essere parte della città. Creeremo un teatro, ci saranno delle feste, porteremo vita. Ora alla sera a Venezia non c’è niente.

Sarà aperto tutto l’anno?
Sarà aperto 10 mesi all’anno, dal Carnevale a dicembre.

Perché scegliere la via di un progetto privato e non pensare un coinvolgimento del settore pubblico? Forse vi coprirebbe più le spalle.
Siamo aperti a tutte le forme di collaborazione, non abbiamo preconcetti.

Tornando a Venezia, è diversa nella sua opposizione alle novità dal resto d’Italia?
A Venezia si va di pancia, non di testa. Anche sulle grandi navi: uno studio ha detto che hanno un impatto inferiore ai vaporetti.

Siamo sempre più il Paese di Celentano?
Parigi sta progettando un arco di trionfo alla Defence; immaginiamo come sarebbe stato accolto quello o anche il Centre Pompidou in Italia. Oppure il Reichstag o il Sony Center di Berlino. Infatti vediamo cosa succede alla nostra economia. A Venezia il problema si accentua. Tenendo conto che il territorio è delicato, si enfatizza la politica del no. Ci sono critiche ma nessuna proposta, nessun approccio “del fare”. Dicono che sono uno che entra Venezia da fuori, ma sono nato a Pieve di Soligo, sotto Conegliano. È incredibile che oggi sia questo il livello del ragionamento, sembra il tribunale dell’Inquisizione.

L’ha sorpresa la bocciatura del Palais Lumiere di Pierre Cardin?
Il Palais Lumiere però era diverso: era un project financing; Cardin, con tutto il rispetto, metteva il nome, poi altra gente doveva mettere i soldi. Il costo degli appartamenti era elevato, sui quattro milioni ciascuno; poi guardavano su Marghera, non verso Venezia.

Un rendering del progetto del Palais Lumière di Pierre Cardin a Venezia, poi naufragato

Pensando all’estero, che approccio ha trovato da parte delle istituzioni e popolazione relativamente ai suoi progetti precedenti?
Anche a New York c’erano opposizioni. C’era chi temeva che si snaturasse Coney Island.Noi in giro per il mondo rispettiamo il modo di vedere le cose e di lavorare. Il New York Times ha scritto: “renewed but preserved”. L’ex sindaco Bloomberg si è preso i suoi rischi ma poi ha portato avanti il progetto fino in fondo. È stata un esempio di amministrazione pubblica preparata con cui lavorare.

Coney Island: cos’era e cos’è?
A New York Bloomberg voleva riqualificare Coney Island, un’area degradata di Brooklyn, che è l’area con più disoccupazione di New York. Noi siamo stati tra gli artefici di questa realizzazione. Ci sono 600 lavoratori, che quest’anno diverranno 800. Abbiamo ottenuto i risultati sperati. Ora a New York c’è anche un altro progetto, più a nord, nella zona di Rye. Inoltre abbiamo una giostra nel Central Park di Manhattan (il Victorian Gardens, in partnership con la società di Donald Trump, ndr).

Alberto Zamperla nel suo ufficio di Altavilla Vicentina

Siete presenti anche a Baghdad: lavorarci è stato più facile che in Italia?
A Baghdad è stato sicuramente più facile che a Venezia. Il primo parco giochi è già stato fatto. Abbiamo appena firmato un altro contratto per Baghdad. Per il primo parco abbiamo avuto una scorta armata, ma non c’è stato alcun problema.

In Germania siete invece intervenuti nell’area della centrale nucleare di Kalkar.
Per il parco in Germania siamo stati contattati da imprenditore olandese, che tra le sue esperiene passate aveva convertito addirittura un deposito di munizioni. L’area era di un centrale nucleare che non era mai stata accesa, a sud di Dusserldorf.

Poi avete costruito parchi in Corea del Nord.
È stata un’esperienza difficile dal punto di vista tecnico. Mancavano materiali di base, un’azienda americana o tedesca non sarebbe mai riuscita a farcela. Quando è stato inaugurato, per il collaudo sono stati chiamati dei soldati. Una volta dato il rompete le righe, si sono messi a correre e a gridare come dei bambini o dei giovani di qualsiasi altro posto.

Dalle nostre parti stanno partendo, tra ritardi e scandali, i lavori per l’Expo 2015. A Milano l’area dell’esposizione ha elementi di realtà aumentata che ricordano quelli che avete in mente per Isola San Biagio. Che giudizio si è fatto del progetto di Expo 2015?
È un progetto interessante, lo stiamo studiando. Potrebbe essere da modello per alcuni parchi di divertimento. Penso che andremo ad acquistare uno di questi sistemi.

Pensa che l’Expo sarà un successo?
Penso di sì. Ritengo che sarà un successo ma dobbiamo crederci. L’Italia ha tanto appeal. Spero che vorremo dare all’Expo un taglio di italianità. Io porterei un Caravaggio e un Tiziano, poi arte, moda, industria, per spiegare che ci sono aziende leader mondiali nell’innovazione. Abbiamo tante cose ma ci manca l’immagine, non la sappiamo vendere.

Giostre a forma di Dumbo in lavorazione nella fabbrica di Altavilla Vicentina

A proposito di venditori, anche di immagine, un imprenditore come Oscar Farinetti cambierà la cultura italiana e la sua ostilità al cambiamento, venendo da una tradizione di sinistra?
Me lo auguro. C’è bisogno di cambiare mentalità. Sono molto pessimista sulla possibilità di cambiare, per l’Italia. Ho conosciuto Farinetti perché Eataly e il luna park di Coney Island sono stati aperti nello stesso anno a New York e ho avuto modo di vederlo a una cena. Mi ha molto colpito.

Il governo Renzi con il suo decisionismo sta dando un contributo al cambiamento?
La speranza è l’ultima a morire. Ma se ci ragiono sopra, ho paura del massimalismo di Renzi. Ricordiamo che cita La Pira. Mi piace la riforma del contratto a tempo determinato, ma non sono d’accordo sul taglio dell’Irpef: non era meglio tagliare le tasse sul lavoro?

In Veneto salgono le tensioni indipendentiste. Al referendum online hanno votato centinaia di migliaia di persone. Appoggia questo movimento?
Io sono per l’unità. Però a un certo punto, se non succede niente come facciamo. Meglio che la gente si sfoghi con i referendum piuttosto che scendere in piazza con le armi (l’intervista è stata realizzata prima degli arresti degli indipendentisti veneti, ndr). Perché non parlate dei suicidi in Veneto e delle loro cause?

Lavorazioni in una fabbrica Zamperla

Lei è più conosciuto all’estero che qui. Pensa che l’Italia l’abbia trascurata?
Non mi sento più italiano. Sono un cittadino del mondo. Prendo spunto dalla storia di Venezia e dell’impero romano. Mi spiace che gli altri abbiano altre visioni.

Lei è anche vicepresidente di Federmeccanica. Cosa servirebbe alle imprese?
Ci vuole la flessibilità: permettere a chi ha una azienda di comandare. Abbassare un costo del lavoro eccessivo. Ridurre la burocrazia, soprattutto dell’apprendistato. Smetterla di dare addosso agli imprenditori: assurdo, nel caso della Thyssen, parlare di omicidio volontario. Nel caso dell’Ilva, perché non ci si chiede chi non ha fatto i controlli e chi ha dato il permesso di costruire vicino all’acciaieria?

La politica industriale degli scorsi anni non sembra averla convinta.
Monti e Letta cosa hanno fatto per rilanciare il manifatturiero? Niente. Io penso che non vadano dati incentivi, sono contro i finanziamenti a fondo perduto. Se un’azienda fa ricerca è perché ha un business plan che prevede che quegli investimenti portino vantaggi.  

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