È difficile capire, se non hai capito giàGuccini è uno scrittore che per qualche decennio ha scritto canzoni

C’è un romanzo in Eskimo, uno in Vedi cara, uno in Nostra signora dell’ipocrisia. Ci sono autori che cederebbero gli organi dell’anziana madre per scrivere un racconto compatto come Autogrill

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La cosa più importante che appresi il pomeriggio del mio quarantesimo compleanno, attardandomi a tavola in un ristorante giapponese di Manhattan con tre italiani della mia generazione, è che non tutti sono cresciuti ascoltando Guccini.

Queste righe servono a far essere questo l’unico articolo sugli ottant’anni di Guccini che contenga le parole “ristorante giapponese di Manhattan”, ma anche a dire quello strano fenomeno per cui, fino a un punto d’imprecisata distanza dall’infanzia, credi che tutti ne abbiano avuta una uguale alla tua.

Mentre i miei commensali facevano nomi di gruppi che sì, avevo sentito nominare, ma di cui non m’ero mai presa il disturbo d’ascoltare una canzone, io pensavo: ma voi quindi non avete passato l’87 ad ascoltare Signora Bovary? C’erano licei in cui s’ascoltava altro?

«Guccini lo ascoltavano i vecchi», mi disse uno dei commensali facendomi cadere il riso dalle bacchette, più per sincero stupore che per indignazione. Ma dove? Ma quando? Ma ci siete mai stati a un concerto di Guccini? Erano pieni di liceali anche quando io ero ormai inderogabilmente adulta. È la vostra, l’adolescenza strana, mica la mia.

Parafrasando quell’altro consumo da anziana della mia giovinezza, qualcuno ascoltava Guccini perché era nato in Emilia. Qualcuno ascoltava Guccini perché tendeva a conformarsi: io ascoltavo tutto quel che ascoltava la Chicca, e la Chicca (forse perché abitava in via de’ Poeti, dov’era ambientata una sua canzone) ascoltava Guccini (e David Bowie, che però non aveva consuetudine con via de’ Poeti). Qualcuno ascoltava Guccini perché il concerto in piazza Maggiore dell’84, e mi dispiace per quelli d’altri posti. Qualcuno ascoltava Guccini perché tutto il resto era troppo facile, e invece alla sintassi di Guccini dovevi stare attenta, e i temi non li capivi quasi mai, perché eri piccolissima e perché lui era vecchissimo anche da giovane.

Canzone delle osterie di fuori porta è di quando aveva 34 anni, io la canto da quando ne avevo 12 e credo d’averla capita un paio d’anni fa. Chissà cosa cantavo, prima. Ma d’altra parte sono quella ancora convinta che, in Bobby Jean, Springsteen parli d’un amore perduto, e non c’è biografia, intervista, esegesi critica che mi possa convincere che è una canzone su un amico. E poi mica vorremo farci spiegare l’opera dall’artista, che puntualmente non ne capisce niente. Mica vorrete impedirmi, spiegandomi che Van Loon parla del padre di Guccini, di canticchiarla riempiendo il trolley, «il bagaglio, quello consueto d’un semplice o un saggio, cioè poco o niente».

Tutto questo lo sa, Guccini, non solo perché siam tutti uguali e moriamo ogni giorno dei medesimi mali, ma anche perché, come accade a chiunque abbia raccontato la propria vita spiegandoci la nostra, gli chiedono da sempre ulteriori glosse.

Scrive nella biografia che ha pubblicato per i settant’anni, ed è stata aggiornata per gli ottanta, e non vedo l’ora di comprare l’edizione dei novanta, che delle canzoni non parla, «lascio che siano altri a farlo. Perché come si fa a raccontare di lampi improvvisi, di sensazioni fugaci, dell’affannosa e pure eccitante ricerca di parole, che siano quelle giuste, di rime che si incastrino nei versi, di donne che mi hanno amato e che io ho amato?».

Mente, naturalmente. Non ne parla a quegli ingrati di intervistatori, che ancora gli chiedono chi fosse la biondina di Autogrill e chi il fedifrago di Scirocco, neanche fosse Truman Capote e avesse scritto un romanzo a chiave, neanche le canzoni si potessero trasformare in verbali di polizia con le generalità, neanche fosse men che evidente che il fedifrago è tutti i fedifraghi, suvvia.

Ma ha scritto almeno tre canzoni sullo scrivere canzoni, e lì dentro ci sono tutte le risposte che finge di non voler dare, compresa una definizione di “canzone” che spiega i complessi di chi non s’è allenato ad ascoltarlo fin da piccolo – «La canzone è una scatola magica, spesso riempita di cose futili, ma se la intessi di ironia tragica ti spazza via i ritornelli inutili» – e una descrizione del canzonettista così stucchevole da essere magnifica: «La scrive gente quasi normale, ma con l’anima come un bambino, che ogni tanto si mette le ali e con le parole gioca a rimpiattino».

Che poi questa cosa delle parole, delle rime, del suono, è un bel problema in quest’epoca confessionale, in cui vogliamo fortissimamente credere che chi scrive per mestiere non scriva una cosa perché funziona, ma perché è sé stesso sestessamente, perché ci crede davvero, perché è in assemblea d’istituto.

E quindi insieme ai suoi ottant’anni potremmo festeggiare le cinquecento interviste che negli ultimi anni hanno titolato stuporose «Guccini: mai stato comunista», perché come sarebbe moderato, tu che hai scritto La locomotiva, tu che hai chiuso ogni concerto con una platea di quindicenni a pugno alzato che squarciagolavano del ferroviere lanciato a bomba contro l’ingiustizia, come sarebbe io narrante, come sarebbe non hai il poster di Che Guevara in cameretta.

Ci meritiamo le menzogne. Ci meritiamo dica che non scriverà mai più una canzone, quando poi – è il guaio d’avere ottant’anni, aggravato dal guaio di averli durante una pandemia – ogni volta gli chiedono un paragone con la seconda guerra mondiale, e lui dice che, come allora, poi sarà meglio di prima, «dopo la guerra c’era una voglia di ballare che faceva luce», e se non è un verso pronto per una canzone questo. (Anche questo, spiace deludere i sestessisti, è ovviamente un espediente letterario e non mera autobiografia: nel dopoguerra Guccini aveva cinque anni, mica frequentava le balere).

A un certo punto della nuova edizione di Non so che viso avesse, come da sottotitolo “quasi un’autobiografia”, Guccini spiega che no, non tornerà a cantare, «Ora scrivo libri, che era il mio sogno giovanile, e finché i libri escono continuerò a scrivere».

Il basso profilo se lo chiami così non è già più tale, e quindi Guccini non dichiarerebbe mai quell’intenzione, ma è troppo spiccio, troppo montanaro, troppo fedele al proprio autoritratto di «son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato», per non prenderla bassa.

Finché escono, disse quello i cui libri stravendono persino quando, come quello finalista al prossimo Campiello, sono per metà in dialetto e hanno più note a pie’ di pagina d’un David Foster Wallace medio e un titolo almeno ostico (Tralummescuro, parola meravigliosa che indica l’ora tra la luce e la notte).

«Guccini non è uno scrittore», mi ha detto indignato uno che scrive libri e che tanto avrebbe voluto essere al suo posto in quella cinquina del Campiello, ed è difficile non intenerirsi davanti al broncio d’un paese che ha deciso di dare una valenza magica alla parola “scrittore”.

Scrittore è uno che pubblica libri, e qualcuno li legge. I qualcuno di Guccini sono assai più numerosi dei qualcuno dello scrittore dolente che si lagnava dell’esclusione, e questo conterà pur qualcosa, anche se non si può dire nel paese in cui “scrittore” è una qualifica nobile e “vendite” è una parola sporca.

Il fatto è che Guccini non è, come mugugnava l’escluso, «un cantante che scrive libri». È, lo era anche prima dell’89, anno in cui pubblicò il primo libro, uno scrittore che per qualche decennio ha scritto canzoni. C’è un romanzo in Eskimo, uno in Vedi cara, uno in Nostra signora dell’ipocrisia.

Conosco scrittori che cederebbero gli organi dell’anziana madre per scrivere un racconto compatto come Autogrill. E non solo sono scrittori che vendono meno libri di Guccini: sono anche scrittori dei quali nessun palasport ha mai squarciagolato le parole. Per forza poi borbottano, poveri. Ci vuole compassione. O la spietatezza dell’io narrante del Guccini cinquantenne, quello che avrebbe detto loro: Tornate a casa, nani.

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