Luigi SbarraBisogna aprire le fabbriche in modo differenziato in base al luogo e al settore

Per il segretario aggiunto della Cisl,servono tamponi, mascherine e guanti per i lavoratori. «Bisogna capire dove è possibile far ripartire le attività produttive prima di altri territori toccati drammaticamente dal contagio»

Handout / Lamborghini / AFP

«Questi giorni di fermo produttivo sono preziosi per ragionare sul dopo. Bisogna mettere allo stesso tavolo sindacato, imprese, istituzioni locali e nazionali per capire come ripartire gradualmente. E poi creare protocolli aziendali e territoriali: è da qui che si può ricominciare». Luigi Sbarra, segretario generale aggiunto di Cisl, lancia la proposta di una fase di ripartenza modulata per filiere, settori e territori, seguendo «il primo comandamento, che è la messa in sicurezza dei luoghi di lavoro». Ma «la riaccensione del motore produttivo non deve avvenire in modo differenziato», spiega. «Le condizioni economiche e sociali che dovremo fronteggiare saranno simili a un dopoguerra, ma non ci sarà come nel ‘45 un giorno della liberazione, perché la transizione sarà maledettamente lunga. E quindi molte cose dovranno cambiare».

Da che cosa ripartire?
La prima regola deve essere la sicurezza. Questo tempo di fermo per le attività non considerate essenziali va utilizzato per mettere in sicurezza i luoghi di lavoro. Che significa piena e inderogabile applicazione dei contenuti del Protocollo che i sindacati hanno sottoscritto il 14 marzo con Confindustria e governo. Per noi nessuna fabbrica, ufficio, cantiere deve riaprire al di fuori di quei parametri. È la condizione per riaccendere il motore.

Cosa non dovrà mancare nei luoghi di lavoro?
Dovranno essere consegnate mascherine, guanti, occhiali protettivi, cuffie, camici, gel igienizzanti. Bisognerà garantire la piena sanificazione, disinfezione e la ventilazione degli spazi. Impedire assembramenti durante i trasporti e nelle linee produttive. Le distanze dovranno essere rispettate durante le fasi lavorative, ma anche negli spazi comuni. Negli spogliatoi, nelle mense e negli alloggi dei cantieri per le grandi opere. Occorrerà quindi riorganizzare i turni. E poi prendere tutte le precauzioni necessarie indicate dall’autorità scientifica, compresa la misurazione della temperatura dei lavoratori agli ingressi.

Servirà quindi riorganizzare e ridisegnare anche gli spazi di lavoro?
Le aziende dovranno impegnarsi a farlo. L’allargamento dello smart working in maniera strutturata a tutti i profili che non richiedono una presenza in azienda può garantire ulteriori spazi per assicurare il distanziamento tra lavoratori. E in questo il governo deve entrare in partita con un investimento su formazione e tecnologie, oltre che con incentivi di detassazione per le imprese che applicano in maniera intensiva questa modalità di lavoro.

Chi potrà tornare per primo al lavoro?
Diventa importante assicurare tamponi, test e controlli mirati sullo stato di salute dei lavoratori per capire chi potrà rientrare per primo. In modo che i più anziani o quelli che hanno malattie gravi non prenderanno parte alle prime fasi della riapertura.

Quali aziende invece saranno le prime a riaprire?
La riaccensione del motore produttivo non può che avvenire in modo differenziato. Va studiato settore per settore, filiera per filiera, in ogni comparto, in ogni area geografica, in ogni territorio oggetto dei focolai, un modello capace di riavviare con gradualità la produzione. Ci sono sicuramente filiere in cui ci sono attività che possono ripartire subito, magari altri pezzi di comparti e settori che invece possono ripartire più avanti. Bisogna ragionare su tutto ciò che è veramente e autenticamente necessario e indispensabile e su tutto ciò che può essere ancora rallentato nella prospettiva di superare la fase più acuta della pandemia.

Quindi immagina che ci saranno aree del Paese che ripartono prima e altre che ripartono dopo.
Si devono fare ragionamenti diversi su ogni territorio. Ad esempio, si può cominciare a pensare come far ripartire le aree del Mezzogiorno poco contaminate, dove ci sono filiere importanti, dall’agroalimentare all’artigianato, dal commercio alla piccola e microimpresa, cercando di modulare la ripartenza a livello geografico e territoriale. Bisogna capire dove è possibile far ripartire le attività produttive prima di altri territori toccati drammaticamente dal contagio. E lo possiamo fare solo in un modo: se teniamo vivo un modello triangolare che metta allo stesso tavolo sindacato, imprese, istituzioni locali e nazionali. I gruppi dirigenti a livello locale sono chiamati a una assunzione di responsabilità e condivisione. Ecco perché questo tempo è prezioso per cominciare a ragionare su questo.

Serviranno accordi aziendali e territoriali?
Bisogna fare accordi e protocolli aziendali sulla base delle specificità dei territori, delle comunità locali e anche dei comparti e delle filiere che insistono in quelle aree. Nel protocollo del 14 marzo abbiamo previsto dei comitati di sorveglianza aziendali che sono incaricati non solo di monitorare l’applicazione dell’accordo, ma anche di valutare come è possibile definire le fasi di ripartenza. È una visione nuova di un modello partecipativo dei lavoratori alle decisioni dell’azienda.

Bisognerà immaginare delle deroghe rispetto ai contratti.
C’è la necessità di avviare un confronto anche per una riflessione su come possiamo ammodernare, innovare e derogare alcuni istituti contrattuali. Nella ripartenza dobbiamo pensare anche a un ruolo diverso delle relazioni sindacali. Bisogna aumentare di più le procedure di flessibilità nelle aziende discutendo di orari, turnistica, formazione, competenze, organizzazione del lavoro. Occorre superare tutti quei vincoli sulle materie del lavoro, determinati anche da un eccesso di legislazione di questi ultimi anni.

C’è già una fase di dialogo con il governo su come ripartire?
Non ancora. Finora si è pensato a come fronteggiare l’emergenza. Adesso bisogna aprire una fase di vera nuova concertazione per un grande patto che definisca i tempi e le modalità per la ripartenza del Paese.

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