Ultimo tangoSe nessuno lo salverà, il cinema europeo rischia di arrivare ai titoli di coda

In due mesi gli incassi al botteghino sono crollati del 1100 per cento. In Francia il governo ha stanziato 300 milioni di euro per la ripresa, quello tedesco ha creato un sussidio per i lavoratori del settore. In Italia i soldi scarseggiano

Wikimedia commons

Nelle tabelle della «fase 2» ancora neppure figura. Insieme alle discoteche, i cinema saranno uno degli ultimi appuntamenti della “vita di prima” che potremo riprendere a frequentare. Le piattaforme di streaming che hanno svuotato le sale e impoverito i ricavi potrebbe essere la via di fuga temporanea per salvare un’industria che a livello europeo conta novemila sale, solo 1205 in Italia. 

Fra gennaio e marzo, sono evaporati gli incassi al botteghino. Secondo Forbes, nel nostro Paese gli incassi degli esercenti sono precipitati: giù del -1100 per cento. Ripetiamo: millecentopercento. Un crollo verticale: 170 mila euro guadagnatati, nell’ultima settimana di marzo, contro i 116 milioni incassati nella prima settimana di gennaio. Alla perdita secca dei ricavi dei biglietti bisogna aggiungere anche i costi che l’esercente deve per ogni film prioettato in sala al produttore, al distributore e le mancate entrate di cibi e bevande.

Nell’ultimo report, il centro studi del Parlamento europeo ha fotografato la situazione dell’eurozona. Era il 23 gennaio quando il governo cinese ha sigillato i suoi 70 mila cinema, che rappresentano il secondo mercato mondiale dopo gli Stati Uniti. Da allora, in contemporanea alle cifre del contagio, le previsioni sulle perdite strutturali del settore sono state corrette a più riprese, sempre più in rosso. Stime recenti calcolano 17 miliardi di dollari su scala mondiale. 

Sembra una vita fa, quando i produttori – su pressione dei fan della saga – hanno comunicato che sarebbe stata posticipata all’autunno l’uscita dell’ultimo titolo della saga di James Bond, No Time To Die. Nomen omen, a posteriori. Erano i primi di marzo. Gli studios, fermandosi, hanno capito in quale direzione tirasse il vento prima di molti governi. Per esempio, una settimana dopo, il primo ministro britannico Boris Johnson predicava ancora la strategia – suicida, infatti è seguito il dietrofront – dell’«immunità di gregge». Avrebbe fatto meglio ad ascoltare Tommy Shelby, il protagonista di Peaky Blinders, visto che la serie cult ha interrotto le riprese non appena è scoppiato il contagio. 

A differenza delle majors, le case cinematografiche europee meno grandi dipendono dalle sale, a loro volta piccole realtà, spesso a gestione familiare. In questo effetto dominio, i Paesi più esposti sono quelli dove è più alta la densità dei cinema. Oltre al numero di attività, il vero parametro da guardare è quello del numero degli schermi. Perché un cinema in media ha più sale e quindi più schermi. E più schermi ci sono più le sale vuote pesano nel bilancio dell’esercente. In Italia ci sono 1205 cinema per un totale di 5205 schermi. In Europa siamo il secondo Paese per numero di schermi dietro la Francia (5982 su 2040 cinema). Seguono Germania (4849, 1672) e Spagna (3589, 734). Insomma, quello nostrano è uno dei circuiti più a rischio.

I contraccolpi economici dell’epidemia si abbattono su un settore già in crisi. Da decenni, continua l’emorragia di spettatori. Il ministro Dario Franceschini ha promesso 130 milioni di fondi statali. Altri cento milioni sono stati stanziati per promuovere la ristrutturazione delle strutture cinematografiche. Fra le misure, anche indennità straordinarie ai lavoratori e la sospensione dei versamenti dei contributi assistenziali e previdenziali. 

All’estero, Parigi ha un’altra potenza di fuoco. Il ministero delle Finanze ha messo a disposizione 300 milioni di euro, impegnandosi assieme alla Banca di Francia ad allungare le scadenze dei prestiti, oltre a quelle per pagare le tasse. È stata istituita una sovvenzione fino a 1500 euro mensili. Come mossa strategica, il governo ha sospeso il periodo – quattro mesi – nel quale le sale (ora chiuse) hanno l’«esclusiva» sui film prima della distribuzione on demand, che potranno proporre per cercare di recuperare profitti. Piattaforme come Netflix (che pure ha donato un milione ciascuno ai fondi di Spagna, Italia, Olanda e Regno Unito), invece, dovranno rispettare il termine consueto: tre anni.

La Germania ha creato un sussidio di 9 mila euro, da spalmare su tre mesi, per i liberi professionisti del comparto. Il trust federale FFA (Filmförderungsanstalt) ha promosso una cassa d’emergenza da 15 milioni, rivolta sia ai produttori sia agli esercenti; altri 10 milioni sono riservati alle case che hanno dovuto cancellare o ritardare lavorazioni con il patrocinio pubblico. In totale, vale solo 20 milioni il budget spagnolo. Le aziende iberiche possono sospendere i contratti dei dipendenti e accorciare il loro monte ore. In compenso, si facilita l’accesso agli aiuti per la disoccupazione.

Per traghettare l’industria oltre l’epidemia, la Commissione europea ha steso uno schema di deroghe sugli aiuti di Stato, almeno fino a dicembre 2020. Si autorizzano prestiti o sgravi fiscali fino a 800 mila euro per ditta, garanzie sui prestiti bancari e tassi d’interesse agevolati. Naturalmente, potranno dirigersi verso cinema e indotto i 100 miliardi del Sure. La commissaria Mariya Gabriel ha rassicurato che verrà salvaguardato il capitolo culturale del bilancio pluriennale 2021-2027.

Infine, sono stati sbloccati 5 milioni di euro, sotto forma di voucher, per le categorie più compromesse dal lockdown. Chi dovrà fronteggiare problemi di liquidità potrà appoggiarsi a «Creative Europe», il programma di finanziamento per il settore culturale e creativo da 1,6 miliardi di euro, che il Parlamento europeo sta progettando di revitalizzare con il prossimo budget comunitario.  

Invece di arrendersi a un «rinviato per cause di forza maggiore», i festival del continente sono migrati online. Si sono riconvertite in poche ore la rassegna internazionale di Vilnius (19 marzo-2 aprile) e l’appuntamento documentaristico di Copenaghen (18-29 marzo). Maggio era il mese dei tappeti rossi di Cannes, che fino al 26 giugno andrà in onda in versione virtuale, con tanto di biglietto d’ingresso digitale. Il Munich Film Festival, invece, ha preferito saltare un’edizione. 

Ma quando riterremo di nuovo «sicure» le poltroncine? A fine marzo la Cina ha riaperto seicento sale, per richiuderle poi nel giro di una settimana. Un sondaggio americano su un campione di mille persone ha rilevato come la maggioranza di loro (il 49 per cento) valutasse di aspettare mesi prima di ripresentarsi al botteghino, contemplando in alcuni casi l’ipotesi di non farlo «mai più». Sul lungo periodo, invece, gli intervistati sperano di tornarci con la stessa frequenza del passato. 

Non è un mistero che sia iniziata l’era dello streaming. Con la quarantena, il consumo si è impennato (+34 per cento negli Usa, per esempio). In Europa, la domanda s’è gonfiata così tanto che Netflix e i suoi fratelli, YouTube e Amazon Prime, hanno dovuto abbassare la qualità delle immagini, su richiesta del commissario al Mercato Interno, Thierry Breton. Abbassare il «bit rate» è servito a non congestionare la rete, dove s’è trasferito non solo l’intrattenimento, ma anche l’istruzione e il lavoro di milioni di europei. 

La pandemia potrebbe accelerare il cambio di paradigma in corso. Il futuro va verso il digitale, più che riportare in auge il drive-in. Il noleggio online potrà compensare i mancati introiti al boxoffice? Oltreatlantico la Universal lo sta sperimentando: con 19 dollari e 99 (15,99 euro), si possono vedere entro due giorni Emma, The Hunt o The Invisible Man.

Un film al prezzo di un mese di abbonamento a servizi con un catalogo sterminato, fanno notare gli scettici. Anche alcune pellicole tricolori stanno cercando di percorrere questa strada, come la commedia Un figlio di nome Erasmus. Al tempo stesso, però, sempre Universal ha preferito far slittare l’ultimo Fast&Furious perché teme di non incassare abbastanza distribuendolo solo sul web. 

Se si dilata la fissazione collettiva con le serie-tv, spesso si tratta di sottoscrizioni che esistevano già prima dell’emergenza coronavirus. L’Ocse calcola che si contrarrà del 5 per cento la spesa degli italiani per intrattenimento (un calderone dove ricadono libri e musei). Alle soglie della «fase 2», si riscrivono le priorità, oltre al potere economico. 

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