Per Oliviero Toscani siamo “una generazione del cazzo”: ma di chi è la colpa?

Il grande fotografo milanese, in una intervista di fuoco rilasciata a Libero, apostrofa duramente la generazione dei Millennials: «non vale un cazzo, sono delle seghe», dice e ha ragione, ma la colpa è del buonismo della generazione precedente

«La nuova generazione non vale un cazzo, sono delle seghe». Dalle colonne di Libero a spostare l’aria immobile di una giornata d’agosto da calma olimpica è un’intervista al fotografo Oliviero Toscani, che, obbligato dal lancio di un talent Sky cui parteciperà come giudice, ha scagliato sull’Italia — sui giovani, sulla politica, sull’arte, sulla televisione — dei bei macigni di merda, senza nascondere la mano.

«La maggioranza dei giovani non è interessante», dice Toscani, «sono seduti, vecchi, paurosi, sono inerti e inaffidabili. Sono bravi, ma troppo miti, non hanno nessun senso della sovversione, della rivoluzione, niente». E poi chiude, mitigando la rabbia iniziale con un accenno di commiserazione: «Sono noiosissimi. Sono degli zii».

Il problema più grosso di queste dichiarazioni è che Toscani — al netto del fatto che ogni generalizzazione esclude, come alle Olimpiadi, gli esiti peggiori e quelli migliori, ha ragione. Toscani ha ragione, quelli che chiamano Millennials — i nati tra il 1980 e il 2000 — non sono una generazione di combattenti. Sono piuttosto, una generazione nata seduta, cresciuta quasi sempre con il culo al caldo e che, anche nei tanti casi in cui le chiappe ce le aveva al fresco, non ha fatto nulla per continuare quella dinamica di lotta che, per tutto il Novecento, aveva sempre caratterizzato la dialettica sociopolitica del nostro paese.

Toscani ha ragione, quelli che chiamano Millennials — i nati tra il 1980 e il 2000 — non sono una generazione di combattenti. Sono piuttosto, una generazione nata seduta, cresciuta quasi sempre con il culo al caldo.

Ma come siamo arrivati fino a qui? Come è possibile che l’ultima delle generazioni partorite dal Novecento — che ora ha tra i 30 e i 40 anni — abbia perso la capacità di lottare, di sacrificarsi e di combattere? È strano sì, anche perché il Novecento è quel secolo che è iniziato con il bagno di sangue di un’intera generazione — i Ragazzi del ’99, qualcuno se li ricorda? —, che è continuato con i ragazzi degli anni Venti, gettati a capofitto nella seconda guerra mondiale e protagonisti di una guerra civile, e, ancora, con quelli degli anni Quaranta, artefici del Sessantotto e degli anni della contestazione.

Poi, a un certo punto — situabile più o meno tra gli anni 70 e gli anni 80 — è successo qualcosa. Le ideologie sono scomparse, il benessere si è diffuso, l’intrattenimento è diventato una religione e noi abbiamo perso completamente la capacità, non dico di combattere e di sovvertire, ma anche solo di influire sulla società che abbiamo intorno. C’è chi ci ha provato, dagli anni Ottanta ai primi Duemila. Certo, ma, sono stati in pochi. E soprattutto non sono stati capaci di costituire un fronte comune, né di coinvolgere i loro coetanei. Non abbastanza almeno. Ed è proprio così che si perdono le battaglie.

C’è chi ci ha provato, dagli anni Ottanta ai primi Duemila. Certo, ma, sono stati in pochi. E soprattutto non sono stati capaci di costituire un fronte comune, né di coinvolgere i loro coetanei. Non abbastanza almeno. Ed è proprio così che si perdono le battaglie.

È vero quel che dice Toscani di noi: «non hanno nessun senso della sovversione né della rivoluzione», ma gran parte del vizio di forma che ci rende una generazione sostanzialmente difettosa è da intestare alla generazione che ci ha generati, che poi proprio quella di Toscani. Sono loro quelli che, dopo averla usata quando gli serviva, ci hanno insegnato che la violenza è sbagliata sempre perché è sbagliata in sé, e che non è più tempo di rivoluzioni e che non si deve rischiare quello che loro faticosamente hanno tenuto da parte per noi.

Ma è solo un discorso buonista, che nega la realtà. Perché la violenza, come tutte le cose del mondo, non ha un valore assoluto, ha un valore relativo. Banalmente, dipende dal perché la si usa, dal come e dal chi. Insegnare ai propri figli il contrario, significa disinnescare un’intera generazione.

E i risultati? Be’, sono quelli che ha lucidamente sintetizzato Oliviero Toscani e ce li avete tutti davanti agli occhi: siamo una generazione disimpegnata, edonista, individualista (nel senso egotico e depauperante della parola), una generazione che beve di più della precedente, che si droga di più della precedente. Siamo un generazione che sembra non essere capace di fare del male a una mosca, ma che pare bravissima a fare male a se stessa.