Nonostante tuttoI mercati dove è ancora permesso vendere pipistrelli

A Tomohon, in Indonesia, il mercato continua a vendere selvaggina di ogni tipo. Le associazioni animaliste premono per la chiusura. Il timore è che diventi, prima o poi, una nuova Wuhan

Ronny Adolof Buol / AFP

Se la pandemia non ha reso davvero migliore nessuno, almeno dovrebbe avere insegnato una cosa: mangiare pipistrelli non è una buona idea. Eppure c’è chi continua. Tra le polemiche, il mercato di Tomohon, nel Sulawesi settentrionale, in Indonesia, continua a essere aperto e a vendere animali selvatici di ogni tipo.

Ci sono ratti, serpenti, lucertole, pitoni – anche cani, per la maggior parte cuccioli presi, o rubati, dai villaggi vicini. Come è ovvio, continuano a esserci anche i pipistrelli.

Gli animalisti e gli attivisti locali da anni si battono per contrastare le attività del mercato, dove si trovano anche specie rare e protette. Adesso hanno anche l’argomento, del tutto giustificato, del contrasto alle epidemie.

Il virus della SARS sarebbe partito, nel 2002, proprio in un wet market cinese del Guangdong. Quello, ormai noto a tutti, del SARS-Cov-2, avrebbe fatto lo spillover da animale a uomo in un altro mercato di animali selvatici, a Wuhan, sempre in Cina.

La procedura precisa attraverso cui questo è avvenuto non è ancora stata chiarita (forse mai lo sarà), ma il punto di partenza è chiaro: un pipistrello, animale serbatoio del virus, con ogni probabilità catturato e rivenduto per essere cucinato in uno di questi centri.

Troppo pericoloso, insomma. Pechino ha ordinato di chiuderli tutti. In Indonesia ce ne sono sette e sono ancora aperti. «È una bomba a orologeria», ha dichiarato al New York Times Billy Gustafianto Lolowang, manager del Tasikoki Wildilife Rescue Center di Bitung, paesino vicino al mercato. «Diventeremo la nuova Wuhan, è solo questione di tempo»

I fattori di rischio sono alti anche perché gli animali vengono perlopiù macellati prima che arrivino a Tomohon, cioè senza nessun tipo di controllo. Solo i cani sono tenuti vivi, in alcune gabbiette, perché

 – chi ama questi animali smetta di leggere ora –

I compratori preferiscono sceglierli con cura e avere carne fresca. Vengono uccisi a bastonate e si dà fuoco alla pelliccia.

Nonostante le pressioni, i contagi (quasi 16mila) e le morti (più di mille) per coronavirus, le istituzioni indonesiane hanno dimostrato una certa resistenza.

Da un lato ci sono le tradizioni. In quelle aree del Paese (ma lo stesso avviene anche nel cinese Guangdong) un pasto ha più valore se sono servite diverse tipologie di carne. La regione offre centinaia di specie selvatiche diverse e quasi tutte vengono ritenute commestibili.

Addirittura nel Sulawesi del nord fino a poco tempo fa era possibile acquistare anche nei supermercati carne di serpenti e pipistrelli. Questi ultimi sarebbero un toccasana per l’asma.

«In realtà qualcosa è cambiato», spiega uno dei macellai al quotidiano americano. «Ora gran parte della gente preferisce maiali o cinghiali, mentre prima i pipistrelli erano la carne più richiesta, insieme a ratti e pitoni».

Sembra un miglioramento, soprattutto se si pensa che sempre in Indonesia, nel mercato di Depok, a Solo, specializzato nella vendita di uccelli selvatici, si è smesso da poco di vendere pipistrelli.

Ma le abitudini sono dure a morire, si sa. E se il rischio di chiudere a forza questi mercati è di incoraggiare le vendite clandestine (che sarebbero ancora più difficili da controllare), va anche considerato che un’azione del genere susciterebbe, più che altro, un’ondata di indignazione pubblica.

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