Perché non riusciamo a ricordare la nostra infanzia

La formazione dei ricordi è un procedimento complesso e ancora misterioso. Ci sono varie ipotesi che lo spiegano (o, almeno, cercano di farlo). Forse una spiegazione c’è

Mai prima dei due anni, a volte anche dopo sei o sette. A seconda delle culture, l’età del primo ricordo è variabile. Resta fissa, però, una certezza: che dei lunghi mesi dell’infanzia nessuno conserva alcuna memoria. Nulla, zero. Il periodo dei primi denti, dei primi passi, delle prime parole resta nell’oscurità, e solo i racconti di genitori e parenti, con tanto di immagini e riprese d’epoca, possono aiutare a colmare il vuoto. A volte in modo così subdolo da aiutarci a fabbricare finti ricordi.

Ma perché succede? È un grande mistero. Finora neuroscienziati e psicologi hanno arrischiato solo qualche ipotesi, ma nessuna definitiva. Prima di loro, ci aveva provato anche il povero Sigmund Freud, immaginando un caso di censura totale di pensieri sessuali molto intensi. Non sembra il caso.

A quanto pare, spiega Qi Wang della Cornell University, la questione subisce anche influssi culturali. Se mantenere i ricordi del passato viene considerato importante, allora anche i bambini cominceranno prima a ricordare. Lo si nota confrontando le memorie degli americani e dei cinesi. Nel primo caso i primi ricordi sono più antichi. Ancora di più per quanto riguarda i neozelandesi maori (cultura molto concentrata sulla conservazione del passato): molti di loro conservano immagini di eventi di quando avevano due anni e mezzo.

Ma a parte queste differenze, il dato di fatto rimane inalterato. E nemmeno l’idea, sostenuta da alcuni linguisti, che i ricordi siano legati al linguaggio (offre una struttura cui fissare gli eventi), appare plausibile, dal momento che le date dei primi ricordi sono le stesse anche per i sordomuti. E allora l’unica risposta possibile, liberato il campo da tutte le altre, è che i bambini nei primi anni di vita non accumulano ricordi per la semplice ragione che il loro cervello non è ancora pronto per farlo.

Lo sostiene Jeffrey Fagan della St. John’s University. Sulla base di una serie di esperimenti, ha potuto notare che la formazione dell’ippocampo, alla nascita ancora poco sviluppato, sia collegata con la possibilità di creare nuovi ricordi. Se l’ippocampo non è pronto, allora è impossibile fissare la memoria. Questo non vuol dire che non sia possibile l’apprendimento, anzi: i bambini e anche le persone che riportano traumi all’ippocampo non riescono a fissare i ricordi, ma continuano a imparare (pur non avendo coscienza di come). Non a caso, all’età in cui il cervello smette di creare nuovi neuroni – cioè quando il processo di formazione dell’ippocampo è concluso – il soggetto comincia a ricordare.

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Linkiesta Paper Estate 2020