Fase duePer ripartire, puntiamo su sane relazioni industriali

Già oggi, prima che qualcosa si muova nel governo, le imprese firmano protocolli autonomi sulla sicurezza con i sindacati. È su questo che bisogna investire per riaprire il Paese: un proposta in vista del 1 maggio

Afp

La salute in fabbrica e sui luoghi di lavoro è un tema centrale, così come il diritto alla formazione, per il decollo della contrattazione aziendale e territoriale. Ed è su questo che bisognerebbe investire oggi sforzi poderosi da parte di tutti in vista della fase due, molto di più che esercitarci in composizioni di task force che spuntano come funghi assai poco appetitosi. Lo dimostrano i protocolli aziendali che diversi gruppi stanno già firmando con i sindacati, da Fca a Piaggio.

Si potrebbe approfittare della quarantena per aprire una nuova fase. Una volta fissato l’obiettivo di fare ripartire i diversi settori produttivi e stabiliti gli obiettivi per tutelare la salute, obbligatori per tutti, sarà bene che la loro applicazione nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro sia oggetto dell’accordo fra le parti in causa. Meglio: delle parti al lavoro.

Chi decide altrimenti chi può lavorare da subito, chi fissa turni che ridisegnano la distribuzione del lavoro in orari e giorni che prima non erano lavorativi? Chi definisce gli spazi da attribuire a chi lavora sia in ufficio e/o da casa per le linee produttive e per tutte le mansioni che non sono fattibili in smart working? Chi può organizzare la logistica dentro e fuori dal posto di lavoro per dare a tutti sicurezza negli spostamenti? Chi concorda i nuovi contenuti per il rafforzamento della formazione su sicurezza e nuove mansioni ecc.?

In attesa di esami a tappeto che certifichino la negatività al virus, bisogna definire in modo consensuale le nuove regole. Questo garantirebbe più consenso ma anche maggiore produttività.

La spinta per la contrattazione decentrata di secondo livello ha già trovato sostegno in interventi normativi e con vantaggi fiscali. Erano interventi soprattutto legati a premi di produttività e per la crescita di un nuovo welfare aziendale. Adesso è possibile un nuovo passo avanti se da entrambe le parti vi è l’accettazione di voler condividere obiettivi e risultati.

Esiste un potente precedente che vale la pena richiamare. È quello degli interinali. Nella somministrazione, a fronte di una sospensione di quasi 110mila lavoratori, le parti sociali sono riuscite a costruire un sistema che ha permesso di riconoscere alle normali scadenze di paga la retribuzione complessiva, compresa la parte di integrazione salariale. Parliamo di 56 milioni di euro che proprio la bilateralità, tramite il fondo di solidarietà di settore, ha anticipato alle agenzie del lavoro.

Cinquantasei milioni: tutte risorse che coscientemente e responsabilmente le parti sociali hanno accantonato negli anni, sapendo che la somministrazione è un settore anticipatore delle dinamiche del mercato. Nulla a che vedere con i 20 milioni destinati dal “Cura Italia” al Fondo per i lavoratori in somministrazione (e non ancora incassati).

Da parte delle imprese, va messo da parte l’istinto rapace di voler solo riprendere la produzione costi quel che costi. Così come le organizzazioni dei lavoratori devono abbandonare visioni millenaristiche che vedono l’uscita dal virus come una occasione per uscire dal capitalismo. Niente di tutto questo.

Si tratta di aprire una nuova fase di intese sindacali frutto di una gestione comune dei problemi, dove entrambe le parti assumono maggiore responsabilità ottenendo maggiore libertà di partecipazione. Questo potrebbe essere il modo più sicuro e veloce di fare tornare tutti al lavoro, difendere il reddito sano e assicurare un domani al proprio posto di lavoro.

Non bisogna affidare questa scelta solo alla responsabilità di imprese e lavoratori. Ci vuole più politica. Politica che si assuma la responsabilità di guidare e agevolare i processi. Una politica che si riprenda il suo ruolo, il suo primato. Il governo sostenga economicamente e fiscalmente i settori e le aziende che seguiranno questa strada.

La speranza è che il decreto aprile intervenga velocemente e con risorse adeguate, perché è terminata ogni riserva. A oggi, infatti, se guardiamo agli ammortizzatori sociali (Cigo, Fis, cassa in deroga) per le famose “nove settimane”, a un mese dalla approvazione del decreto, i lavoratori che hanno già incassato le somme sono dipendenti delle aziende che hanno presentato domanda ai Fondi bilaterali dell’artigianato e della somministrazione.

Occorre smetterla di demonizzare il ruolo delle parti sociali, attrezzare strategie e risorse per potenziare la bilateralità, aggiornare in tempo rapido gli ammortizzatori. Ad esempio, con una armonizzazione della cassa integrazione che produca un ammortizzatore sociale universale. Alle organizzazioni sindacali e imprenditoriali il compito di estendere questo metodo ai territori e alle filiere, con lo scopo principale di coinvolgere anche gli occupati delle piccole e medie imprese e le best practice sviluppate nelle imprese maggiori.

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