I numeriEcco perché il "modello lombardo" col coronavirus non funziona

L’esplosione del contagio nella regione rispetto al Veneto indica che il virus è stato lasciato circolare indisturbato prima di prendere misure adeguate. E ora non sarà l’ospedale-lazzaretto alla fiera a risolvere il problema

Ospedale
Miguel MEDINA / AFP

Partirei dall’analisi dei dati forniti quotidianamente dalla Protezione Civile per valutare le incredibili discrepanze tra i dati della Lombardia e quelli del Veneto.

In Lombardia i degenti sono oggi 9.711 (1.194 in terapia intensiva) mentre i positivi al domicilio sono 8.963, su un totale di 30.703 casi accertati.

In Veneto i degenti sono 1.318 (304 in terapia intensiva) mentre i positivi a domicilio sono 3.729, su un totale di 5.948 casi.

Il risultato è drammatico: in Lombardia i morti sono 4.178 e in Veneto 234!

Che cosa non ha funzionato in Lombardia e ha invece funzionato in Veneto? Evidentemente c’è stata una miglior tenuta e capacità di controllo del territorio. Che è testimoniata anche dal numero dei controlli effettuati: 66.178 in Veneto, con una popolazione che è la metà della Lombardia, e “solo” 76.695 nella nostra regione.

D’altra parte, ragionando sull’indice di letalità (N° decessi/N° diagnosticati), quella del Veneto (234/5.948 = 3,9%) è sostanzialmente in linea con gli indici cinesi e internazionali (segno che la gran parte dei casi sono stati effettivamente intercettati); mentre l’indice lombardo è assolutamente fuori controllo (4178/30.703= 13,6%!!!), segno che il numero dei casi infetti è superiore di almeno tre-quattro volte a quello dei diagnosticati (tra 90 e 120.000).

Come è stato possibile questo? Certo, possiamo considerare la densità dei lombardi, la loro tendenza a muoversi dentro e fuori il territorio, l’età media della popolazione, la numerosità dei casi con pluripatologie… ma c’è anche da considerare le peculiarità del sistema lombardo che, da Formigoni in poi, ha assunto una connotazione tutta centrata sugli ospedali di eccellenza (pubblici o privati che siano) sguarnendo progressivamente il territorio sia dei “piccoli” ospedali che dei presidi territoriali necessari. Col risultato che il cittadino lombardo si è abituato, per problemi che eccedano la normalità, a intasare i pronti soccorsi degli ospedali saltando a piè pari il MMG (salvo le poche sperimentazioni di POT presenti su territorio regionale).

È allora fantasia pensare che già a gennaio (se non prima) il virus abbia cominciato a “girare” non riconosciuto e sia stato portato dentro gli ospedali da soggetti sintomatici ma non ancora inquadrati come affetti da COVID, trasferendo proprio negli ospedali la funzione “incubatrice” del virus?

Come, altrimenti, si spiegherebbero i numeri drammatici odierni? E perché una volta riconosciuto il virus nelle zone in cui il contagio è apparso subito più rilevante (oltre Lodi e Codogno, almeno la val Seriana) non si sono fatti controlli “a tappeto” (alla maniera del Veneto, che ha testato tutti gli abitanti di Vo) per individuare e mettere in seria quarantena i casi positivi asintomatici o paucisintomatici? È troppo pensare che la Lombardia potesse prendere “in proprio” queste decisioni, senza attendere quelle governative, come del resto il Governatore Fontana pretende di fare oggi quando però i buoi sono già in larghissima misura scappati dalla stalla?

Insomma, in Lombardia qualcosa non ha clamorosamente funzionato. E non sarà un bandierina come l’ospedale-lazzaretto alla fiera a risolvere il problema. Molto meglio, come la Regione sta finalmente facendo, dotare i singoli ospedali di più terapie intensive; riorganizzare, come ad esempio ha fatto Legnano, l’ospedale in Covid, trasferendo le medicine nel più piccolo presidio di Cuggiono. E soprattutto intervenendo, anche se tardivamente, sul potenziamento (in questo caso solo sulla “garanzia”) dei presidi territoriali, con kit adeguati (speriamo presto) perché i MMG possano fare la loro parte, senza pagare troppo in solido della loro salute e della loro vita, tenendo al domicilio i pazienti paucisintomatici, e decongestionando gli ospedali dei pazienti “guariti” garantendo loro il controllo e l’assistenza necessaria.

Ma occorrerebbe, come da più parti si va dicendo, ricostituire veri POT o studi di medici associati per offrire maggiori garanzie territoriali; e magari riscoprire la validità dei distretti e dei presidi territoriali per poter garantire una più efficace assistenza domiciliare, e perché il malato non sia costretto a recarsi subito in ospedale.

È troppo pensare che quando usciremo da questa terribile emergenza (e prima o poi ne usciremo) si possa ripensare anche al “modello lombardo”, con più tutela del territorio, meno sacrificio del pubblico e dei piccoli ospedali, più attenzione all’associazionismo medico con immissione di forze giovani, e riscoperta del ruolo dell’infermiere di territorio, per dare risposte più pronte e adeguate al domicilio dei pazienti?