MediatoreCos’è l’Ombudsman e perché non vuole che l’ex capo di un’autorità europea diventi lobbista

Pochi conoscono questo organo dal nome molto svedese: le sue sentenze non sono vincolanti. Ma questo non impedisce dal 1995 di promuovere la buona amministrazione pubblica a livello comunitario. E combattere l’abitudine, purtroppo diffusa, delle “porte girevoli” tra istituzioni e industria

EMMANUEL DUNAND / AFP

Non avrebbe dovuto essere permesso. Questo è il parere di Emily O’Reilly, mediatore europeo e difensore civico della Ue che si esprime sul passaggio di Adam Farkas da direttore esecutivo dell’Abe, l’Autorità Bancaria Europea, ad amministratore delegato dell’Afme, cioè l’Associazione per i mercati finanziari in Europa. Da un’istituzione europea, insomma, a una lobby.

È un problema importante. Secondo O’Reilly, l’Autorità ha sbagliato a consentire il trasferimento. In più, non si sarebbe nemmeno assicurata di mettere in sicurezza le informazioni riservate, anche quando era diventato chiaro che Farkas avrebbe lasciato l’incarico.

«La sfida delle “porte girevoli”», cioè la pratica di transitare dall’attività di funzionari di enti di regolamentazione a quella di lobbying nello stesso settore, «è ardua per molte pubbliche amministrazioni. Esiste un diritto fondamentale al lavoro, ma deve essere qualificato dalla considerazione degli interessi dei cittadini».

A volte «questi interessi non vengono compresi in modo adeguato, oppure sono sminuiti». Secondo l’ombudsman (questo è il termine molto svedese e poco giornalistico che si usa per indicare la carica) le istituzioni europee dovrebbero, per missione e natura, attenersi agli standard più alti. Cioè contrastare tutti i passaggi da politica a industria, da funzionario a lobbista.

In questo caso, specifica, «si trattava del direttore di una autorità europea (che ha il compito di ideare provvedimenti con cui regolamentare e supervisionare le banche europee) che passa a un gruppo lobbista che rappresenta il settore finanziario. Un gruppo che, è ovvio, desidera influenzare la stesura di queste regole a favore dei suoi membri».

Se nemmeno in questa situazione si impedirà l’ennesimo passaggio attraverso la “porta girevole” con un’opzione legale, «allora non si potrà mai fare» in nessun altro caso.

Non solo. L’autorità, sebbene «fosse stata informata del trasferimento il primo agosto 2019», ha consentito a Farkas «di accedere a informazioni riservate fino al 23 settembre».

Eppure proprio l’Abe, ricorda ancora l’ombudsman, «fu creata dalle ceneri del disastro finanziario del 2008. Una crisi in parte dovuta al fallimento delle regolamentazioni e in parte dalla cosiddetta regulatory capture», che si verifica quando un ente pubblico, anziché agire per gli interessi dei cittadini, opera in favore degli interessi dei gruppi che dovrebbe regolamentare.

In questo senso, «permettendo all’ex amministratore delegato di andare a lavorare per una importante associazione di lobby finanziaria, l’Abe rischia di perpetuare uno dei problemi fondamentali che era stata creata proprio per risolvere».

Il parere, piuttosto severo, si conclude con tre raccomandazioni. L’Autorità Bancaria Europea dovrà, in futuro, impedire ai suoi dipendenti di assumere alcuni incarichi al termine del loro servizio. Il diveto «avrà una durata temporale, per esempio di due anni».

Prima però dovrà chiarire i criteri e i parametri da utilizzare, cioè decidere quali casi saranno ammessi e quali no. In questo modo, chi vorrà accedere posizioni più alte all’interno dell’Autorità ne sarà informato fin dall’inizio.

Infine, «l’Abe dovrà mettere in piedi procedure interne grazie alle quali, non appena verrà a sapere che un dipendente cambia lavoro, potrà impedirgli, fin da subito, di accedere a informazioni sensibili».

FREDERICK FLORIN / AFP

Parole che faranno discutere. Anche se le sentenze del difensore civico europeo – va detto – non sono vincolanti. È una figura più di moral suasion e questo ne sminuisce molto l’efficacia.

Istituita nel 1995, è un organo indipendente e parziale pensato per promuovere la buona amministrazione nelle istituzioni e nelle autorità europee (tranne la Corte di giustizia).

Il suo primo compito è trattare le denunce (sono molte, fa sapere Emily O’Reilly, 62 irlandese, che riveste l’incarico dal 2013 ed è stata confermata nel 2019) sui casi di mala amministrazione delle istituzioni Ue.

Anzi: il numero è sempre più alto, spiega, ma è fiduciosa: il dato non indica un peggioramento della qualità dei servizi, bensì una maggiore consapevolezza del ruolo dell’ombudsman.

Inoltre si occupa della trasparenza, che viene incoraggiata in ogni aspetto della procedura legislativa (a suo avviso, più chiarezza porta a una maggiore fiducia da parte del cittadino) e del comportamento dei servizi nei confronti dei cittadini, sanzionando (o giustificando) ritardi o errori.

Ad esempio, nel 2018 si è espressa, su denuncia di Amnesty International, sul ritardo della Commissione europea nei confronti di una sanzione contro l’Italia.

La questione riguardava una possibile violazione della Direttiva sull’uguaglianza razziale (del 2000), in particolare sulle condizioni abitative dei rom. La Commissione apre un’indagine nel 2012 ma dopo sei anni non è ancora arrivata a una conclusione. Morale: Amnesty va dall’ombudsman, ma il difensore civico non trova eccessivo il ritardo. Però ammonisce la Commissione e la invita a trovare una soluzione al più presto.

Insomma, un carnet di attività piuttosto fitto. Tra le quali figurano anche i riconoscimenti, come l’Award for the Good Administration.

Per il 2019 il premio è andato ai team della Commissione Europea «che hanno lavorato all’iniziativa europea per ridurre l’inquinamento della plastica e accrescere la sensibilizzazione nei confronti del problema». Una soddisfazione anche questa.

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