Nascondere per mostrareAddio a Christo, l’artista che impacchettava il mondo

Si è spento a 84 anni a New York. Con la sua visione unica, aveva coperto il Pont Neuf e il Reichstag, realizzato un tappeto galleggiante in Italia, incartato un pezzo di costa australiana. Per lui l’arte era gioia, estetica e dialogo continuo

Il punto finale era impacchettare. Nascondere, camuffare. Ma l’opera d’arte, nella sua completezza estetica, includeva tutto il processo necessario per realizzarla. Comprese le trafile burocratiche per ottenere i permessi, i moduli, le opere di convincimento nei confronti di sindaci e amministratori locali, gli studi di impatto ambientale, la ricerca di fondi, la presentazione dell’opera.

Tutti i lavori di Christo, l’artista bulgaro morto a New York a 84 anni, e diventato celebre per le sue opere bizzarre con cui copriva o impacchettava elementi del paesaggio, come il Pont Neuf a Parigi o il Reichstag di Berlino, coinvolgevano decine di persone, richiedevano anni di progettazione, attuazione e realizzazioni e poi, come erano nati, sparivano.

Per lui quello che contava era l’esperienza estetica, che riguardava tutti coloro che prendevano parte all’opera, dagli operai fino ai visitatori. Anche gli amministratori che si opponevano e negavano i permessi.

È il caso di The Gates, una serie di sentieri ricostruiti a Central Park, New York, formati da cancelli di tessuto arancione. L’idea fu rifiutata dal sindaco della città nel 1981, che rispose all’artista con un elenco di motivazioni contenuto in un libro.

Christo non si scompose e anzi incorporò il rifiuto all’interno dell’opera: «Aggiunge una dimensione al lavoro, non importa quello che ne pensa». Alla fine The Gates venne realizzato nel 2005 con il consenso di un altro sindaco, Michael Bloomberg. E anche lui ne diventa, in questo modo, parte.

Di origine bulgara, Christo era nato il 13 giugno 1935 a Gabrovo, in Bulgaria. Nello stesso giorno, a Casablanca, nasceva colei che sarebbe diventata sua moglie e compagna nelle avventure artistiche, Jeanne-Claude Denat de Guillebon. Una coincidenza che ai due, che si conosceranno a Parigi nel 1958, non parve mai casuale.

Per lui, è la giovinezza passata sotto un regime sovietico che lo porta a concepire l’arte come un intervento dell’uomo sul paesaggio. È la propaganda, fatta di elementi monumentali e celebrativi, esposizioni provvisorie per esaltare i risultati del socialismo reale. Lo apprende all’Accademia di Belle Arti di Sofia, che frequenta fino al 1956. Poi emigra oltrecortina, prima a Vienna e poi a Parigi.

I suoi primi lavori sono pacchetti di oggetti, opere d’arte che nascondono per invitare a osservare. È solo l’inizio. Entrato in cotatto con gli artisti del Nouveau Réalisme, comincia a lavorare nel quadro del tessuto urbano della città.

Nel 1961 il suo primo intervento, a Colonia: una Renault incartata e barili di petrolio impacchettati dentro la Galerie Haro Lauhus. Fuori – una sorta di pubblicità – altri pacchetti, che chiamava “oggetti della banchina”.

Lo stesso anno, a Parigi, utilizzerà ancora i barili di petrolio (totale: 204) per bloccare una strada, Rue Visconti, come parte di uno spettacolo alla Galerie J. Il progetto, intitolato “Cortina di ferro. Muro di barili di petrolio”, durò qualche ora. Lui o costruiva e la moglie, con una serie di tattiche, teneva lontana la polizia.

Si conquistò la fama e, subito dopo, il resto del mondo. I progetti successivi saranno a Chicago, dove impacchetta il Museo di Arte Contemporanea nel 1969, in Australia, dove copre un pezzo di costa vicino a Sydney,

E ancora in Colorado (dove il grande lenzuolo che copriva l’ingresso di una vallata viene spazzato via dai venti, cosa che lo rende comunque orgoglioso), in California.

Negli anni ’80 copre Pont Neuf, e nel 1995 è il turno del Reichstag, a Berlino. Nessuno dimentica, nel 2016, il suo “Floating Piers”, realizzato nelle acque del lago di Iseo, a metà tra la provincia di Bergamo e quella di Brescia. Fu un enorme successo: oltre un milione di visitatori in circa tre mesi.

La sua arte era nascondimento, gioia realizzativa, messaggio profondo, pura estetica. Tutto insieme a un tempo. Ed è anche memoria. Dopo la morte di Jeanne-Claude, avvenuta nel 2009, realizza sul Serpentine a Hyde Park, Londra, una “mastaba”, sorta di monumento funerario egizio, con 7.506 barili bianchi rossi e blu. Opera che, come tutte le altre, viene smantellata dopo un certo periodo.

Di sé, oltre al ricordo e a un progetto che sarà realizzato nel 2021, cioè la copertura dell’Arco di Trionfo a Parigi, Christo non lascia dietro nulla. Come artista ha sempre cercato di fare opere «destinate a non sopravvivere», ma a interagire con le persone. Monumenti temporanei. Una scelta controcorrente ma, a suo avviso, molto più coraggiosa.

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