Wi-Fi, amore e fantasiaChe cosa fare per ripopolare i borghi italiani (e avere tutti un po’ più di spazio)

Il virus potrebbe far riscoprire la vita rurale, ma per lasciare le città e trasferirsi in campagna o in montagna servono una burocrazia semplificata e la banda larga

Pixabay

Per un secolo, l’Italia ha praticato l’opposto del distanziamento sociale. Eravamo trenta milioni, ben distribuiti su tutto il territorio nazionale, tra campagne, montagne, città. Oggi siamo più del doppio, e tutti ben concentrati nelle aree urbane. Anche per questo motivo, da un paio di giorni la progettazione del come ripartire ha un nuovo fronte: la riscoperta dei borghi. Un’intervista a Stefano Boeri su Repubblica ha inaugurato il dibattito: «Servirebbe una campagna per facilitare una dispersione, e anche una ritrazione dell’urbano», ha detto l’architetto, «L’Italia è piena di borghi abbandonati da salvare».

Quelli a rischio svuotamento sono circa 6000, sparsi su due terzi del territorio, in quelle che a livello istituzionale sono state definite «aree interne»: ricche di patrimonio (naturalistico, agricolo, culturale), ma sempre più povere di servizi. Senza scuole, mezzi pubblici, sanità, banda larga. Il dibattito è vecchio di quasi dieci anni: la Strategia nazionale per le aree interne, voluta dall’allora Ministro della Coesione Territoriale Fabrizio Barca, è datata 2013. Le cose nel frattempo non si sono semplificate granché. 

Sembra un videogioco la sfida di chi voglia raccogliere l’invito e immaginare una vita nel borgo appenninico o alpino. Il primo livello è la proprietà: cosa comprare? «In questi giorni ricevo molte telefonate da persone che si vogliono trasferire in valle», dice Marco Bussone, presidente dell’Uncem, l’Unione dei Comuni e delle Comunità Montane, che ha anche risposto a Boeri con una lettera aperta il cui senso era: Ok, parliamone, ma facciamolo davvero, senza slogan. «La prima risposta che mi trovo a dare è sempre: guarda che non ci sono contributi».

Anche per chi vuole fare da sé, il mercato immobiliare è – per un usare un eufemismo – frammentario. La proprietà dei terreni nelle aree interne (salvo alcune eccezioni, come il Trentino) è principalmente privata, infinitamente suddivisa in parcelle dai passaggi ereditari di generazione in generazione. «I lotti sono diventati sempre più piccoli e i proprietari sono difficili da rintracciare, vivono all’estero, hanno dimenticato i terreni di cui sono proprietari, non li vendono e non se ne occupano». 

È un problema che Antonella Tarpino conosce bene. È una scrittrice di Ivrea, è nata nel sogno industriale di Olivetti ma ha finito con l’occuparsi della memoria dei borghi (per Einaudi ha scritto Spaesati: Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro). La sua riscoperta partiva dalla storia, far rinascere il borgo di Paraloup in Piemonte, dove nacque “Giustizia e Libertà”, e darlo (come poi ha fatto) a giovani volenterosi con voglia di agricoltura. Si è trovata davanti quello che molti nuovi montanari hanno scoperto in questi anni: baite di alta e bassa valle divise in sei lotti diversi, con gli eredi (nel suo caso) in Francia da un paio di generazioni.

Con l’aiuto di quelle che Tarpino chiama amministrazioni solidali (cioè sindaci che non vogliono far morire i paesi) non solo ha trovato il modo di recuperarle, ma ha anche dato impulso alla legislazione regionale. «Anche grazie alla nostra Rete del ritorno il Piemonte si è dotato di una legge sulle associazioni fondiarie», uno strumento che permette a privati, onlus, comuni di mettersi insieme per recuperare e valorizzare la terra. «Serve una legislazione nazionale, altrimenti rimaniamo solo reti locali, in grado di fare un lavoro simbolico». Tradotto: se c’è voglia di invertire la demografia italiana, e spingere le persone a lasciare le città per i borghi, serve una burocrazia semplificata che permetta e incentivi l’accesso alla terra. 

E qui veniamo al secondo livello del videogioco: l’economia. Che lavoro si fa in montagna? I due pilastri sono il turismo e l’agricoltura. Il primo oggi è una grande incognita nazionale ma per anni è stato considerato il volano di una riscoperta delle aree interne: comprare per fare agriturismi, bed & breakfast e strutture innovative, come gli alberghi diffusi, sul modello nato a Santo Stefano di Sessanio, in Abruzzo, e poi adottato e sostenuto anche dal Ministero dei beni culturali e del turismo.

Per l’agricoltura, nel 2016 sono state istituite le Banche della Terra, uno strumento prezioso per i ritornanti, ma che è stato attuato in modo discontinuo tra le regioni: un inventario pubblico di terreni incolti o abbandonati sui quali investire. E poi ci sono i progetti volenterosi, che sul piano generale rimangono simbolici ma che sono modelli interessanti, come le Scuole del Ritorno, istituite dalla Rete del Ritorno con la collaborazione dei docenti di Agraria dell’Università di Torino, per formare nuovi agricoltori (e startupper dell’agricoltura).

Un’alternativa è il terzo settore, con il finanziamento di un progetto no-profit di comunità, come quelle di Attiv-aree, il programma della Fondazione Cariplo per le aree interne, con iniziative nell’Oltrepò pavese e nelle valli bresciane Sabbia e Trompia. I bisogni delle persone in territori così dispersi sono tanti e hanno potenziale per generale lavoro. Per esempio: nel bresciano la Fondazione ha finanziato una cooperativa che fa la spesa agli anziani, distribuisce i farmaci, mette in rete nelle botteghe, un servizio nato prima del Covid-19, che però è stato fondamentale durante l’emergenza.  

Altri esperimenti negli ultimi anni sono stati i borghi del benessere, una versione più salubre delle RSA urbane, e quelli dell’innovazione, che coniugano vita rurale ed economia digitale, gli smart village promossi dalla Commissione Europea. Banda larga permettendo, ovviamente. E qui arriviamo al terzo grande problema: i servizi. Con lo spopolamento, valli e centri abitati hanno perso i servizi vecchi (le scuole, i trasporti, la sanità) e si sono trovate prive di quelli nuovi, come la banda larga, fondamentale per qualsiasi progetto di sviluppo.

Dal punto di vista digitale le aree interne si chiamano bianche, un eufemismo per quelle su cui i gestori delle reti non hanno interesse a intervenire. In Italia c’è un Piano Aree Bianche che risale al marzo 2015, per portare Internet veloce a 14,7 milioni di italiani tramite incentivi pubblici. Oggi è in ritardo di un anno rispetto ai tempi previsti, un problema ancora più accentuato per le comunità costrette al lockdown e col divieto di passeggiata. A questo si aggiunge il fatto che 1200 comuni hanno difficoltà di ricezione telefonica e cinque milioni di italiani vedono con grande fatica (o non vedono affatto) i canali Rai. 

«Le parole di Boeri ci hanno fatto piacere», conclude Bussone, «Ma c’è un concetto che ho trovato sbagliato: i borghi non chiedono di essere “adottati”, ma un patto alla pari con le città, che hanno bisogno di noi quanto noi di loro. La nostra presenza fisica tutela i servizi ecosistemici: acqua, foreste, assorbimento della Co2, stabilità idrogeologica. Vogliono davvero dare una mano? Mettessero quattro euro a famiglia nella bolletta idrica da destinare ai comuni di montagna che hanno cura delle fonti».

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta