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Un viaggio in compagnia del comico livornese Paolo Ruffini, autore del libro "Odio ergo sum", alla ricerca delle radici di un fenomeno, quello degli Hater, che sta infettando il web

Nel film La Haine, L’odio in italiano, c’è una scena mitica e assolutamente centrale. Hubert, Vinz e Said sono in un bagno pubblico e i primi due discutono animatamente. Vinz vuole reagire, non vuole più porgere l’altra guancia, mentre Hubert, con più intelligenze gli ricorda, sempre muso contro muso, che «La haine attire la haine», ovvero che l’odio genera l’odio e che il rischio è quello di generare una spirale mortale e distruttiva.

L’odio che infiamma le viscere di Hubert e di Vinz è una rabbia sociale, una rabbia vera e reale che il regista Mathieu Kassovitz è andato a cercare con tutta la troupe direttamente nelle banlieue. E se dal film sono passati più di vent’anni, adesso dobbiamo fare i conti anche con un’altra forma di ‘odio, non più “reclusa” nella realtà, ma espansa e moltiplicata nella rete. Oggi che l’odio è sbarcato, come tutto, sulla rete sembra infatti aver conquistato una dimensione e una virulenza prima d’ora inedita.

È così che quello che prima era un sentimento, ora è diventato un vero e proprio fenomeno sociale, o quanto meno social. Sì, perché se una volta il palcoscenico di quell’odio era la strada, il giardinetto, il corridoio o il bagno di qualche scuola, negli ultimi dieci anni, quel palcoscenico è diventato globale e se i bulli sono diventati troll, gli invidiosi sono diventati hater, il loro odio è diventata un’arma i cui danni, moltiplicati dal gioco di specchi dei social network, è diventata molto, molto pericolosa.

«Il primo motore di un hater è la noia, che è una molla che spesso fa scattare anche altri meccanismi violenti, cinici e bestiali». A parlare è Paolo Ruffini, classe 1978, conduttore televisivo, attore e regista, ma anche autore del libro Odio ergo sum, uno “studio semiserio sul fenomeno degli hater”, uscito recentemente per Mondadori. Nel suo libro, l’attore livornese ripercorre e spiega uno dei fenomeni online — soprattutto su social media come Facebook, Twitter o YouTube — che hanno caratterizzato gli ultimi anni.

«Il secondo motore», continua Ruffini, «è un sentimento misto di solitudine e infelicità, entrambe le cose sempre più diffuse in questi anni di social networking che è molto virtuale e ben poco reale. E poi credo che ci sia anche una componente di emulazione. L’odio e l’attacco indiscriminato online sono ormai un atteggiamento talmente comune che sono convinto che in molti si siano semplicemente accodati».

Quali sono i sentimenti su cui si scatenano più facilmente?
Tutto ciò che è riconducibile all’universo Buoni sentimenti. Prendiamo l’ultimo esempio in ordine temporale: l’esibizione di Ezio Bosso a Sanremo. Bosso con la sua esibizione ha manifestato valori come la resilienza, la felicità, l’entusiasmo, la voglia di essere più forte di una malattia, il trasformare il limite in una opportunità.

E cosa succede a quel punto?
Succede che mentre a una parte del pubblico viene naturale essere un “lover”, appassionarsi alla sua storia e tifare per lui, a un’altra parte, e non piccola, viene naturale riversare su internet, attraverso social come Facebook e Twitter, rabbia, odio e irrisione. Tutti hanno citato la battuta di Spinoza, ma in realtà il fenomeno hater si è rivelato in ben altri modi. In tanti lo hanno insultato, deriso e demolito. Solo per il gusto di farlo, solo per il gusto di rompere qualcosa di bello. Questa platea di hater è, o almeno voglio credere che sia, la minima parte delle reazioni che si sono avute, però il problema non è che esiste, è che grazie alla tecnologia rischia di oscurare tutto il resto.

Prima dei social quest’odio non c’era?
L’odio c’era, ovviamente, quello che non esisteva era l’odio come fenomeno: ovvero gli hater. Pensa agli anni Ottanta, a quando in tv passavano programmi come Fantastico, Drive in e molti altri. All’epoca le reazioni di irrisione e distruzione selvaggia a colpi di insulti, che pure magari c’erano in qualcuno, non le vedevi. Non c’erano i social e gli sfottò anche se forse non erano molto più sani, almeno restavano tra le quattro pareti di un bar o di un salotto privato. Oggi invece diventa tutto pubblico, e tutto quanto ci passa davanti diventa materiale da perculare, da irridere e insultare.

Perché l’odio sembra vincere sull’amore?
Perché essere lover è più noioso. È meno figo. Se ami dai meno l’idea all’esterno di essere intelligente, al contrario, hai paura di dare l’idea dello sfigato. Forse è per questo che in molti rifuggono questa reazione, quasi con vergogna, e optano per il suo contrario. Amare fa molto anni Ottanta, sembra quasi essere diventato banale, e quindi, essendo banale è diventato scontato: chi si vuole distinguere si rifugia nell’odio.

Quindi non è detto che l’odio in questo caso sia frutto di ignoranza?
C’è una cosa secondo me molto importante da sottolineare. Ovvero il fatto che tantissimi ragazzi che diventano hater non lo diventano perché hanno poca sensibilità, ma perché, al contrario, ne hanno troppa e non sanno come veicolarla. In un mondo in cui se non distingui non sei nessuno, forse è più facile pensare di dimostrare di essere brillanti attaccando, sferzando e irridendo, piuttosto che amando, incensando e plaudendo.

Com’era l’odio prima di Facebook?
Ho l’impressione che prima del 2005 l’odio fosse più pulito, naturale, non so come dirti, forse era solo più ingenuo. Ai nostri tempi ci si sfogava con una scritta sul muro. Scrivevamo che quella tal professoressa era una troia o che quella tale nostra ex era una stronza, e finiva lì. Ora quel tipo di risentimento, di odio per l’appunto, si è spostato sui social e non resta più confinato in due metri quadrati sopra un muro, diventa virale, raggiunge migliaia di persone e può mettere in serio pericolo la vita di persone fragili.

A proposito dei nostri tempi, ti ricordi quanto eravamo cattivi con le nostre compagne che adoravano i Take That e Di Caprio in Titanic? Non eravamo degli hater?
Eh eh eh, certo che mi ricordo. Però non era la stessa cosa. È vero, quando eravamo piccoli e prendevamo per il culo le nostre compagne perché ascoltavano lacrimando i Take That o perché facevano la fila per ore per rivedere per la settima volta Titanic. Ma quali erano gli esiti di quel nostro essere hater? Semplicemente disegnavamo dei cazzi in faccia a Leo Di Caprio, la cui foto le nostre compagnucce lacrimevoli custodivano gelosamente nella Smemorandina. E poi? E poi finiva lì, al massimo queste si incazzavano e dicevano alla maestra che eravamo stati degli stronzi. Male che vada piangevano un pomeriggio, ma era una dinamica ancora sana, più vera, più concreta. Era la realtà. Ora il dramma è che è tutto diventato virtuale. Con tutto ciò che ne consegue.

Che altre conseguenze ha portato questa digitalizzazione dell’odio?
Questo spostamento dalla piazza reale alla piazza virtuale ha portato il fenomeno a ingigantirsi, senz’altro, ma ha portato anche un altro cambiamento, ancor più pericoloso. Se in piazza, nei corridoi delle scuole o nei parchetti esisteva un’autorità alla quale rivolgersi e che tutelava una specie di pace sociale in cui i limiti erano definiti, ora su internet questa autorità non c’è, e i bulli, che nel frattempo sono molti di più, diffondono sempre più facilmente e viralmente materiale molto più pericoloso (pensa al revenge porn o alle foto rubate negli spogliatoi), hanno anche molta più libertà, perché nessuno, o quasi, li può fermare.

Quello che emerge in questi anni è un odio potentissimo e, sembra, molto radicato. Come è possibile che un tale odio sia apparso dal nulla, come è possibile che prima non ci fosse?
Come dicevo prima, non è che prima non c’era, è solo che si sfogava subito e non aveva una eco così immensa. Per questo non la vedevamo se non quando riguardava noi. Te la giro con un’altra domanda: prima dell’Ikea la gente dove andava a comprare i mobili? Se vai in un giorno qualsiasi vedi sempre un sacco di gente e te lo chiedi d’istinto, “Ma dove diavolo eravate tutti voi nel 1992???”.

Che cosa abbiamo perso nel frattempo?
Una volta c’era molta più gioia, più incanto, molta più sana e ingenua voglia di ridere e stare bene. Non so, probabilmente è soltanto l’effetto del tempo, quello che ti spinge a pensare che quando eri piccolo tu era tutto più bello, però io mi ricordo la gente che balla all’Arena di Verona per il Festivalbar,mi ricordo Celentano a Fantastico, Pertini che esulta e tutta una serie di momenti che, se ci ripenso ora, mi fanno pensare al fatto che eravamo meno rompicoglioni e che in fondo ci andava bene tutto. Certo, mentre noi ci incantavamo si formava quella classe politica che ha avviato l’Italia alla crisi che sta vivendo ora, però stavamo meglio, forse eravamo solo più coglioni e sereni.

Un’ultima domanda: qual è secondo te l’arma migliore per disinnescare gli hater? L’attacco o l’indifferenza?
Guarda, su questo non ho molti dubbi. Non è nessuno di questi tre atteggiamenti, è la risata. L’attacco non ha senso, al meglio genera altro odio. E anche l’indifferenza non va bene, perché la maggior parte degli hater cercano in realtà soltanto un po’ di considerazione. Quando qualcuno mi scrive cose tipo “fai cagare”, io rispondo che se gli faccio cagare almeno un effetto gliel’ho provocato. Be’, la maggior parte di questi al mio commento hanno risposto con uno smile, una risata e frasi tipo “cmq sei un grande”. Questo è il sintomo che volevano solo un po’ di considerazione. E poi non dimentichiamoci di una cosa, c’è anche un sacco di gente che non sembra soltanto un undicenne, ma proprio lo è. Tornando alla tua domanda, io credo che alla fine la maggior parte delle persone che mi seguono siano fan, anzi, ti direi che in fondo lo sono tutti. Perché in fondo dietro ogni hater si nasconde un lover frustrato, un fan che ha bisogno di attenzione.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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