La cocaina che arriva in Europa ora passa dall’Africa

Dal Continente Nero passano 18 tonnellate di "polvere bianca" all'anno Un mercato da oltre un miliardo l'anno creato dal nuovo patto fra narcotrafficanti e terroristi

Nel corso dei secoli la zona occidentale della regione sahelo-sahariana è stata un crocevia di popoli e culture differenti tra loro, che, con le loro carovane, affrontavano il deserto aprendo nuovi percorsi mai battuti fino ad allora. Oggi, questo immenso oceano di sabbia è diventato il teatro di una crisi geopolitica che rischia di destabilizzare l’intera Africa occidentale. La minaccia jihadista resta il principale pericolo, a cui si uniscono una forte precarietà istituzionale e un’emergenza umanitaria data dall’ingente flusso di profughi che dall’Africa subsahariana cerca di raggiungere le coste e attraversare il Mediterraneo.

In un simile scenario, il traffico internazionale di stupefacenti ha trovato un terreno fertile dove poter impiantare le proprie radici e sviluppare una rete che permetta di utilizzare percorsi alternativi rispetto a quelli praticati fino a pochi anni fa. Oltre al contrabbando di sigarette e armi, droghe come cannabis, hashish, anfetamina e cocaina transitano in quantità industriali nella zona attraversando facilmente le frontiere. Il commercio internazionale della “polvere bianca”, in particolare, ha cominciato ad utilizzare il Sahara come corridoio per raggiungere i mercati europei, mediorientali e asiatici.

A partire dai primi anni del duemila, quell’immensa area desertica compresa tra il Mali settentrionale, la Mauritania, l’Algeria e il Niger è divenuta uno snodo cruciale dove far passare ingenti quantità di cocaina provenienti da paesi come Bolivia, Colombia e Perù. Secondo stime dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc), ogni anno verrebbero trasportate nella regione sahelo-sahariana circa diciotto tonnellate di cocaina per un valore superiore al miliardo di euro.

A partire dai primi anni del duemila, quell’immensa area desertica compresa tra il Mali settentrionale, la Mauritania, l’Algeria e il Niger è divenuta uno snodo cruciale dove far passare ingenti quantità di cocaina

L’utilizzo di questo nuovo percorso è stato l’effetto di una trasformazione nella geoeconomia commerciale della “polvere bianca”. I narcotrafficanti sudamericani erano soliti seguire altri itinerari per i carichi diretti alla penisola iberica. Il primo faceva tappa ai Caraibi e alle isole Azzorre, mentre il secondo passava per Capo Verde e le Canarie. Con l’intensificarsi dei controlli da parte delle forze dell’ordine statunitensi ed europee, i cartelli hanno optato per un tragitto alternativo, creando così quella che è stata ribattezzata “Higway 10”, nome che fa riferimento al decimo parallelo che unisce virtualmente il Brasile e il Venezuela con l’Africa Occidentale.

Il modus operandi con cui si effettuano i trasporti verso l’Europa può cambiare a seconda dell’organizzazione che si occupa delle spedizioni. La cocaina proveniente dall’America Latina arriva sulle coste della Guinea, della Mauritania o del Senegal, dove poi prende strade diverse per raggiungere il vecchio continente. La via terrestre resta la più utilizzata, con la tratta trans-sahariana che, dopo aver raggiunto paesi come il Marocco, l’Algeria o la Libia, si serve degli scafisti per traghettare la merce sulle coste Europee. Anche le vie marittime ricoprono un’importanza strategica. I carichi partono dai porti di Nouakchott, Bissau e Dakar e, attraverso piccole imbarcazioni di pescatori, arrivano fino alla penisola iberica.

Resta infine la via aerea, meno utilizzata rispetto alle altre due. In quest’ultimo caso la procedura prevede quasi sempre uno scalo in un aeroporto dell’Africa del Nord, Tripoli o Casablanca nella maggior parte dei casi, dove la cocaina viene caricata clandestinamente su apparecchi di linea. Emblematico è stato il caso del Boeing 727 che nel 2009 atterrò indisturbato su una pista abbandonata nel Nord del Mali. L’aereo fu ritrovato carbonizzato e, secondo gli investigatori, era partito dal Venezuela con un carico di cocaina destinato all’Europa.

In questo business le organizzazioni criminali godono di un importante appoggio da parte dei gruppi terroristici attivi nella zona. Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), fazione di origini algerine affiliata ad Al Qaeda, è uno dei principali partner dei narcotrafficanti latinoamericani. La crisi scoppiata in Mali nel gennaio del 2012 dopo una rivolta tuareg ha spianato la strada ai guerriglieri di Aqmi che, approfittando del momento di caos generale, hanno occupato la parte settentrionale del paese insieme agli uomini di Ansar Dine e del Movimento per l’unicità della Jihad in Africa Occidentale (Mujao). Nonostante siano stati respinti dall’intervento militare della Francia e dei caschi blu, i jihadisti sono riusciti a mantenere il controllo sul traffico di stupefacenti, rendendolo così una delle loro più importanti fonti di finanziamento.

Con l’intensificarsi dei controlli da parte delle forze dell’ordine statunitensi ed europee, i cartelli hanno optato per un tragitto alternativo, creando l’“Higway 10”, nome che fa riferimento al decimo parallelo che unisce virtualmente SudAmerica e Africa Occidentale

Secondo quanto dichiarato dalla Dea, il dipartimento americano dell’antidroga, nel 2010 si sarebbero tenuti una serie di incontri tra alcuni rappresentanti delle FARC, l’organizzazione guerrigliera colombiana, e i miliziani di Aqmi. Da queste riunioni sarebbe nato un accordo commerciale che ha affidato ai terroristi il compito di trasportare la “merce” nel territorio africano fino alle coste del Mediterraneo. Grazie ad una stretta collaborazione con le differenti tribù locali, gli uomini di Al Qaeda garantiscono il transito della cocaina guadagnando duemila euro su ogni kilo. L’Unodc ha stimato che il gruppo jihadista otterebbe il 15% su ogni grammo venduto in Europa al prezzo di 50 euro.

A questi fattori si aggiunge poi il forte tasso di corruzione che affligge le istituzioni politiche e amministrative. Dirigenti statali, alti funzionari dell’esercito e dei servizi segreti sono l’asso nella manica dei trafficanti che, dietro lauti compensi di molto superiori agli stipendi statali, riescono a far chiudere entrambi gli occhi a chi dovrebbe sorvegliare le frontiere e i trasporti nazionali.

Il traffico di stupefacenti in Africa occidentale rappresenta una delle principali minacce alla stabilità politica della regione. I flussi transfrontalieri che attraversano i confini rischiano di diventare un elemento imprescindibile nelle varie economie locali, assumendo così un peso rilevante all’interno delle società civili. La lotta al terrorismo dovrebbe passare anche per un controllo più rigido di questo settore, che contribuisce a finanziare le milizie jihadiste e i contrabbandieri locali. L’insieme delle attività illegali che si svolgono nell’area subsahariana è composto da una fitta rete di connessioni e solamente con un impegno congiunto delle forze militari nazionali e internazionali sarà possibile smantellarlo.

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