Gli oceani stanno morendo, robot e tecnologie provano a salvarli

Da Ocean Cleanup del giovane olandese Boyan Slat a Cleansea di Eni. Così si prova a invertire la tendenza, mentre stiamo uccidendo una risorsa che vale 21mila miliardi di dollari

Coprono il 71% della superficie del pianeta, contengono buona parte dell’ecosistema terrestre, coprono il fabbisogno alimentare di un miliardo di persone, nascondo al loro interno buona parte delle riserve, spostano il 90% di prodotti commerciati a livello globale, producono valore e indotto economico, sia esso legato al turismo, alla produzione di energia, alla pesca, che da sola dà lavoro a circa 180 milioni di persone. Tutto questo per dire che forse stiamo sottostimando il valore degli oceani e, più in generale, della superficie liquida e salata della Terra.

Secondo una ricerca del World Economic Forum, gli oceani hanno un valore di 21mila miliardi di dollari. La buona notizia è che questo valore è relativo a una minima frazione, circa il 5%, di questo sesto continente ancora quasi del tutto inesplorato. Quella cattiva è che stiamo rovinando anche quel restante 95%. Cambiamenti climatici, inquinamento, pesca a strascico e coste deturpate sono lì a dimostrare la nostra capacità di rovinare anche la risorsa più importante che abbiamo. Un comportamento scellerato di cui è monumento alla memoria la Great Garbage Patch, un’isola di rifiuti che si è formata a partire dagli anni cinquanta, a causa dell’azione delle correnti oceaniche, elevato a rango di Stato sovrano nel 2013 l’artista italiana Maria Cristina Finucci. Per la cronaca: ce ne sono altre cinque – più piccole – di isole di rifiuti oceaniche. Sempre per la cronaca: ogni anno, la superficie di queste isole viene alimentata da 7 milioni e 250.000 kilogrammi di plastica in più rispetto all’anno precedente. L’equivalente di mille torri Eiffel, più o meno.

Secondo una ricerca del World Economic Forum, gli oceani hanno un valore di 21mila miliardi di dollari. La buona notizia è che questo valore è relativo a una minima frazione, circa il 5%, di questo sesto continente ancora quasi del tutto inesplorato. Quella cattiva è che stiamo rovinando anche quel restante 95%

E allora ecco Boyan Slat, un giovane olandese che nel 2013 stupì il mondo col suo progetto Ocean Cleanup, un sistema che sfrutta le correnti dell’oceano per concentrare la plastica in un unico luogo, riducendo drasticamente a pochi anni il tempo di pulizia delle acque. Progetto, questo, che già quattro anni fa aveva raccolto oltre 1 milione e mezzo di euro di crowdfunding. E che oggi è riuscito ad andare oltre, raggiungendo il capitale necessario ad andare oltre la fase prototipale.

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Ed ecco pure Clean Sea di Eni, una tecnologia robotica sottomarina sviluppata e messa a punto da Eni che rende possibile l’esecuzione di operazioni di monitoraggio ambientale e ispezione di impianti oil&gas offshore in maniera automatica. Un veicolo autonomo sottomarino in grado di muoversi autonomamente nel mare e di identificare e localizzare le anomalie presenti nell’ambiente marino garantendo la massima attenzione ed efficienza nella conduzione delle attività oil&gas. Una tecnologia attiva dal marzo 2016, che una volta a regime minimizzerà il rischio di inquinamento da idrocarburi in mare. Grandi o piccole che siano, idee che vanno in controtendenza rispetto alla nostra indifferenza verso mari e oceani. E già per questo, a loro modo, notizie.

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