L’arte della brugolaLa Biennale di Venezia è il passato, il nuovo glamour artistico nasce all’Ikea

Il rinvio dell’esposizione arriva in concomitanza con la riapertura dei grandi magazzini svedesi, ormai luogo di culto dei cittadini italiani e frontiera inedita per quei creativi che negli ultimi anni sono stati costretti a trattare più di economia che vernissage

Disdetta. La Biennale d’Arte di Venezia quest’anno non avrà luogo: disdetta, appunto. L’appuntamento è rimandato addirittura al 2022.

Un dolore immenso, picca di lancia ficcata nel costato del pubblico internazionale, gente glamour, collezionisti e ancora investitori che, da decenni ormai, presidiano, amministrano, indicano e celebrano quasi religiosamente gli appuntamenti obbligati del cosiddetto sistema dell’arte, outfit compresi, dall’afro-tirolese all’assiro-parigino.

Grazie a tutti loro viene subito voglia di ricordare ciò che in piena “Belle Époque” prescriveva Erik Satie, compositore inenarrabile, compagno di strada di Pablo Picasso: «Non abbiamo più bisogno di chiamarci artisti, lasciamo questa splendida parola a parrucchieri e pedicure». Mai sentenza fu più indicata.

D’altronde, un noto intellettuale campano, inventore della Transavanguardia, già più trent’anni fa era stato perentorio: «I critici d’arte del futuro dovranno essere economisti». Ossia: non faranno più l’abbonamento al Giornale dell’Arte, Flash Art o al leggendario catalogo Bolaffi destinato ai tavolini dei salotti accanto al Ronson, semmai a MF Milano Finanza, alle agenzie di rating o che hanno in cura i fondi d’investimento e, va da sé, al Sole 24 Ore.

In subordine, pensandoci bene, piuttosto che recarci ai Giardini o alle Corderie tutti noi si potrà andare invece all’Ikea, che, a suo modo, ha le carte in regola per spettacolarmente colmare l’assenza d’ogni vernissage in Laguna. I dati del flusso, roba da apertura del Mar Rosso, post-lockdown lo confermano plasticamente.

L’Ikea ormai batte perfino i doverosi bisogni spirituali, cioè partecipare alle messe. A conti fatti, davvero secondari e minoritari rispetto al sogno comune e paradisiaco della riapertura dei magazzini succitati.

Per amore presunto di paradosso, potremmo spingerci a dire che l’unico interrogativo pulsante che ci ha accompagnati nei giorni di reclusione da Covid-19 riguardava proprio quando saremmo potuti tornare ad acquistare un ennesimo copridivano (o letto) “Indira”, possibilmente in tinta, segnatamente bianco. Un oggetto che sta al post-capitalismo così come la Sindone di Torino all’intera iconosfera del cristianesimo. 

Un pensiero fisso lì a surclassarne ogni altro, addirittura l’intera summa delle teologie, l’occhio di Dio inscritto nel triangolo della Trinità, per non dire delle grandi rassegne d’arte. Indira Vs. i graffiti di Altamira e così fino all’Arte Povera, passando per Raffaello e gli achrome di Piero Manzoni, posto che quel copridivano assomiglia alle opere tutte bianche del compianto artista perfino in termini di materiali.

Tornando al vuoto lasciato dalla Biennale d’Arte di Venezia, accostandoci ancora una volta all’immagine dei nostri magazzini dell’arredamento globale, immaginiamo per un istante che Damien Hirst decida di realizzare un’installazione in grado di riprodurre fedelmente il percorso labirintico popolato, nell’ordine, da Billy, la libreria; Poäng, la sedia, Malm, il letto; Kallax, lo scaffale; Tejn, il tappeto; Lack, il tavolino; Doksta, il tavolo; Ektorp, il divano; e, su tutto, va da sé, Indira, il copridivano, così come altrove ha già provveduto a fare con lo spazio farmaceutico.

Sì, un’ideale farmacia propria del mondo governato dalle benzodiazepine come icone-particole di una nuova religiosità, dove l’ostia è in paracetamolo. Con la differenza che l’ideale Ikea riprodotta e ricostruita fedelmente da Hirst, al di là d’ogni intento di replica oggettiva, sarebbe un luogo comunque immerso nella formaldeide ideologica dell’arte.

Al contrario, i veri magazzini Ikea, metti, della Bufalotta, di Anagnina o di Corsico o di Afragola, sono percepiti come un Eldorado, non è casuale che, alla fine del percorso obbligato, pur di non andare via a mani vuote, il pellegrino acquisti le ennesime grucce colorate Bagis o le forbici dai manici colorati Trojka o l’orango peluche Djungelskog. Altro che Gog e Magog, figure della tradizione biblica e islamista.

Neanche a farlo apposta, qualcuno mi ha appena inviato un video nel quale una persona, entrando proprio in un ipermercato, dopo essersi disinfettato le mani con il gel si inginocchia facendosi il segno della croce, vera o falsa che sia questa immagine giunge a coronamento della nostra riflessione.

Ora, senza voler troppo concettualizzare, tornando alla Biennale d’Arte di Venezia che quest’anno non aprirà i battenti, mettendo da parte il sicuro senso di lutto che già pervade collezionisti, mercanti, agenti, galleristi, direttori di musei, responsabili di case d’aste, consulenti finanziari (si racconta che si possano acquistare anche semplici “porzioni” di opere d’arte, pensa) e forse, buoni ultimi in ordine gerarchico, gli artisti stessi.

Torna in mente l’esposition du Vide, l’esposizione del Vuoto, realizzata da Yves Klein dal 28 aprile al 12 maggio del 1958 alla Galerie Iris Clert di Parigi. Ai presenti al vernis­sa­ge veniva offerto il blue cocktail (gin, Cointreau, e blu di metilene) e un ambiente ridipinto di bianco dallo stesso Klein dove l’artista o gli spettatori potevano sostare: nulla da vedere, né tele né altro, soltanto le ombre dei propri corpi.

Oltre sessant’anni dopo, il vuoto del Padiglione Italia, lì ai Giardini o negli altri padiglioni nazionali, sarà ancora più reale, perfetto, sferico, concettualmente non meno esemplare, sebbene prodotto dal Covid-19 e dalla pandemia che ne è generata. Tuttavia, anche questo va detto, di fronte alla deriva acefala del glamour artistico non tutti i virus vengono per nuocere.

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