Sì, viaggiareVolete viaggiare? Fatelo con Melville, Kerouac e Chatwin

Se non ci si smarrisce, il viaggio non è viaggio ma una gita turistica. La scrittura, altrettanto. Quale compagno di viaggio scegliereste allora tra Herman Melville, Jack Kerouac e Bruce Chatwin?

L’esito del viaggio è lo smarrimento.

Che sia Ulisse nel fallito tentativo di tornare a casa, a Itaca, valicando il Mediterraneo o Leopold Bloom che esce di casa per vagare a Dublino, l’esito è lo stesso. Lo smarrimento. Se non ci si smarrisce, il viaggio non è viaggio ma gita turistica. Si viaggia perché c’è la possibilità di non tornare più, di morire – non si viaggia per capire chi si è, ma per perdersi del tutto, per azzerarsi.

La storia di Israele comincia da un esodo, da un viaggio da Egitto vero il poi, in forma di promessa, una premessa di massacri. Dio chiede sempre di “mettersi in cammino”. Non si stanzia, devi cercarlo.

La scrittura è l’equivalente del viaggio. Si scrive cancellandosi, si dà vita a un mondo che ci distruggerà, è il Verbo, sempre, a mangiarci, non noi a nutrirci di lui. Chi scrive sa che al termine di un romanzo o di una poesia riemerge analfabeta – deve costruirsi un nuovo vocabolario, cioè, una nuova nave, per dissiparla ancora e ancora nel nuovo libro-viaggio. Cosa si impara? Nulla. Se non il desiderio della catastrofe, la pretesa di quel linguaggio che ci sarchia la gola fino al deserto.

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