Prove di umanitàSolo trasformando le persone in numeri riusciamo a resistere al dolore. O forse no

In giorni come questi, troppa pressione emotiva può portare alla disperazione. Chi ogni giorno assiste impotente alla forza assassina del virus può salvarsi soltanto aggrappandosi all’astrazione, ma non è detto

Johannes EISELE / AFP

Mi arriva la notizia, attraverso i pettegolezzi di famiglia, che la collega musicista di qualcuno, in un’orchestra amatoriale a New York, e medico al pronto soccorso, si è suicidata.

Poi la stessa storia viene pubblicata sui giornali. La dottoressa era una donna abbastanza giovane, stimata. Suo padre dice che non aveva mai sofferto di problemi mentali, ed è facile credergli. Il suicidio è sempre stato un problema tra i soldati e, spesso, anche tra gli agenti di polizia. Ha del tutto senso che perfino la più vivace, la più musicale ed entusiasta tra i medici del pronto soccorso possa diventare, in momenti come il nostro, vulnerabile alla stessa sindrome.

L’eroe della “Peste” di Camus, il dottor Rieux, accenna di continuo a questa possibilità. Ma, come un minimo spiega alla madre, riesce a sopportare la pressione emotiva riconoscendo di dover affrontare l’epidemia in maniera astratta: non come qualcosa che spegne le vite di esseri umani, uno dopo l’altro – che sarebbe troppo difficile per lui da vedere giorno e notte – bensì come una questione statistica.

I soldati, la polizia, gli operatori sanitari dovrebbero forse essere istruiti su questo aspetto: l’utilità, dal punto di vista psicologico, dell’astrazione.

Ma c’è un problema in questa tesi. L’astrazione, che è vera da una prospettiva, può risultare falsa da un’altra. I tassi di mortalità, visti in maniera astratta, sono una questione relativa. E visti in maniera concreta, una questione assoluta. Tollerabile. E, forse, no.

(Articolo pubblicato in inglese su Tablet)