Il nostro KlondikeLa storia del grande giacimento d’oro del Monte Rosa riconvertito in sito turistico

Uno dei più grandi d’Europa: sessanta chilometri quadrati di gallerie per estrarre il metallo più prezioso chiuse, smantellate e dismesse nel 1961

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È Il 13 febbraio del 1961 quando quattro minatori italiani muoiono in un incidente sul lavoro per l’esplosione delle cariche di dinamite che stavano trasportando. La società Ammi (Azienda Minerali Mettalici Italiana) chiude definitivamente l’attività estrattiva del sito di Pestarena, frazione del comune di Macugnaga, in provincia di Verbania: gli impianti vengono smantellati e gli operai e gli impiegati tornano nelle loro città d’origine.

È la fine dell’estrazione dell’oro nella Valle Anzasca, ai piedi del Monte Rosa. Si dice sia uno dei giacimenti d’oro più grandi d’Europa – almeno 20 chilometri quadrati, per circa 60 chilometri di gallerie.

«Sono giacimenti di oro in vena cioè di oro che ricorre non tanto nella roccia, quanto nelle fratture, sono le stesse del Klondike», dice a Linkiesta il geologo Paolo Garofalo, del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna.

In quella zona, però, difficilmente sarebbe arrivato Paperon de’ Paperoni munito di pala e piccone alla ricerca delle pepite giganti. «Qui il mito dell’oro come nel Klondike è molto più sfumato, è per questo che non se ne parla tanto. Lo dicono i numeri di estrazione e di produzione dell’oro, che raccontano di giacimenti complessivamente poveri, per quanto grandi. La quantità d’oro estratto nella zona delle Alpi occidentali, nella storia, rientra nell’ordine delle venti o trenta tonnellate. Sembrano numeri enormi, ma sono imparagonabili alle miniere del Canada o dell’Alaska che hanno estratto diverse decine di tonnellate d’oro in più».

Da quell’incidente di quasi sessant’anni fa il lavoro di estrazione è scomparso. Le miniere sono dismesse, usate per lo più come sito turistico. «Sono luoghi di interesse perché insegnano uno spaccato della storia d’Italia, o almeno di questa parte d’Italia», dice a Linkiesta Riccardo Bossone, proprietario della miniera d’oro di Macugnaga, nota anche con il nome di Miniera della Guia.

Bossone è stato uno dei primi a riconvertire la sua miniera per invitare i turisti. «Nel 1989 abbiamo cercato di trasformarla in una risorsa: l’abbiamo attrezzata con luci, dispositivi di sicurezza, e riprendendo vecchi strumenti. È come fare un viaggio nella storia, oltre che nel sottosuolo».

Nella Valle Anzasca – che deve il suo nome all’Anza, torrente della Val d’Ossola – si cerca oro da migliaia di anni.

La tradizione vuole che i primi a ricavare oro dai filoni minerari dell’Alta Valle Anzasca siano stati i romani: l’indizio più antico rilevato è il ritrovamento, nella Miniera dei Cani, di una piccola campanella di bronzo di epoca romana.

Lontani dall’invenzione dei moderni sistemi di estrazione, i romani si dedicavano soprattutto alla raccolta di oro dai fiumi e nei terrazzamenti (giacimenti secondari). «All’epoca si ricavava l’oro grazie alle aurofondine, strumenti che muovevano grandi masse di sabbia e la setacciavano permettendo di individuare le pagliuzze d’oro», spiega Garofalo.

Il primo documento ufficiale che certifica il lavoro minerario in quello spicchio d’Italia è datato 1291. Lo spiega una relazione dal titolo “L’Oro del Monte Rosa” firmata da Riccardo Cerri e Roberto Fantoni nel 2017. «È il trattato di pace e concordia di Saas Almagell del 16 agosto 1291 stipulato tra i conti di Biandrate e gli abitanti delle vallate di Saas e Anzasca, patto esteso anche agli homines argentarii», cioè i minatori: “uomini dell’argento”, che usavano il mercurio per l’estrazione dell’oro.

Nei secoli successivi l’attività mineraria crebbe, aumentando l’interesse degli investitori. Ma è solo con l’arrivo di capitali stranieri, nell’Ottocento, che divenne un’attività industriale. Nel 1884 tutte le miniere aurifere della Val d’Ossola furono acquistate dalla ditta inglese The Pestarena Gold Mining che le lavorò per circa un ventennio.

Al termine del primo conflitto mondiale, con l’esodo dei capitali inglesi, i proprietari italiani delle miniere provarono a valorizzare l’attività con la riarmatura delle gallerie, la riorganizzazione delle infrastrutture e nuove installazioni per il trattamento del minerale.

Nel 1939, in piena epoca fascista, gli impianti passarono alla Ammi (Azienda Minerali Metallici italiani). In quel periodo il lavoro si moltiplicò, la produzione raggiunse nuovi picchi grazie all’aumento della mano d’opera: in Valle Anzasca giunsero lavoratori da tutta Italia.

Ma la gestione dell’Ammi si dimostrò carente nella sicurezza sul lavoro e nelle misure di igiene e protezione dei dipendenti: senza gli adeguati accorgimenti incrementarono i casi di silicosi – malattia causata dall’inalazione delle polveri sollevate dai macchinari – con altissime percentuali di mortalità.

Durante la Seconda Guerra Mondiale lavorare in miniera era un modo per ottenere l’esonero dal servizio militare: «Da poco più di 400 addetti degli anni 1938-39 si arrivò agli 870-880 del 1942-43», riportano ancora Cerri e Fantoni nel loro documento.

Nel Dopoguerra, invece, la mancanza di aggiornamento delle infrastrutture causò un aumento dei costi di trasporto e una progressiva riduzione del personale (erano 80 gli addetti nel 1960), fino all’incidente del febbraio 1961, giorno della chiusura dell’ultima miniera.

Gli anni Sessanta sono anni in cui le Alpi occidentali perdono definitivamente la loro funzione produttiva per iniziare la trasformazione in luogo turistico che si avrà soltanto nei decenni successivi.

«Di oro, qui nelle miniere, ce n’è ancora – dice Bossano – ma non conviene investire nell’estrazione: tra investimento iniziale, costo del lavoro e prevenzione diventa impossibile». Oggi la Miniera della Guia è chiusa a causa delle restrizioni e non può accogliere turisti, come tutte quelle della zona del resto.

Secondo alcuni esperti è probabile che il filone principale non sia mai stato trovato: magari qualcuno potrebbe provare a scoprirlo, e dare il via a una nuova febbre dell’oro.

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