Cura Italia«Il bonus di 600 euro? Lo darò ai miei dipendenti che aspettano ancora la cassa integrazione»

L’Inps sta erogando le indennità per gli autonomi. Ma per gli assegni della cassa ordinaria e quella in deroga, tra i ritardi delle regioni e le complicate procedure burocratiche, bisognerà aspettare almeno i primi di maggio

Photo by Obada Adernali on Unsplash

«Stamattina mi sono arrivati i 600 euro dall’Inps. Li darò tutti ai miei dipendenti in cassa integrazione, che rischiano di non arrivare a fine mese. A loro non è ancora arrivato nulla e chissà quando arriverà». Lo sfogo è quello di un piccolo imprenditore dei servizi con sede in Abruzzo. A un mese dall’entrata in vigore del decreto Cura Italia, questa settimana l’Inps ha cominciato a erogare i bonus da 600 euro per gli autonomi, ma per la cassa integrazione, ordinaria e in deroga, bisognerà ancora attendere. «Non posso anticipare la cassa come azienda. Né sappiamo quando arriverà, siamo all’oscuro di tutto», spiega l’imprenditore.

La procedura più complessa riguarda la cassa in deroga, a cui sono ammesse tutte le aziende escluse dai trattamenti ordinari di integrazione salariale. Una platea che interessa in totale circa 2,6 milioni di lavoratori. La raccolta delle domande è affidata alle regioni che secondo il Cura Italia avrebbero dovuto sottoscrivere un accordo con i sindacati e approvare un decreto per autorizzare la cassa. L’Inps ha poi specificato in una circolare che bastava anche un’informativa sindacale, ma in molte regioni era comunque prevista la procedura dell’accordo. E così è stato fatto.

Ciascun ente regionale, poi, ha dovuto creare dei canali online per permettere ai cittadini di presentare le richieste. E ognuno lo ha fatto a modo suo: chi ha sfruttato le piattaforme esistenti, chi ha permesso di inviare la domanda tramite posta certificata. Tutte con tempi diversi. Tra le più veloci, la Campania e la Liguria. Le ultime ad avere avviato le procedure sono state invece Abruzzo e Sardegna, che hanno dato la possibilità di presentare le domande solo dall’8 aprile. Tra le ritardatarie, c’è pure la Sicilia, partita il 7 aprile. Il giorno prima hanno invece dato l’avvio Basilicata, Calabria, Emilia Romagna e Valle d’Aosta. Un ritardo che, secondo le stime dei consulenti del lavoro, porterà i lavoratori ad avere le prime somme accreditate non prima di metà maggio.

Una volta ricevute le domande, le regioni devono istruirle poi in ordine cronologico, e l’elenco dei beneficiari deve essere comunicato all’Inps, che erogherà gli assegni. Ma anche qui si procede a macchia di leopardo. Poco più della metà delle regioni, a oggi, ha inviato i dati dei destinatari all’Inps con le somme da erogare. La Calabria ha emesso il decreto con l’elenco dei destinatari il 14 aprile. E tra le ultime c’è anche la Regione Lombardia che, dopo l’ennesima polemica con il governo centrale, ha inviato l’elenco dei dati all’Inps solo il 15 aprile.

Il governatore Attilio Fontana, in un video pubblicato su Facebook, aveva accusato il governo dei ritardi nella erogazione della cassa rivendicando che «Regione Lombardia con un accordo con il sistema bancario e i sindacati, garantisce le risorse per l’anticipo della cassa integrazione» e che entro una settimana un milione di lombardi avrebbero potuto chiedere in banca l’assegno. Ma in tanti gli hanno fatto notare che la Lombardia non aveva ancora inviato la richiesta all’Inps.

Ritardi che fanno slittare ora i pagamenti per migliaia di piccole aziende, bar, ristoranti, studi dentistici costretti alla chiusura dalle misure di contenimento della pandemia. Secondo le stime, sono circa 100mila le pratiche in Lombardia, quasi 50mila quelle del Lazio, 100mila in Campania. E già si prevede che i 3,3 miliardi stanziati per la cassa in deroga dal decreto Cura italia, soprattutto con il prolungamento del lockdown fino al 3 maggio, non basteranno. Altre risorse dovranno essere stanziate.

Senza dimenticare che per questo tipo di cassa integrazione l’anticipo da parte del datore di lavoro resta facoltativo: chi ha risorse sufficienti può farlo di tasca propria, altrimenti bisogna aspettare che sia completato l’iter burocratico.

Il 31 marzo il governo ha sottoscritto con l’Associazione bancaria italiana, le imprese e i sindacati un accordo per la anticipazione delle somme direttamente da parte delle banche, in modo da velocizzare le erogazioni. Sulla carta alla convenzione tra Inps, Abi e sindacati ha aderito il 94 per cento degli istituti di credito, e alcune Regioni come Lombardia e Toscana hanno firmato dei protocolli aggiuntivi a quello nazionale per garantire alle banche il rimborso degli ammortizzatori sociali anticipati ai lavoratori in tempi brevi. Ma secondo un sondaggio della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, solo il 17 per cento delle banche ha di fatto reso operativo l’accordo nazionale con l’Inps. In ritardo all’appuntamento si trovano non solo gli istituti di credito più piccoli, ma anche i grandi gruppi.

E lo stesso vale per la cassa integrazione ordinaria. Il governo ha dovuto tornare sui propri passi rispetto alla promessa di erogare la cassa entro il 15 aprile. Su circa 300mila domande arrivate per l’assegno ordinario, pari un totale di 4,5 milioni di lavoratori, solo la metà non subirà ritardi perché l’assegno sarà anticipato direttamente dall’azienda. Gli altri dovranno aspettare. Il governo ha fatto sapere che i pagamenti arriveranno entro fine aprile, o al più tardi entro 30 giorni dalla ricezione della domanda. Per vedere i primi assegni, insomma, ci vorranno i primi di maggio.

Sul piede di guerra i consulenti del lavoro, incaricati di presentare le domande. La norma concede quattro mesi di tempo per trasmettere le istanze. Ma in questi giorni, fanno sapere dalla categoria, si sta lavorando giorno e notte per presentare le domande sul sito dell’Inps, con intoppi informatici di ogni tipo. Secondo un sondaggio di categoria, il 91 per cento dei consulenti sostiene che gli assegni verranno liquidati realisticamente solo nel mese di maggio. Di fatto, spiegano, gli unici lavoratori che incasseranno denaro ad aprile sono circa il milione e mezzo di dipendenti delle aziende che hanno avuto la liquidità per anticipare gli stipendi e che ora attendono il rimborso della cassa integrazione da parte dell’Inps.

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