Rifiuti post CovidLe mascherine sono le nuove sigarette

I dispositivi di protezione vengono lasciati dove capita, e sono già stati ritrovati nei fiumi e in mare. Un problema che provoca non solo danni ambientali ma anche di tipo sanitario: è impossibile tracciare tutti i portatori asintomatici del virus, e quindi ciò che indossano è da considerarsi potenzialmente infetto

(Pixabay)

Mascherine, guanti in lattice e bottiglie di disinfettante si trovano ovunque, per strada, in mare e sulla spiaggia. Nuovi rifiuti dell’era Covid che hanno preso il posto dei mozziconi di sigarette nel grande mutamento del paesaggio urbano imposto dall’epidemia.

A fronte dell’impossibilità di mappare ad oggi tutti i portatori asintomatici del coronavirus, infatti, mascherine e guanti sono da considerarsi rifiuti potenzialmente infetti.

I dispositivi di protezione individuale in dotazione ai cittadini sono monouso e fatti con materiali non sempre riciclabili, questo aumenta a dismisura la quantità di scarti prodotti e, come spesso accade, se non correttamente smaltiti rischiano di alimentare il problema della plastica in mare.

Perfino i guanti fatti di gomma di lattice, un prodotto naturale, possono danneggiare l’ambiente quando si decompongono, perché molto spesso trattati con additivi chimici durante la produzione.

«Se vengono gettate per strada, quando pioverà le mascherine finiranno nel mare rappresentando una minaccia per la vita marina» ha dichiarato in un’intervista Anastasia Miliou, biologa marina e direttrice della ricerca presso l’Istituto Arcipagosos di conservazione marina.

I dipartimenti regionali di Legambiente hanno lanciato l’allarme, spiegando che dal 4 maggio, con la semi libertà e la possibilità di fare sport e passeggiate, guanti e mascherine verranno abbandonati ovunque.

«Si smetta immediatamente con la pratica di gettare per terra questi presidi sanitari – sottolinea Legambiente in una nota. Quand’anche non infetti, vanno sigillati in sacchetti dedicati e smaltiti nell’indifferenziato».

Al di là dell’educazione civica, come dovrebbero effettivamente essere smaltiti questi tipi di rifiuti? Per chi è positivo o in quarantena smaltire i propri rifiuti non è così complicato: non deve fare altro che buttare tutto in un unico sacchetto, da chiudere a sua volta dentro altre due buste, e poi gettarlo nel bidone condominiale.

I rifiuti urbani contaminati di fatto sono stati, dalle stesse autorità sanitarie, declassati al livello di spazzatura «indifferenziata». In quanto sarebbe troppo complicato gestire il percorso che comprende separazione, raccolta e smaltimento.

L’Istituto Superiore di Sanità (Iss), allo stesso tempo, nelle sue linee guida per la gestione dei rifiuti, ha affermato che il coronavirus può rimanere attaccato a questi rifiuti «per un intervallo temporale che va da pochi minuti a un massimo di 9 giorni».

Prima del virus in Lombardia, la regione più colpita, ogni cittadino produceva in media più di 9 chili settimanali di rifiuti, quantità che con il lockdown è aumentata, anche per via di rifiuti infetti raccolti spesso senza guanti da molti operatori della nettezza urbana.

Gli operatori che abitualmente ritirano i rifiuti urbani non sono preparati a gestire quelli pericolosi e contaminati e solo a Roma i contagiati tra questi lavoratori sono almeno una ventina, e due i morti in Italia.

Entrambe le questioni sono state sollevate con urgenza da Unicircular (unione imprese economia circolare) e Fise Assoambiente, allarmate dai possibili danni ambientali e dalla flessibilità delle regole di smaltimento domestico in un momento dove l’attenzione per la raccolta dei rifiuti può essere considerato un argomento secondario.

Ieri è stata istituita un’audizione urgente in commissione Ambiente proprio sulla gestione dei rifiuti legata all’emergenza Covid-19, dove i rappresentanti dell’Istituto Superiore di Sanità hanno assicurato che le «diverse modalità di gestione e smaltimento dei rifiuti non presentano rischi di contaminazione».

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