Love will tear us apartDopo 40 anni, il nostro amore per le canzoni di Ian Curtis non si è mai spezzato

Il 18 maggio 1980 il cantante e anima dei Joy Division si toglie la vita: una fine tragica per una band che stava per entrare nella storia della musica. E ancora oggi fa sentire la sua influenza

Quando fu ritrovato morto, con una corda al collo nella sua casa di Macclesfield a Manchester, sullo stereo stava ancora girando “The Idiot”, l’album di esordio di Iggy Pop.

Per Ian Curtis, anima e cantante dei Joy Division, quella sarà la colonna sonora della fine. Vicino, un biglietto: «In questo istante vorrei essere morto. Non riesco più a lottare».

È il 18 maggio 1980, aveva 24 anni. Il matrimonio con la moglie Deborah era in crisi da tempo, lui si era innamorato di una giornalista belga, Annik Honoré, morta poi nel 2014.

Soffriva per la figlia, per il senso di colpa, per l’inadeguatezza generale. Per la sua riservatezza, minata dalla fama ormai raggiunta: il giorno dopo, insieme agli altri componenti dei Joy Division, sarebbe dovuto partire per il tour negli Stati Uniti. E gli attacchi di epilessia (lui la chiamava «il grande male») si erano fatti sempre più frequenti e dolorosi.

Per gli altri membri la scoperta fu uno shock, come è ovvio. Come diranno poi, non avevano sospettato di nulla. Nei giorni precedenti era sempre stato allegro (e questa era una sua caratteristica, al contrario dei toni cupi dei suoi testi), addirittura era apparso felice quando avevano comprato i vestiti nuovi, in vista della tournée.

Con la sua morte si scioglie anche il gruppo, proprio nel momento in cui stava raggiungendo la fama. Venivano da un anno elettrizzante: serata con i Cure, tour per aprire i concerti dei Buzzcocks (uno dei pochi gruppi con cui avevano rapporti amichevoli), copertina su NME, pubblicazione del primo album “Unknown Pleasures”, con la celebre copertina disegnata da Peter Savile (le onde stilizzate).

Avevano appena cambiato il mondo della musica, inventato un nuovo sound dark che influenzerà le generazioni successive (fino a oggi, sì), inciso il loro nome nella storia.

Pochi giorni dopo sarebbe uscito il singolo “Love Will Tear Us Apart”, nel quale Curtis aveva riversato le frustrazioni del suo matrimonio (la moglie ne soffrirà: «Non riesco ancora a perdonarlo, quelle cose avrebbe potuto dirmele quando era il momento»), che avrebbe scalato le classifiche.

Come poi farà il secondo album, “Closer”, uscito il 18 luglio di quell’anno e che diventerà, per tutti, il punto più alto mai raggiunto dal gruppo, il gioiello della corona del post-punk (Mark Fisher), anche se a loro, Curtis compreso, all’inizio non sembrerà convincente – seguirà “Still”, nel 1981, con tracce registrate in studio e alcune canzoni prese dal tour, fondamentale per i cultori della band, ma aggiunge poco ai lavori precedenti.

Sono passati 40 anni da quel giorno: in mezzo, c’è stata un’altra band, i New Order, intorno sono evoluti altri stili, che hanno accelerato i ritmi e talvolta le atmosfere soffocate della fine degli anni ’70.

Ma gli echi di Curtis hanno continuato a riverberare, onda lunga di una epoca fatta di angosce e distopie. È questa la permanenza.

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