PandemiaVaccino lontano, politici inaffidabili: esce il romanzo di Lawrence Wright che ha previsto il covid-19

Il romanzo del premio Pulitzer per ”Le altissime torri” racconta il mondo piegato da un virus misterioso. Un thriller basato su anni di accurate ricerche ma, senza volerlo, sembra la cronaca di quello che accade adesso

Jonathan NACKSTRAND / AFP
Jonathan NACKSTRAND / AFP

«Lei non fa altro che ripeterci le stesse cose» disse Tildy, in tono di rimprovero, al tenente comandante Bartlett, divenuta ormai l’incubo del Comitato dei Rappresentanti del Consiglio per la sicurezza nazionale. «Niente vaccino», cominciò a elencare Tildy, contando sulle dita. «Niente trattamento. Nessuna cura. Possibile che non abbia almeno una buona notizia da riferire? La popolazione è fuori di sé per la preoccupazione».

Bartlett rispose con un’occhiata che Tildy decifrò all’istante: era uno sguardo di commiserazione. «I piani li avevamo già, signora. Da anni, il CDC, gli Istituti nazionali di sanità, la Johns Hopkins e il Walter Reed avevano perfezionato tutti i protocolli necessari. Ma non abbiamo ottenuto le risorse e il personale per implementarli. I respiratori, per esempio. Secondo le nostre stime, ne avrà bisogno il trenta per cento delle persone ricoverate con gravi sintomi di influenza. E adesso ne abbiamo a sufficienza solo per l’uno per cento dei pazienti.

E intanto la gente muore di altre malattie curabili perché mancano le scorte di farmaci di base. Sono tutti prodotti in India o in Cina, a loro volta colpite dalla pandemia. Stiamo esaurendo le siringhe, i kit di test diagnostici, i guanti, le mascherine, gli antisettici, tutto ciò che serve a trattare i pazienti e proteggere noi stessi…»

«Tesoro, forse non hai capito», si inserì di colpo una voce profonda. Il vicepresidente era un ex governatore e conduttore radiofonico noto per i modi bruschi. Nominato referente ufficiale per la pandemia, aveva da poco cominciato a partecipare alle riunioni del Comitato.

Con il suo arrivo la sala si era riempita di assistenti e segretari, assiepati lungo le pareti, che si affannavano a prendere appunti. «Ci serve un messaggio da dare alla nazione! E serve oggi! Il presidente vuole annunciare risultati concreti, e vuole farlo subito!»

Il tenente si irrigidì. «So cosa pretendete da me, ma non è questo il mio compito. Io sono qui per trasmettere informazioni e riferire i fatti. Sta poi a voi decidere come usarli. Se aveste fatto il vostro dovere, fornendoci le risorse che avevamo chiesto, forse non saremmo qui a domandarci che cosa raccontare alla nazione mentre la gente soffre, l’economia va a rotoli e i cimiteri si riempiono. E tutto perché quelli come voi se ne sono fregati della salute pubblica e hanno ignorato i nostri appelli».

Sul vicepresidente quelle parole ebbero l’effetto di una randellata e per un istante tutti trattennero il fiato.

«La sostanza è che al presidente servono argomenti in grado di diffondere un senso di calma» intervenne Tildy, facendo da paciere. «Di speranza. Di progresso. Per esempio che presto basterà sottoporsi a un’iniezione per essere protetti».

Il tenente scosse appena il capo. Di nuovo quello sguardo di commiserazione. «Anche se avessimo un vaccino, resta il problema dei destinatari. Servono mesi per portare la produzione a regime, e non possiamo nemmeno avviarla se le aziende farmaceutiche non vengono esentate dalle responsabilità penali. Tanto per chiarire: non c’è il tempo per condurre la sperimentazione clinica e verificare gli effetti collaterali. Adesso immaginiamo pure di riuscire a produrre diecimila dosi la prima settimana, centomila quella successiva, cinquecentomila quella dopo, e così via. Passeranno ancora mesi prima di ottenere quantità sufficienti a determinare un certo livello di immunità di gregge. Senza contare che potrebbero volerci due o tre dosi per ciascuna persona per un’immunizzazione efficace».

Cercando di salvare la dignità, il vicepresidente aveva inforcato gli occhiali e si era messo a sfogliare il fascicolo del briefing. «E questa faccenda di un antisiero?»

«Gli Istituti nazionali di sanità stanno sperimentando l’uso del siero prelevato dai pazienti sopravvissuti all’infezione come possibile terapia di immunità passiva» rispose Bartlett.

«E funziona?»

«In parte. Provvisoriamente. In teoria».

«Non potremmo far dire al presidente che stiamo sviluppando un vaccino?»

«Non è un vaccino».

«E allora cos’è?»

«Un anticorpo monoclonale. Il sistema immunitario li rilascia da sé dopo un’infezione o una vaccinazione, ma possiamo produrli in laboratorio. È possibile che offrano una certa copertura per qualche settimana».

Il vicepresidente contrasse esasperato la mascella squadrata. «Potrebbe dire che abbiamo un trattamento promettente…»

«Non è un trattamento. Nella migliore delle ipotesi otterremmo qualche settimana di…»

Lui alzò una mano per zittirla, chiaramente indispettito dall’interruzione. «…e che stiamo compiendo progressi reali. Credo possa bastare». Radunò i plichi di carte che aveva sul tavolo e li sollevò sopra una spalla, sapendo che un assistente si sarebbe precipitato ad alleviarlo di quel peso.

«Non l’abbiamo ancora testato sugli uomini, finora l’abbiamo somministrato solo ai furetti!» protestò Bartlett.

«Voglio solo sapere una cosa: i furetti sono ancora vivi?» la incalzò lui.

«La maggior parte sì, tuttavia l’esperimento è ancora in corso…»

«E se non gli aveste somministrato quella roba ne sarebbero morti di più?»

«A questo non posso rispondere. Non abbiamo ancora i dati di mortalità».

«E quando li avrete?»

«Più o meno tra due settimane».

Il vicepresidente strinse le labbra. «Perché non lo state testando sulle persone? Perché non farlo subito?»

«Ci vorranno mesi per rendere il prodotto adatto all’impiego umano, e anche allora un unico anticorpo monoclonale potrebbe non bastare a bloccare le mutazioni del virus. Quindi il rischio è alto. Intanto vi consiglierei di stilare un elenco di chi dovrà ricevere la somministrazione e in quale ordine. Prima i bambini? I membri del governo? Il personale sanitario? I militari? Le donne incinte? La Guardia nazionale? O forse è il caso di indire una lotteria? Perché sono queste le scelte che dovrete compiere.»

«È vero. Ma di indire lotterie o di rendere pubblico l’elenco non se ne parla proprio. Dal punto di vista politico sarebbe un suicidio. Il vaccino va tenuto segreto e…»

«Non è un vaccino, signore» ribadì Bartlett. «E ricordi che servirà una seconda somministrazione dopo qualche settimana, salvo che nel frattempo non si sia giunti a sviluppare un vero vaccino.»

Il vicepresidente le scoccò lo sguardo più gelido a disposizione dei suoi telegenici occhi azzurri. «Terremo segreta questa sostanza, o quello che è, finché non avremo messo in sicurezza gli elementi più vitali della nostra società, affinché la gente non debba porsi il problema di quanti bambini dovranno morire mentre i capi ricevono l’iniezione».

«C’è in corso un’epidemia gravissima a Philadelphia, tenente, ad appena due ore da qui» intervenne Tildy, conservando il tono amabile. «Capirà anche lei che abbiamo una certa fretta.»

«L’influenza è già confermata anche a Washington, signora.»

«Cazzo… da quando?» disse il vicepresidente.

«Ce l’hanno comunicato questa mattina tre ospedali cittadini. Finora abbiamo diciannove casi, ma se il contagio si conferma rapido come a Philadelphia, tra massimo cinque giorni avremo un’epidemia conclamata.»

Tildy restò in silenzio. Scorrendo lo sguardo intorno al tavolo lesse sui volti dei rappresentanti il suo stesso sconforto.

da “Pandemia”, di Lawrence Wright, pubblicato per Piemme da Mondadori Libri S.p.A. © 2020 Mondadori Libri S.p.A., Milano, 5,99 euro (eBook)

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